Un futuro per Bagnoli: l’intervista agli ideatori del docufilm

Un futuro per Bagnoli: l'intervista agli ideatori del docufilm

Abbiamo intervistato per voi Raffaele Vaccaro, Stefano Romano e Salvatore Cosentino, ideatori e portavoce del progetto audiovisivo Un futuro per Bagnoli.

La start-up Nisida Environment di Raffaele Vaccaro è il luogo di nascita del progetto di crowdfunding del docufilm Un futuro per Bagnoli, diretto da Stefano Romano e coprodotto dal fonico e attivista Salvatore Cosentino. La campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso (consultabile qui e ancora aperta per ulteriori donazioni) ha riscosso un immediato successo e, con il supporto dei suoi sostenitori e di Banca Etica, ha quasi raggiunto i fondi sufficienti alla realizzazione del progetto. I tre autori hanno raccontato del docufilm e si sono raccontati nella nostra intervista.

 

Non è la prima volta che la trafila di eventi che hanno riguardato l’area di Bagnoli e dell’ex-Italsider viene raccontata sul grande schermo, in film documentari e di finzione (L’ultimo, Bagnoli Jungle di Antonio Capuano del 2015): in che modo il vostro progetto è diverso dai precedenti?

Guardiamo con stima e interesse le opere che raccontano ed hanno raccontato Napoli negli ultimi anni: pensiamo che abbiano aperto un percorso di scoperta per il grande pubblico della realtà complessa e stratificata di questa città. Al contempo, però, quello che ci ha spinto ad agire, a prendere la telecamera in spalla, è proprio il bisogno di raccontare questo quartiere dalla nostra prospettiva, una prospettiva che non vuole focalizzarsi solo sulle vecchie generazioni, sul documentario d’inchiesta o sulla denuncia, ma anzi identificare un nuovo futuro attraverso lo sguardo dei più giovani.  Le opere di Capuano ci hanno guidato in questo percorso di scoperta, ci hanno mostrato che raccontare Bagnoli è possibile. Ora è il tempo di farlo a modo nostro, da abitanti del quartiere, da giovani che vogliono costruire il futuro, da professionisti dello spettacolo che vedono ogni giorno quanta potenzialità c’è nelle strade di Bagnoli.

Il docufilm seguirà le vicende di due giovani che, alla fine della loro adolescenza, dovranno decidere se restare a Bagnoli o cercare un futuro altrove: lo spopolamento di Bagnoli è un problema?

Sentiamo il bisogno di riportare la problematica dello spopolamento anche nel documentario perché pensiamo che in questo quartiere abbia una sua specifica definizione.
Il problema dell’emigrazione non riguarda solo Bagnoli: è chiaramente un tema che tocca tutto il Sud Italia, con effetti evidenti e nefasti. Qui però c’è una contraddizione che preme su questo tema.
Vivere a pochi passi da un’area di dimensioni simili alla stessa Bagnoli, ma totalmente chiusa e improduttiva, ci fa interrogare: cosa ne pensano gli abitanti del posto in cui vivono e come si relazionano?
Un tema su cui collettivi e movimenti di disoccupati costruiscono vertenze immaginando soluzioni lavorative all’interno di quella zona e sulla linea di costa.
Lo spopolamento è un problema quando diventa l’unico modo per sopravvivere e non una scelta presa con serenità; vorremmo che questa situazione venisse a galla evidenziando le enormi possibilità che invece quest’area possiede.

Il vostro obiettivo è di riportare l’attenzione nazionale ed internazionale sull’area di Bagnoli: come intendete diffondere il docufilm una volta realizzato?

