Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Cartoni giapponesi, classici da (ri)vedere

Cosa vi viene in mente se vi dico la parola “Giappone”? Probabilmente roba come il sushi, le arti marziali, i palazzi a prova di terremoto, gli alberi di ciliegio, i samurai, il karaoke, i treni perfettamente in orario, i gabinetti tecnologici e i cani nel passeggino (oddio). Ma per molti di noi il pensiero vola direttamente alle migliaia di universi narrativi immersi nel mare infinito degli anime, da noi conosciuti anche volgarmente come cartoni giapponesi.

Derivati dai manga e giunti nel nostro paese negli anni ’70 i cartoni giapponesi hanno unito generazioni di ideologie e sogni diversi, ma accomunate spesso da personaggi e situazioni che non smettono mai di affascinare ed emozionare.

Che ne dite allora di tuffarci nei ricordi e di fare una bella carrellata dei cartoni giapponesi che più abbiamo adorato? Chiaramente, essendo questo un articolo amarcord, volutamente non si parlerà di prodotti odierni (My Hero Accademia, Attack on the Titan, One Punch Man et simila) e ci concentreremo soprattutto su serie che hanno conosciuto il successo in Italia tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Sperando vivamente che ciò non scateni l’ira degli otaku più rigidi, iniziamo subito!

Cartoni giapponesi, quelli da (ri)vedere 

I cavalieri dello zodiaco

Chi si ricorda di cinque giovani guerrieri vestiti con armature fighissime che combattono contro le forze del male per proteggere lady Isabel (Atena) e salvare il mondo? Se avete capito di chi stiamo parlando, significa che un’infanzia l’avete avuta e avete visto I cavalieri dello zodiaco, serie nata sul finire degli anni ’80 la cui importanza è di equale livello a quella di eventi come il crollo del muro di Berlino o il concerto dei Queen al Wembley stadium.

Tutto ha inizio quando il giovane Pegasus e altri guerrieri che si stanno massacrando tra di loro nel torneo detto “Galaxy war”, dove il vincitore otterrà l’agognata armatura dello scorpione d’oro. Ma ad un certo punto entra in scena Phoenix, un cavaliere che ha venduto l’anima alle forze oscure e che decide di rubare l’armatura. Al suo inseguimento si lanciano così quelli che sono conosciuti come “bronze saints” (“cavalieri di bronzo”): Pegasus, Crystal del cigno, Sirio del dragone e Shun di Andromeda. Da lì nasceranno una serie di scontri drammatici con altri cavalieri legati ad altre divinità non proprio benigne.

I cavalieri dello zodiaco sono entrati nell’immaginario collettivo di tanti giovani italiani degli anni ’80 e ’90. Una storia sull’onore, sul sacrificio e sull’amicizia che è rimasta impressa nelle nostre menti, accompagnate da disegni superbi e da una colonna sonora stupenda. Ma uno dei motivi per cui la ricordiamo è rappresentato anche dalle tre sigle di Massimo Dorati, Giorgio Vanni e Giacinto Livia.

E ora urliamo tutti in coro: «Fulmine di Pegasus!!» in faccia ai produttori di Netflix che voglio propinarci quella poltiglia che chiamano “reboot della serie”.

Ken il Guerriero

«Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo è sconvolto dalle esplosioni atomiche, sulla faccia della terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti, tuttavia la razza umana era sopravvissuta». Una voce fuori campo preannunciava così l’inizio di uno dei cartoni giapponesi più leggendari di sempre: Hokuto no Ken, in italiano tradotto semplicemente con Ken il guerriero.

Come avrete anche già intuito, ci troviamo in uno scenario post apocalittico dominato dal deserto, dove i pochi uomini e donne sopravvissuti vivono con il terrore di essere uccisi da bande di predoni a bordo di veicoli tamarri (Interceptor, sei tu?). E qui entra in scena Ken, maestro di arti marziali di quella che ai posteri passerà alla storia come la “Divina scuola di Hokuto”, dapprima interessato a cercare la sua fidanzata rapita dai sopracitati predoni, per poi divenire il difensore dei più deboli e il simbolo della resistenza alla tirannia. Inizierà così un lungo viaggio fatto di combattimenti all’ultimo sangue, camice che vanno in mille pezzi appena Ken si prepara a combattere e avversari che esplodono in maniera sempre più elaborata, fino a giungere allo scontro contro il fratellastro Raul.

