Van Gogh a Roma: la mostra al Palazzo Bonaparte

Van Gogh a Roma: la mostra al Palazzo Bonaparte

Van Gogh a Roma, tutto quello che c’è da sapere

In occasione del 170° anniversario della nascita del pittore olandese, Palazzo Bonaparte ospita una mostra con alcuni tra i più suggestivi lavori di Van Gogh della collezione Kröller-Müller.

Ritrovarsi seduti di fronte all’Autoritratto con occhi verdi di Van Gogh, con quello sguardo a tre quarti – geniale – che segue i movimenti dello spettatore, equivale a percepire in un istante che l’arte è l’unica forma di mortalità che gli uomini possono permettersi. Equivale a precipitare nell’abisso sgomentante dei tormenti e dei pensieri dell’artista olandese, come un tuffo spirituale nel verde smeraldo e nel blu, e quasi si ha l’impressione di sentirlo, Van Gogh, mentre spiega a Theo che “i ritratti hanno una vita propria che si origina dall’anima del pittore”. Si ha l’impressione di vederlo, a Parigi, mentre studia il volto umano e poi arriva all’introspezione. Prima di lasciare quella sala dominata dal rosso-arancio della barba e dal blu azzurro accostati secondo il principio della complementarità a forza di pennellate neoimpressioniste, lo si guarda un’ultima volta negli occhi e si legge tutta la fierezza e la complessità di una vita consumata.

Van Gogh a Roma: la mostra al Palazzo Bonaparte
Vincent van Gogh

Autoritratto

Parigi, aprile – giugno 1887

Olio su cartone, cm 32,8×24

© Kröller-Müller Museum, Otterlo, The

Netherlands

Van Gogh a Roma, ovvero la mostra di Palazzo Bonaparte

Non soltanto una forma, non soltanto un paesaggio o delle figure umane, ma la vita che c’è dietro ad ogni singolo gesto e il dolore immenso che di ogni vita fa parte: questo vuole raccontare Vincent – come si firmava nell’angoletto basso delle sue tele. Ed è questo il filo conduttore della mostra VAN GOGH- Capolavori dal Kröller-Müller di Otterlo, in programma dall’8 ottobre al 26 marzo 2023 nel Palazzo Bonaparte di Roma, in occasione del 170° anno dalla nascita dell’artista originario del Brabante settentrionale (Paesi Bassi). L’esposizione è un regalo dal valore inestimabile del Kröller-Müller Museum di Otterlo, che ha prestato alla Capitale una selezione di ben 50 opere, tale da documentare l’intera esperienza artistica del pittore olandese nel segno del suo complesso rapporto con la verità. È un viaggio emozionale ed emozionante, interattivo e contemplativo prodotto dalla Arthemisia, leader nella produzione, organizzazione e realizzazione di esposizioni artistiche e culturali, con il patrocinio del Ministero della cultura, della Regione Lazio, del Comune di Roma-Assessorato alla Cultura e dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi.

La collezione Kröller-Müller

La collezione esposta è una delle più prestigiose dell’arte moderna, frutto del gusto e della sensibilità di Helene Kröller-Müller, studiosa di arte e figlia dell’imprenditore tedesco fondatore della società internazionale Müller & Co. Fu il pedagogo e critico d’arte H.P. Bremmer a incoraggiare Helene Müller a collezionare opere d’arte, attività poi condivisa con il marito, l’imprenditore Anton Kröller. Quello che la Müller aveva in mente era una raccolta che illustrasse l’evoluzione artistica dal realismo all’idealismo – o meglio all’astrazione – da metà Ottocento fino al Novecento. Nella sua casa museo trovano spazio, infatti, artisti come Pierre-Auguste Renoir e Henri Fantin-Latour, e poi Paul Signac, Georges Seurat, Piet Mondrian e Pablo Picasso; sei di questi capolavori aprono, non a caso, l’esposizione di Palazzo Bonaparte: dallo sguardo ambizioso della stessa Helene Kröller-Müller ritratta da Floris Verster fino al capolavoro Au café di Auguste Renoir, passando per la sensuale Madrilena firmata Picasso, uno degli ultimi Picasso della vivace vita parigina e delle avanguardie artistiche prima che il pittore malagueño sprofondasse nel suo periodo blu.

