Nel Circolo dei Lettori di Torino, il 17 aprile si è svolto Second Hand Archive, uno dei panel più attesi di Frontiers – The Content Industry Summit, il primo convegno nazionale interamente dedicato all’industria dei contenuti. L’iniziativa, promossa da ICCI Hub – Italian Cultural Content Industry ETS in collaborazione con Biennale Tecnologia, ha riunito figure di primo piano del mondo dell’innovazione, dell’editoria e della curatela archivistica, ponendo l’accento sul tema dell’archivio tecnologico come terreno di indagine culturale in dialogo con la memoria, l’innovazione e la narrazione.
Partecipanti al panel Second Hand Archive e ruoli
| Relatore | Ruolo / Affiliazione |
|---|---|
| Daniela Hamaui | Caporedattrice della rivista ARCHIVIO (Moderatrice) |
| Massimo Banzi | Cofondatore di Arduino e fondatore di SuperModerno |
| Cecilia Botta | Senior Heritage Curator di Promemoria Group |
| Giacomo Golinelli | Chief Innovation Officer di Promemoria Group |
| Matteo Fabbri | Design Director presso Accurat |
Indice dei contenuti
A moderare la conversazione è stata Daniela Hamaui, caporedattrice della rivista ARCHIVIO – pubblicata da Promemoria Group – che ha guidato una discussione multidisciplinare tra Massimo Banzi, Cecilia Botta, Giacomo Golinelli e Matteo Fabbri. Si tratta di un parterre che ha permesso di affrontare il tema dell’archivio da prospettive tecnologiche, curatoriali, progettuali e culturali.
Second hand archive come organismo vivo
Il tema centrale del panel – l'”archivio di seconda mano” – è stato approcciato come un territorio dinamico all’interno del quale i contenuti ritornano, cambiano forma e acquisiscono nuovi significati. Cecilia Botta ha raccontato la genesi del numero 11 di ARCHIVIO, dedicato alla tecnologia, sottolineando come il lavoro curatoriale oggi debba confrontarsi con una quantità di materiali senza precedenti, spesso frammentari e digitali. «La tecnologia corre così veloce che molte generazioni non hanno mai visto dispositivi che esistevano solo pochi anni fa», afferma. L’archivio contemporaneo, dunque, cessa di essere soltanto un luogo fisico per farsi ecosistema ibrido, in cui la tecnologia permette di recuperare, ordinare e valorizzare ciò che altrimenti andrebbe perduto.
Tecnologia e memoria: un dialogo complesso
Il contributo di Massimo Banzi ha coinvolto il pubblico dentro la genealogia della rivoluzione informatica. Le sue ricerche e interviste nella Silicon Valley hanno mostrato come il movimento tecnologico degli anni Settanta sia nato da un desiderio di libertà, con i primi hacker e i club informatici che cercavano di rendere l’accesso alle informazioni un diritto condiviso. La tecnologia, ha ricordato, è ormai così tanto radicata nella nostra quotidianità che rischia di diventare quasi invisibile. Eppure proprio per questo, è necessario tornare alle origini, interrogarsi su come siamo arrivati fin qui e su quali tracce abbiamo lasciato lungo il percorso. Infatti, il numero 11 della rivista ARCHIVIO, nasce dall’esigenza di ripercorrere la storia dell’innovazione dagli anni Settanta a oggi, mettendo in luce archivi e patrimoni che custodiscono i frammenti delle scoperte che hanno rivoluzionato il mondo.
Inoltre, Banzi ha insistito su un punto che sembra essere cruciale, ovvero la storia della tecnologia spesso raccontata solo attraverso le figure di successo, mentre secondo lui, sarebbe fondamentale ascoltare anche coloro che hanno fallito. «Se oggi abbiamo i dispositivi che usiamo quotidianamente, lo dobbiamo anche a chi ci ha provato e si è schiantato», ha ricordato. Una riflessione che ribalta la retorica celebrativa e invita ad una riscrizione della tecnologia intesa qui come processo collettivo, fatto di tentativi, errori e intuizioni marginali.

Le sfide dell’archiviazione: design, dati e nuove narrazioni
Uno dei nodi emersi durante la conversazione riguarda la difficoltà di accedere agli archivi delle aziende tecnologiche. Molte realtà, ha spiegato Botta, custodiscono materiali recenti ma inaccessibili perché legati a brevetti o segreti industriali. Al contrario, collezionisti privati e appassionati hanno salvato frammenti preziosi della storia dell’informatica, quali riviste underground, flyer, hardware dimenticati, documenti effimeri che raccontano la cultura hacker, la controcultura psichedelica e le prime comunità digitali. Questa tensione tra memoria privata e memoria istituzionale è uno dei temi più affascinanti del numero di ARCHIVIO, che ha richiesto anni di ricerche, contatti, interviste e ricostruzioni.
Matteo Fabbri, dal punto di vista del design dei dati, invece, ha mostrato come la visualizzazione possa fare da cerniera tra passato e futuro. Rappresentare un archivio significa scegliere cosa mostrare, come farlo, quali relazioni rendere visibili. Ogni scelta, dunque, diventa un atto narrativo ed il design un linguaggio critico che permette di restituire complessità senza perdere la trasparenza.
Second hand archive: un progetto editoriale che apre scenari
Hamaui ha poi raccontato la filosofia della rivista che si pone l’obiettivo di trasformare materiali d’archivio in narrazioni contemporanee. A rigor di questa logica, ogni numero è affidato a un guest editor, ogni ciclo presuppone una redazione diversa, e ogni volume è costruito come un libro anziché come un giornale.
Il numero dedicato alla tecnologia è diviso in tre sezioni:
- le storie, che ricostruiscono vicende e personaggi spesso dimenticati;
- le istituzioni, che conservano memorie materiali e immateriali;
- i collezionisti, custodi eccentrici e visionari di oggetti che raccontano un’epoca.
Concludendo, Second-Hand Archive ci ha regalato una versione meno nostalgica della tecnologia e più variegata per meglio comprendere il presente e immaginare ciò che verrà. In un’epoca in cui i nostri dispositivi sono archivi personali nelle nostre mani, l’incontro è stato puntuale perché ha ricordato l’importanza su ciò che conserviamo e su ciò che perdiamo, e su quanto accorgerci di ciò sia considerato un atto culturale e politico oggi più che mai necessario.
Fonte immagine nel testo ed in evidenza: Dario Duso