La strategia di distribuzione rispecchierà in tutto e per tutto la filosofia alla base del docufilm. Vogliamo partire da questo quartiere, da questa città, ed in particolare da quegli spazi liberati (Scugnizzo Liberato, Ex-Asilo Filangieri, Ex-Opg, Villa Medusa) che per noi rappresentano vere e proprie oasi culturali qui a Napoli.
Al contempo, però, il nostro sguardo si spinge oltre i confini italiani, per portare gli orizzonti di Bagnoli a Londra, Parigi, Madrid, Berlino ed in particolar modo il Parlamento Europeo a Bruxelles, per riflettere sul ruolo dell’Europa nella risoluzione delle crisi ambientali locali. La distribuzione di quest’opera deve rappresentare una possibilità concreta, per gli abitanti delle città che visiteremo, di riflettere e dibattere su luoghi vicini a loro che vivono in un modo o nell’altro lo stesso destino riservato a Bagnoli. Per questo, anche grazie all’apporto di Dimitri D’ippolito e Ernesto Rollando, stiamo avviando i rapporti con l’Istituto Italiano della Cultura rispettivamente di Londra (UK) e Bruxelles (BEL), per diffondere il docufilm anche al di fuori dei circuiti cinematografici. Ad esempio, siamo al lavoro su una mostra fotografica: un progetto collettivo che partirà dal set del docufilm, ma che ci permetterà di portare l’opera filmica anche in quei luoghi nei quali potrebbe essere difficile organizzare una proiezione. Se lo scopo è quello di divulgare il futuro di Bagnoli, allora non vogliamo rinunciare a nessuna occasione per farlo.

A questo proposito, nel vostro video di presentazione fate anche riferimento ad altri processi di deindustrializzazione italiani ed esteri simili a quelli dell’area dell’ex-Italsider.

La storia di Bagnoli è tutt’altro che unica: si può infatti ritrovare in molte altre città Italiane (Taranto, Piombino, Ancona, Gela, Brescia) ed europee (Liegi-BEL, Florange-FR, Corby-UK). Un Futuro per Bagnoli racconta la storia di un quartiere che trascende le singole nazioni e che accomuna le società di tutte le periferie del continente europeo. Il fenomeno della deindustrializzazione e del successivo abbandono di questi territori è infatti comune a molte altre aree in Europa. La divulgazione del nostro progetto deve servire come esempio di resistenza sociale e civile al fine di ispirare gli abitanti di queste altre realtà. In particolare il progetto si propone di creare un parallelismo narrativo con l’ILVA di Taranto, al fine di prevenire lo stesso destino per il sito pugliese.

Come detto precedentemente, anche il percorso di distribuzione del docufilm sarà costruito in funzione di quest’obiettivo e toccherà diverse capitali europee e luoghi simbolo della deindustrializzazione.

Parliamo dei vostri background personali: Raffaele Vaccaro è anche fondatore della start-up Nisida Environment. Di che cosa si occupa e come è legata al progetto del docufilm?

La Nisida Environment, start-up costituita a febbraio 2020, si occupa di monitoraggio, innovazione e divulgazione ambientale. La Nisida tra gli altri obiettivi si pone anche quello di identificare e definire le numerose ingiustizie ambientali ed economiche presenti sul territorio del mezzogiorno italiano rendendole di dominio pubblico, sensibilizzando la popolazione locale (e non) attraverso la produzione di materiale fotografico e audiovisivo. La Nisida Environment, attraverso questo primo progetto su Bagnoli e sull’impatto della siderurgia e di altre attività industriali inquinanti, vuole iniziare un percorso di produzione di materiale multimediale su diverse crisi ambientali del mezzogiorno, per occuparsi, in seguito, anche di altri territori come ad esempio la piana del fiume Sarno (Na-Sa), la Terra dei Fuochi (Ce-Na), il polo petrolchimico in Basilicata e altre crisi sociali ed economiche presenti sul territorio italiano causate principalmente dalla degradazione dell’ambiente e dall’inquinamento industriale.

Il regista, Stefano Romano, ha già all’attivo esperienze lavorative importanti come assistente di regia del lungometraggio Ultras di Francesco Lettieri e come autore di Altromare, documentario sulla pesca professionale per la biodiversità (disponibile su Youtube). L’esperienza di Altromare ha influito sull’ideazione di Un futuro per Bagnoli?