Van Gogh a Roma, un’arte alle porte dell’eternità

Ma è con Van Gogh che Helene, prima di tutto, riesce a comunicare: è in lui e nei suoi dipinti che trova un dolore di sottofondo che tocca le sue corde più nascoste, complice l’ossessione di entrambi di vincere il tempo umano, per restare oltre il presente. L’arte che traghetta l’umano “alle porte dell’eternità”, espressione che Van Gogh legge in The Pilgrim’s Progress di John Bunyan e usa come sottotitolo per il suo Vecchio disperato (The Eternity’s Gate) dipinto nel 1890 nell’ospedale di Saint–Rémy e scelto dalle curatrici Maria Teresa Benedetti e Francesca Villanti come chiusura del percorso. Il dipinto, con le sue pennellate intense che Van Gogh usa per giocare con i volumi e i contrasti, da solo occupa l’ultima sala dell’esposizione, tra pareti verde smeraldo che esaltano il blu e il giallo del quadro. Ai lati, ci sono le riproduzioni delle ultime lettere di Vincent al fratello Théo, la foto dell’ultima stanza in cui ha lavorato, ormai sopraffatto dalla vita e dalla sua stessa psiche, e la pistola con cui si è tolto la vita. Per chi si ritrova di fronte a quel vecchio seduto su una sedia di paglia con la testa tra le mani è facile riconoscersi un po’ nella disperazione di Vincent, che vive di insuccessi, di mancati riconoscimenti, di psicosi e delirio, ma che all’arte continua a dedicare tutto se stesso. “Quale che sia l’intensità che possa avere il mio sentimento o la mia potenza di espressione acquisita a un’età in cui le passioni materiali sono già per lo più spente, mai potrò costruire un edificio importante su un passato così tarlato e scosso. […] Perché sono assolutamente certo che come pittore non rappresenterò mai nulla di importante. […] Ma a me non è consentito vivere, soffrendo così spesso di vertigini, che in una posizione di quarto, quinto rango”, confessa a Theo.

Van Gogh a Roma: la mostra al Palazzo Bonaparte
Vincent van Gogh

Vecchio disperato (Alle porte dell’eternità)

Saint–Rémy, maggio 1890

Olio su tela, 81,8×65,5 cm

© Kröller-Müller Museum, Otterlo, The

Netherlands

Un dolore, quello del Vecchio disperato, che, a conti fatti, non è altro che la bella copia più matura di un soggetto già radicato nell’anima del pittore e già da lui disegnato con pastello e acquerello otto anni prima, all’Aia; sempre Dolore, inoltre, è il nome di uno dei tanti ritratti dell’amata Sein – “la migliore figura umana che abbia realizzato” – disegnato nel 1882 e in mostra al Palazzo Bonaparte.

Il percorso esistenziale e artistico

A questi anni iniziali destinati allo studio della figura attraverso un disegno arricchito dall’uso sapiente dell’olio è dedicata la seconda sezione della mostra. Qui possiamo seguire Van Gogh nei suoi spostamenti tra l’Etten, l’Aia, Drenthe, Nuenen, mentre cammina da apolide e vagabondo quale amava sentirsi, mentre cerca nuovi soggetti da dipingere. E qui trova i protagonisti di un mondo semplice, lontano da quello civile, un mondo in cui Vincent scopre la sacralità della fatica quotidiana, la religiosità del sacrificio, il divino nella natura, la fede incorrotta di un lavoro che ha qualcosa di epico. Seminatore, Donna che cuce, Taglialegna, Donna che pela le patate, I mangiatori di patate, Donne che nella neve portano i sacchi di carbone, Capanna di torba, Tessitore con telaio: è il realismo spiritualizzato di un Van Gogh che non è interessato alle forme esatte di Michelangelo, ma desidera “esprimere proprio quelle manchevolezze, quelle deviazioni, quelle alterazioni della realtà che poi fanno sì che risultino alla fine delle falsità, sì, ma più vere della verità letterale”. Saranno questi, i contadini, i seminatori, gli umili, i soggetti ai quali resterà più affezionato, il punto di partenza a cui tornerà continuamente.

