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Eroica Fenice

Estate povera

Andrea Piretti gira Estate Povera: un giorno con gli occhi di un volontario

Andrea Piretti, regista napoletano, laureato in Cinema presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, è autore e regista di un nuovo corto-documentario intitolato Estate Povera. Ciò che si racconta nel documentario è l’azione svolta da tanti e tanti uomini e donne del napoletano, che preparano, organizzano e distribuiscono pasti per i senza fissa dimora; in particolar modo ci si sofferma su di un unico protagonista, con il quale si ripercorrono le tappe fondamentali del volontariato: dalla preparazione dei pasti, al confezionamento delle buste che poi verranno portate e distribuite ai più bisognosi. In appena 10 minuti si instaura un legame di empatia con il volontario protagonista del corto: Luigi, un uomo  che svolge il suo volontariato insieme alla Comunità di Sant’Egidio, sfamando i senza fissa dimora. Attraverso Estate Povera si entra in contatto con la partecipazione del volontario e la sua voglia di restituire l’umanità al prossimo, senza però cadere e tendere l’ago della bilancia verso un devozionismo maniacale. Ciò che restituisce il corto-documentario di Andrea Piretti è un senso di verità e di equilibrio nel raccontare senza inserire pensiero personale o idea retorica, nella consapevolezza che il documentario ha già in sé una storia, che deve solo essere seguita e raccontata.

Abbiamo intervistato il regista di Estate Povera: Andrea Piretti

Ciao Andrea, Come ti sei approcciato al mondo che racconti in Estate Povera?

In realtà in modo piuttosto semplice. Avevo avuto un primo contatto con dei volontari della Comunità di Sant’Egidio già l’anno scorso. Inizialmente ero partito con l’intento di raccontare le storie dei senza fissa dimora ma poi ho conosciuto altri volontari, vedendo il loro lavoro e il loro impegno, ho deciso che sarebbe stato quello l’oggetto del mio racconto.

Come il Covid-19 ha agito sulle riprese e sulla riuscita del tuo corto?

In questi mesi purtroppo abbiamo imparato a convivere con il virus praticamente in ogni momento delle nostre giornate. Dal punto di vista lavorativo le difficoltà ci sono state, è indubbio. Come prima cosa l’impossibilità di creare un contatto diretto con le persone che abbiamo conosciuto durante la lavorazione. Nonostante il distanziamento e il continuo uso della mascherina siamo riusciti a trovare in Luigi Musella una persona, oltre che disponibile, anche estremamente empatica.

Chi è il volontario che rappresenti? Credi che il volontario possa essere un personaggio che svolge il suo ruolo fuori dall’ambito della devozione?

Luigi è una persona straordinaria. Non lo dico solo per il tempo che ha dedicato al progetto, ma per quello che fa quotidianamente. La prima volta che ci siamo visti mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai. Ringraziandolo per averci accolto nella comunità e per aver dimostrato subito interesse per il progetto, mi ha detto: “Qui da noi non troverai mai nessuna porta chiusa.” Un pensiero semplice ma secondo me molto potente, soprattutto in un periodo come questo. Rispetto invece al discorso sulla fede la risposta è assolutamente sì. In quel luogo si uniscono volontari di qualsiasi credo e religione. E, inutile dirlo, assistono ogni giorno chiunque si trovi sul loro cammino. Senza fare distinzioni tra italiani e stranieri.

Cosa significa girare un corto-documentario? Quali sono le regole necessarie perché il lavoro possa considerarsi riuscito?

Ci sono sicuramente alcuni elementi imprescindibili, come una buona macchina da presa, un’attrezzatura audio che catturi in modo pulito tutti i suoni ecc. Il vero segreto, però, è nella scelta delle persone che ti affiancano. Personalmente prediligo un metodo di lavoro molto semplice, con una troupe ridotta. In questo modo ho la possibilità di essere presente sul posto senza mai essere invadente. In questo caso, sono stato affiancato da Selene Casparrini, operatrice alla macchina, che firma anche la fotografia del film. Altra cosa fondamentale è avere un’idea chiara di ciò che si vuole raccontare, ed essere, allo stesso tempo, pronto a farti stravolgere dal corso degli eventi.

Presenterai Estate Povera a qualche festival? Quali sono le ambizioni per il tuo progetto?

Per questo tipo di progetti il ​​percorso festivaliero è indispensabile. L’ambizione è quella di far girare il film il più possibile, si spera anche fuori dall’Italia.

Il tuo percorso di studi in che modo ha influito su Estate Povera?

Ha influito sicuramente non solo per le nozioni tecniche che ho assimilato negli anni, ma soprattutto nell’approccio al lavoro. Oltre a questo, l’esperienza maturata con gli altri due progetti documentari – Il Distacco (2018) e Le vite di Ousmane (2019) – ha influito sulla lavorazione di Estate Povera. I tre progetti, prodotti da Prometeo Film, mi hanno dato la possibilità di conoscere luoghi, persone e realtà che altrimenti non avrei mai incrociato nella mia vita.

Il documentario è un genere di nicchia ormai. Perché hai deciso di imbatterti in questo progetto?

Come ho detto prima, la possibilità di entrare in contatto con le realtà più disparate. L’approccio deve essere sempre accompagnato da uno sguardo vergine, secondo me. Entrare nella vita di una persona (o di un gruppo di persone) è una cosa molto delicata. Non tutti ti aprono le porte come ha fatto Luigi. Bisogna quindi trovare la chiave giusta. Per me è un privilegio essere a disposizione delle persone che vogliono raccontare le proprie storie.

 

[foto di Andrea Piretti]

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