Disegni cupi e dai colori freddi, personaggi e avversari indimenticabili come Toki, Raul e Shu, omaggi a film come Mad Max e a figure come Sylvester Stallone. Riassumere in poche righe cosa abbia rappresentato Ken il Guerriero per molti ragazzi degli anni ’90 è un’impresa a dir poco impossibile. Il cartone è stato trasmesso qui in Italia soprattutto sulle emittenti regionali e ciò non l’ha comunque reso un prodotto di nicchia, poiché il successo che ha avuto è stato davvero grande. 

Nemmeno la cappa moralista, che ha parlato tramite la bocca di certi giornalisti in cerca di un po’ di considerazione demonizzando il cartone, è riuscito a fermare il buon vecchio Ken. Anzi, molto probabilmente sarà andato a casa di ogni perbenista, lo avrà colpito con il “colpo della distruzione dell’universo” e allontanandosi avrà pronunciato le fatidiche parole  «Tra sette secondi morirai». A seguire, corpi che si contraggono per poi esplodere.

Dragon Ball

Non è una lista di cartoni giapponesi se un paragrafo non è riservato a Dragon Ball, l’anime cardine di Akira Toryama divisa in tre serie.

La prima, Dragon Ball appunto, segue i canoni di una classica avventura di formazione: Goku è un alieno dalle fattezze di un bambino che, allevato dal nonno Gohan, parte alla ricerca delle leggendarie “sfere del drago”, capaci di esaudire qualsiasi desiderio. Qui vengono introdotti elementi che poi diverranno ricorrenti come il “torneo di arti marziali” e la mitica onda energetica (kamehameha in originale), il tutto condito da una ad una narrazione spensierata e virata soprattutto verso il comedy.

Le cose cambiano drasticamente con Dragon Ball Z: qui Goku è divenuto adulto, ha un figlio di nome Gohan e, cosa fondamentale, scopre delle proprie origini aliene. Ne deriva quindi una serie più matura, seria e a tratti drammatica (tanto da finire con l’essere identificata con Dragon Ball stesso e non come parte di una franchise), più focalizzata sui combattimenti e sul pathos. L’apocrifa serie Dragon Ball GT rappresenta invece la sintesi delle prime due: il nostro protagonista ha raggiunto la maturità e parte assieme alla nipote Pan lungo l’universo in cerca delle sfere del drago, per poi tornare sulla terra e affrontare i classici avversari di turno.

Nonostante sia una serie che si regge su canovacci semplici, Dragon Ball è forse tra i cartoni giapponesi quello che più di ogni altro ha unito ragazzini di ogni età. Tornare da scuola per attaccarsi alla tv e seguire le vicende di Goku, Vegeta e di tutti loro amici è una cosa che abbiamo fatto tutti quanti, così come assumere la sua stessa posa per fare l’onda energetica o alzare le mani al cielo per dare a Goku l’energia sufficiente per la sfera Genkidama (con occhiatacce di parenti e amici scettici, che si interrogavano sulla nostra sanità mentale). Momenti che resteranno impressi nelle menti e nei cuori di tutti noi, come Goku che diventa super sayan per la prima volta o Junior che pronuncia la celeberrima «Ha un’aura pontetissima!» anche alle pietre.

Insomma, Dragon Ball si ama o si odia. Nonostante una fanbase a tratti odiosa che tira fuori dal cilindro strampalate teorie sui “livelli di potenza” dei personaggi, ridiscutibili operazioni votate al dio danaro per soddisfare i capricci degli stessi fan (vedi alla voce Dragon Ball Super) e l’immancabile scure anticensura di Mediaset, è uno dei cartoni giapponesi che ricorderemo anche tra cent’anni e il merito, forse, è anche della voce inconfondibile di Giorgio Vanni che ha cantato le sigle di tutte e tre le serie.

Digimon

Tra la fine degli anni ’90 e i primi ’00 l’universo dei cartoni giapponesi era sconvolto da una guerra tra due fazioni: da un lato i Pokémon, nati come gioco per il Game boy e divenuti serie animata dal 1997. Dall’altro i Digimon, di proprietà della Toei animation e giunti sui nostri teleschermi in una serata di inizio settembre del 2000 su Raidue. Ecco, forse anche per questioni più affettive l’autore ha deciso di parlare di questi ultimi (e già sente cori di disapprovazione).