Stefano: Altromare è stata un’esperienza fondamentale per me. Penso che i documentari siano una meravigliosa scuola per chiunque aspiri a vivere di cinema, perché ti mettono davanti sfide titaniche, tecniche e personali: non ultimo, la necessità di liberarsi del proprio ego per mettersi al servizio delle storie degli altri. Un’impresa impossibile, a ripensarci, ma proprio per questo fondante, perché mi ha insegnato ad ascoltare e raccogliere le esperienze altrui, e riuscire, così, anche a raccontare se stessi. Se Altromare mi ha permesso di raccontare il mio rapporto con il mare, Un futuro per Bagnoli rappresenta una sfida ancora più grande in quanto quartiere in cui sono nato e cresciuto e nel quale ho lasciato un pezzo di cuore. Le recenti esperienze documentaristiche e filmiche al fianco di Francesco Lettieri, mi hanno fatto capire che era arrivato il momento di raccontare questa storia.

Il fonico del docufilm, Salvatore Cosentino, è anche uno dei fondatori del laboratorio politico Iskra, da anni impegnata sul territorio di Napoli e provincia: in che modo le esperienze di militanza politica hanno contribuito alla stesura del progetto?

Salvatore: È da anni che ragionavo sulla necessità di raccontare quelle che sono le esperienze di resistenza su questo territorio, perché dovrebbero avere una voce più grande ed espansiva. La proposta di Raffaele toccava quest’esigenza e ne dava un nuovo aspetto.
Un documentario, non solo su quello che è stato fatto politicamente, ma con uno sguardo rivolto agli effetti sociali che questa pratiche nate in risposta al disastro ambientale presente in questo territorio hanno portato alla vita degli abitanti.
Le “mie” esperienze –  il virgolettato è d’obbligo perché sempre frutto di un ragionamento collettivo su più gruppi – provano a dare una chiave di lettura oltre i fatti raccontati nella stampa e le vicende giudiziarie che si susseguono, un filo rosso che tocca le varie questioni per darne una visione complessiva.

Tre autori uniti dall’esigenza di raccontare: quanto c’è di autobiografico in Un futuro per Bagnoli?

Raffaele: La mia storia personale si rappresenta in maniera forte nella scelta di Bagnoli come primo progetto divulgativo. Sono sempre stato convinto che la mia città adottiva (Napoli) e la mia regione abbiano un potenziale enorme che purtroppo è stato sprecato a causa della malagestione e delle dinamiche criminali che conosciamo fin troppo bene. Già durante i miei studi universitari mi sono impegnato per far conoscere le criticità ambientali presenti in Campania all’estero, in particolare all’Università di Southampton e all’Università di Bruxelles. Sono convinto che parte della soluzione a queste criticità sia coinvolgere professionalità esterne al nostro territorio per implementare azioni innovative e di gestione del territorio.

Salvatore: di autobiografico poco e niente, sicuramente ci saranno delle vicende che come ragazzo di Bagnoli ho vissuto e finiranno nella pellicola, ma non perché parte della mia vita quanto momenti che molti abitanti possono affrontare.
Il quartiere non è poi così cambiato negli ultimi anni, possono cambiare dei singoli angoli o degli aspetti generali, però le esperienze finiscono per somigliarsi, quindi ci sarà un parte in cui speriamo molti si possano ritrovare, un racconto che non si distaccherà tanto da quelle che sono le situazioni riprodotte in quartieri periferici a ridosso di poli industriali, come ce ne sono in tutto il mondo. Più che il carattere autobiografico vorrei che emergesse una biografia collettiva molto più grande del singolo e di questo quartiere.

Stefano: Come dice Salvatore, il quartiere non è cambiato. La ricordo bene questa sensazione di eterna attesa che ha accompagnato tutti gli anni della mia infanzia e che ha spinto i miei genitori a portarmi via da Bagnoli. Voglio partire da questo, dall’urgenza di raccontare questa sensazione, questo paradosso che ti spinge via, ma ti porta a rimpiangere la scelta di vivere altrove. È bene ribadire, però, che il fulcro del documentario rimarrà quello di raccontare Bagnoli oggi, attraverso gli abitanti che oggi la abitano. Per scrivere ogni storia si parte da se stessi, ma vogliamo raccontare questa storia per gli altri, per fare la differenza su un territorio che merita un futuro migliore di quello che gli hanno disegnato attorno.

 

Si ringrazia Federica Mirella per il supporto all’intervista

 

About Claudia Fiorito

Sono la persona a cui scrivi la sera quando non sai che film guardare. In genere, ti consiglio un film polacco in bianco e nero di tre ore e quaranta.

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