La mostra di Van Gogh a Roma segue un ordine cronologico, riproducendo – tra le sale del Palazzo di Piazza Venezia – i luoghi in cui l’artista visse e i periodi della sua parabola artistica ed esistenziale; in questo modo si ha la possibilità d seguire e toccare da vicino tutte le evoluzioni del suo stile. Dal mondo logoro dei contadini, Van Gogh approda al vivace dibattito culturale dei caffè parigini, dallo studio del disegno della figura umana passa ai presupposti scientifici del Neo-impressionismo, fino a scoprire le infinite possibilità del colore. Accostamenti cromatici secondo il principio della complementarità e dell’armonia permettono a Van Gogh di rendere nelle sue tele tutta la vivacità espressiva e la tensione trascendente che la sua mente riesce a estorcere alla realtà comune. Il tratto del suo pennello si fa, man mano, più spesso, corposo, orizzontale e verticale al tempo stesso e la luce, creata con effetti di colore, domina.

Van Gogh interiorizza a tal punto la tecnica cromatica appresa a Parigi da riuscirne poi a stravolgere i confini e gli schemi, quando si mette di nuovo in viaggio, alla ricerca di più luce e più sole. Abbandona Parigi e riscopre la vita nei colori accecanti della Provenza che, nei suoi quadri, si mescolano alle forme morbide e indefinite della natura lussureggiante. Questa esplosione di luce e forma rifiuta la tecnica, o meglio la reinterpreta, diventando riflesso di una nuova vitalità interiore: “Quanto ho appreso a Parigi svanisce, e io sto tornando alle idee che mi erano venute in campagna, prima di conoscere gli Impressionisti”, confessa al fratello. Così è in Angolo di prato e ne Il seminatore – ritorno di un personaggio da cui Van Gogh è ossessionato –  e così è anche nelle tante nature morte del periodo di Arles della collezione Kröller-Müller, una tra tante Fiori in un vaso blu.

Questa esuberanza, però, è anche disordine di una mente sempre più instabile e in equilibrio precario, che vive ogni sensazione in modo totalizzante ed estenuante. La quinta e ultima sezione della collezione – prima dell’epilogo di cui si è detto – è, infatti, quella di Saint-Rémy-de-Provence e Auvers-sur-Oise e le opere selezionate per la mostra sono realizzate nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole.

Che si tratta di un nuovo linguaggio artistico e di un nuovo Van Gogh, lontano dalle esperienze parigine, lo si percepisce subito guardando uno dei più suggestivi tra i capolavori esposti, Il giardino del manicomio a Saint-Rémy. Qui ogni colpo di pennello è un filo d’erba e gli alberi creano luci e ombre intorno a una panchina vuota; si vede la luce, a guardarlo da vicino, le fette spesse e brillanti di colore, le tinte complementari che non si notano da lontano o in fotografia; si vede l’ombra fresca del fogliame e la solitudine degli ultimi anni di Van Gogh, in bilico tra l’eccesso e l’autocontrollo. “[…] tendo a credere che queste tele vi diranno ciò che non so dire a parole, quello che vedo di salutare e di corroborante nella campagna”, scrive a Theo.

Van Gogh a Roma: la mostra al Palazzo Bonaparte
Vincent Van Gogh

Pini al tramonto

Saint–Rémy, dicembre 1889

Olio su tela, 93,5×74,2 cm

© Kröller-Müller Museum, Otterlo, The

Netherland

Quello che non sa dire a parole è l’abisso che percepisce dentro e intorno a sé e che prova a raccontarci, come è solito fare, caricando di simboli la realtà rappresentata sulla tela e trasformando la tecnica in espressioni. Così si spiegano le tinte brutali del dipinto Il burrone del 1889 e la tecnica audace con cui, nell’opera Pini al tramonto, rappresenta una sottile figura di donna costretta a soccombere sotto ai colpi violenti di un vento che spezza i rami degli alberi. Da questi ultimi lavori percepiamo la fatica di una vita intesa come continua lotta e la solitudine di chi è consapevole del proprio dolore e non vuole più nasconderlo.

Foto dell’articolo su Van Gogh a Roma: ufficio stampa

A proposito di Martina Santamaria

Laureata in Filologia, letterature e storia dell’antichità, ho la testa piena di film anni ’90, di fotografie e di libri usati. Ho conseguito un Master in Giornalismo ed editoria e svolto uno stage all’Espresso per imparare a raccontare tutto questo nel miglior modo possibile. Insegno italiano, latino e greco, scrivo quando ne ho bisogno e intervisto persone. Vivere mille vite possibili attraverso gli altri è la cosa che mi riesce meglio, perché mi solleva dalla pesantezza delle scelte.

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