Un gruppo di sette ragazzi, cinque maschi e due femmine, mentre si trova in campeggio, viene trasportato all’interno di una dimensione parallela nota come Digiworld. I sette protagonisti (chiamati Tai, Matt, Sora, Izzy, Mimi, Joe e Tk) sono i “prescelti” e ad ognuno di loro viene affidata una creatura costituita da dati digitali detta “digimon” (abbreviazione per “digital monster“). Attraverso il legame che si instaura tra i giovani ragazzi e i loro digimon, il gruppo dovrà farsi strada tra mille pericoli e peripezie per fermare l’avanzata delle forze del male. Ma scopriranno presto che la radice della malvagità è più che mai profonda.

Ad una prima occhiata è facile affermare che Digimon sia un copia e incolla dei Pokémon. Oltre al suffisso -mon la cosa che li accomuna è il concetto di “evoluzione”, con la differenza che non è un qualcosa di ireversibilie come accade per le creature Nintendo. Andando oltre questi concetti, Digimon è un cartone che riprende i sempreverdi topoi dell’amicizia, del coraggio, dell’amore e della speranza e li trasferisce in un mondo come quello della realtà virtuale, di internet e della tecnologia. Una dimostrazione chiara di come si possano costruire storie belle e appassionanti anche in un contesto apparentemente algido come quello della tecnologia.

E poi, quando andavamo a scuola e ci confrontavamo con i nostri compagni per stabilire chi fossero meglio tra i Digimon e i Pokémon, era troppo bello arrivare ad una vera e propria guerra con tanto di mani che volavano perché osavamo affermare che Angemon o Wargreymon potessero battere a mani basse Charizard e tutti i Pokèmon di Ash Ketchum (cattiveria, portami via).

https://youtu.be/85sWM1YqMYM

L’uomo tigre

«Solitario nella notte va / se lo incontri gran paura fa!/ Chi nasconde quella maschera TIGREEE». Non andate a nascondervi, vi ho sentito cantare la sigla de L’uomo tigre, il personaggio nato dalla matita di Ikki Kajiwara nel 1969.

Il cartone narra di Naoto Date, un lottatore professionista di puroresu (tradotto: “wrestling giapponese”) cresciuto in un orfanotrofio. Conscio delle condizioni di miseria in cui è vissuto, Naoto indossa sul ring una maschera e si fa chiamare Tiger Man/Uomo Tigre e affronta uno ad uno tutti gli avversari che gli si parano davanti in modo da devolvere le vincite all’orfanotrofio stesso e ai suoi piccoli amici che ci vivono. Il nostro eroe però deve fare i conti anche con “Tana delle tigri”, la temibile organizzazione criminale in cui egli stesso si è allenato e che non accetta il suo altruismo.

Come si potrebbe descrivere L’Uomo Tigre? È impossibile farlo, forse perché chi scrive è un po’ di parte e non c’è molto da dire su un cartone che, a mente lucida, si regge su archetipi e topoi semplicissimi: un eroe dalla difficile giovinezza che decide di combattere per aiutare chi è più debole di lui, con i classici cattivoni che fanno di tutto per farlo fuori. È semplice come struttura, ma forse è proprio questo a renderlo uno dei cartoni giapponesi più indimenticabili.

Non dimentichiamoci poi della fantasia degli autori nel creare gli avversari del nostro eroe, come il celebre “Mister No” (la cui forma ricorda vagamente… no, andatevelo a cercare su Google immagini!).

https://youtu.be/xbmllRplfy0

C’era una volta Pollon

Adesso cambiamo radicalmente genere con uno di quei cartoni giapponesi che, volenti o nolenti, ci ha insegnato qualcosina sulla mitologia greco-romana: si, stiamo parlando di Pollon.

Tra i tanti figli a cui il dio Apollo ha dato la vita c’è anche Pollon, una bambina di sette anni che avrebbe un desiderio: divenire una dea, per la precisione “la dea dell’amore”. Allora suo nonno Zeus le dà un piccolo salvadanaio a forma di trono il quale, ogni volta che Pollon compirà una buona azione, verrà riempito con una moneta facendolo ingrandire fino ad assumere l’altezza di un trono vero. Così Pollon, seguita dallo strampalato dio Eros, si imbatte in avventure che ripercorrono i più celebri miti greci.

Giunta in Italia negli anni ’80 e popolare anche nei ’90, C’era una volta Pollon ha rappresentato il nostro primo approccio al mondo classico. Certo, un mondo classico contaminato da elementi della cultura nipponica (basti pensare alle ciotole di riso con tanto di bacchette che ogni tanto compaiono) e ampiamente stereotipato pur nel suo tentativo di fedeltà: Zeus è un uomo barbuto e basso che mantiene la propria fama di donnaiolo, sua moglie Era è una gelosa abbigliata con la passione per l’abbigliamento da dominatrice, Apollo è ridotto alla stregua di un imbranato impiegato incaricato di far sorgere e tramontare il sole dal suo carro e così via. Ciò non toglie che il mondo di Pollon è riuscito a farci scoprire e poi approfondire il mondo dei miti greci.

Ma su questo cartone aleggia anche un mistero. Non si è mai scoperto cosa fosse la celebre polverina che «Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria», usata da Pollon nei momenti d’emergenza. Che fosse un incitamento alla dro… no, meglio non scadere nel complottismo.

Lupin III

Altro classico immancabile dei cartoni giapponesi nato dalla matita di Monkey Punch (soprannome di Kazuiko Katō) è Lupin III.

Ispirato alle gesta del leggendario Arsenio Lupin, il nostro protagonista è un esperto ladro che gira il mondo in lungo e in largo in cerca dei tesori più preziosi, a bordo della sua Fiat 500 gialla e accompagnato dall’interminabile sigaretta del cecchino Jigen , dall’affilattissima katana del samurai Ghemon (la cui lama pare aver ispirato lo chef Tony per modellare le celeberrime Miracle Blade) e dalla sete di ricchezza della sua donna Fujiko. Il gruppo si ritrova spesso e volentieri coinvolto in situazioni intricate che hanno come protagonisti criminali ben più pericolosi, politici corrotti e terroristi megalomani, oltre che a doversi guardare sempre dall’instancabile intraprendenza dell’ispettore Zenigada che cerca sempre di sbatterli in galera.

Lupin III è solo uno dei tanti cartoni giapponesi che qui da noi venivano sempre trasmessi durante l’ora di pranzo, anche se Mediaset ha spesso proposto in tarda serata varie versioni dell’opera di Monkey Punch in versione non censurata. Ciò che lo contraddistingue è comunque il saper unire tecniche tipiche dei film polizieschi e d’azione ad una graffiante ironia che riesce sempre a strappare un sorriso. Contributo fondamentale al franchise viene però anche da Hayao Miazaki, che nel 1979 ha diretto il film Lupin III e il castello di Cagliostro: un’opera che, rispetto a tutti gli altri film dedicati al personaggio, riesce a distinguersi.

Ranma ½

È un po’ risaputo che i cartoni giapponesi hanno sempre osato di più riguardo a certe tematiche e lo si vede benissimo in un cartone “transgender” come Ranma ½.

Il giovane Ranma Saotome è un esperto in arti marziali che un giorno, mentre si allena con il padre, cade in una fonte maledetta. Il risultato è che ogni volta che dell’acqua fredda gli cade addosso si trasforma in una ragazza mentre il padre, essendo caduto in una fonte diversa, con lo stesso procedimento diventa un panda. Fortunatamente il processo è reversibile, ma ciò non mancherà di causare disagio al nostro protagonista e a tutti i suoi amici e nemici che entreranno in contatto con lui.

Non c’è molto da dire su Ranma ½, oltre al fatto che Lorenzo Fontana e Diego Fusaro correrebbero subito a cercare l’acquasantiera appena sentirebbero parlare di transgender in un “cartone per i bambini”. È una serie umoristica, divertente, scanzonata e che si lascia vedere con piacere anche senza la presenza di una trama lineare. Da visionare a mente libera e priva ovviamente di pregiudizi di ogni sorta, anche se in effetti fa strano pensare che un cartone come questo veniva guardato da bambini e in fascia protetta.

Fonte immagine: http://robadaotaku.blogspot.com/2016/02/le-sigle-dei-cartoni-animati-e-sanremo.html

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *