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Miti greci, i più celebri da conoscere

In greco il termine mythos indicava una narrazione sacra, che aveva lo scopo di spiegare l’origine di qualcosa e il perché avvenivano certi fenomeni naturali. I miti greci nascevano dall’esigenza dell’uomo di interrogarsi su questioni cruciali quando la filosofia e la scienza ancora non erano alla portata di tutti, per cui ci si affidava alla religione (il classico esempio dell’uomo che vede un fulmine colpire un albero e lo interpreta come un segno dell’ira di Zeus).

Con il passare del tempo i miti greci hanno perso la loro originaria finalità e sono diventati dei racconti in senso stretto, se non addirittura materiale letterario. Omero, Apollonio Rodio, Platone e tanti altri autori non sarebbero gli stessi se nelle loro opere non avessero fatto riferimento ai miti greci.

A tale proposito, ecco una rassegna di alcuni miti greci famosi. Non ci limiteremo soltanto ad analizzare il loro significato, ma vedremo anche in che modo abbiano influenzato le varie branchie del sapere e poi abbiano ispirato gli artisti di ogni tempo.

Miti greci, i più celebri

Il mito di Aracne

Una delle costanti quasi sempre presenti nei miti greci è la sfida alla divinità, come accade in questa storia. Si narra che a Lidi vivesse Aracne, una tessitrice talmente brava e abile che si vantava di poter superare in una gara di tessitura persino Atena. Infatti, oltre ad essere la dea della sapienza, la Pallade era anche la custode della tessitura. Ella assunse le sembianze di una vecchia e cercò di scongiurare la ragazza dall’ intraprendere una sfida impossibile e assurda. Aracne rispose che in realtà la dea era intimorita da lei e quest’ultima, irritata, si mostrò alla fanciulla e accettò di sfidarla.

Le due contendenti tessero metri e metri di lana, ricamando l’una le storie degli dei e l’altra i loro amori. Atena dovette ammettere la superiorità di Aracne, ma non accettò la sconfitta: fece a pezzi la sua tela e la fanciulla, che aveva cercato di impiccarsi ad un albero per la disperazione, fu trasformata in un ragno. Ella fu così costretta a tessere per l’eternità e a dondolare sull’albero che aveva scelto come luogo della sua morte.

Il mito, conosciuto anche da Virgilio e da Ovidio, ha avuto grande risonanza non soltanto nel mondo dell’arte e della letteratura (Dante cita Aracne nel XII canto del Purgatorio, tra gli esempi di superbia punita), ma anche nel mondo medico e scientifico: l’aracnofobia è infatti la patologia di cui soffre chi ha paura dei ragni.

Narciso

Un altro mito famoso citato da Ovidio nelle Metamorfosi è ovviamente quello di Narciso. Egli era un cacciatore di natali divini (figlio del dio fluviale Ceviso e della ninfa Liriope), il quale mostrò un atteggiamento di disprezzo ed indifferenza nei confronti dell’amore. Nella versione greca del mito, opera del grammatico Connone, Narciso era oggetto dell’interesse di molti ragazzi al punto che Aminia, uno di loro, si era talmente invaghito di lui che accettò di uccidersi con la spada datagli dallo stesso Narciso.

Nelle Metamorfosi di Ovidio ad innamorarsi del giovane è invece la ninfa Eco, condannata da Era (moglie di Zeus) a ripetere le ultime tre parole di ciò che ascoltava. Sentendosi osservato Narciso disse «Chi va là?» e la ninfa ripetette, correndo poi ad abbracciarlo. Il ragazzo la respinse ed Eco, rifugiatasi su un monte, si lasciò morire e di lei non rimase che la voce.

Nemesi, la dea della giustizia, provò compassione per la giovane e decise di punire Narciso. Mentre si fermò presso una fonte per bere osservò riflesso il bel volto di un misterioso ragazzo e se ne innamorò, ma quando capì che si trattava di lui e che non sarebbe mai riuscito a possederlo iniziò a struggersi per poi lasciarsi morire.

Anche questo mito si è dimostrato seminale nelle varie arti se pensiamo solo a Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, la cui trama risente in effetti del mito. Ma maggiore è l’apporto che dà al campo linguistico: il nome della ninfa Eco è passato nel linguaggio scientifico ad indicare la riflessione del suono contro un ostacolo, mentre da Narciso deriva l’aggettivo narcisista che sta ad indicare una persona dedita al culto di sé stessa e indifferente agli altri.

Prometeo

Prometeo era uno dei tanti titani che si schierarono con Zeus nella lotta contro il padre Crono. Una volta divenuto signore dell’universo, il re degli dei permise a Prometeo di accedere all’Olimpo ogni volta che volesse, ma ciononostante il titano si sentì sempre più vicino al genere umano che viveva in condizioni di sofferenza. Era stato lo stesso Prometeo a generare involontariamente tale sofferenza quando, sacrificando un bue, con l’inganno dette le parti migliori agli uomini e imbrogliò gli dei dandogli le ossa dell’animale ricoprendole di grasso.

Zeus tolse così il fuoco agli uomini e Prometeo, in uno slancio di generosità, rubò una scintilla di fuoco solare dal carro del dio Elio (in altre versioni rubò una torica ad Efesto) e la donò agli uomini. Venuto a sapere dell’ennesimo smacco giocato contro i celestiali, Zeus punì Prometeo in maniera crudele: lo fece legare ad una colonna e ogni giorno un’aquila gli si sarebbe avventata contro squarciandogli il fegato, il quale ricresceva ogni giorno. Anni dopo il titano verrà liberato da Eracle, che colpì l’aquila con una lancia avvelenata.

Tra tutti i miti greci, quello di Prometeo colpisce per varie ragioni. Senza dubbio è leggibile nell’ottica metaforica della lotta dell’uomo contro l’autorità, nonché in quella prettamente filosofica e morale dell’uomo che cerca di liberarsi dalle paure e dai timori che la religione gli impone e di cui si nutre (nonostante Prometeo fosse comunque un’immortale). Anche in questo caso le arti hanno trovato pane per i loro denti e già fin dall’antica Grecia quando Euripide scrisse le tragedie Prometeo incatenato e Prometeo liberato. Ma il nostro pensiero guarda soprattutto a Mary Shelley e al romanzo Frankenstein pubblicato nel 1818 con il sottotitolo de “Il moderno Prometeo”: come il titano anche il dottor Victor Frankenstein usò una fiamma (in questo caso quella di un fulmine) per dare la vita ad una creatura, risultando però un atto privo di altruismo verso il genere umano e indirizzato soltanto alla propria vanagloria personale.

Pandora

Strettamente correlato al mito di Prometeo, quello di Pandora sembra quasi avvicinarsi alla storia di Adamo ed Eva narrata nel libro della Genesi. Dopo aver punito il titano, Zeus ordinò ad Efesto (dio del fuoco e delle fucine) di plasmare una donna donandole bellezza, virtù e qualsiasi qualità esistente. Ella fu poi inviata dal titano Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante fu avvertito di rifiutare i doni degli dei, questi si innamorò della donna e i due ebbero una figlia di nome Pirra.

A Pandora era stato affidato un vaso su cui Zeus impose un divieto: la donna non avrebbe dovuto mai aprirlo o i mali si sarebbero sparsi per il mondo. Pandora disobbedì, spinta dalla curiosità (dote donatagli dal dio Ermes), e aprendolo si abbatterono sugli uomini la sofferenza, la vecchiaia, la gelosia, la malattia e tanti altri mali. Era finito il tempo in cui gli uomini erano eternamente giovani, felici e spensierati come gli dei: ora la loro vita sarebbe stata triste e cupa. Tuttavia all’interno del vaso era ancora rimasta la speranza e Pandora, riaprendo il coperchio, fece in modo che anche questa si spargesse tra gli uomini.

Nel linguaggio comune può capitare di sentire o leggere l’espressione “vaso di Pandora”, per indicare una situazione in cui i problemi diventano talmente evidenti da non poter essere più nascosti.

Le dodici fatiche di Eracle

Chi non conosce le leggendarie gesta di Eracle, anche se con il tempo si è imposta la variante romana Ercole, uno degli eroi più famosi e celebrati nei miti greci? Il mito vuole che egli fosse nato dall’unione tra la mortale Alcmena e Zeus (che aveva assunto le sembianze del marito di lei, Anfitrione). Proprio a causa di questa ennesima scappatella del marito Era, dea del focolare domestico, mise nella culla del piccolo un serpente per ucciderlo. Ma Eracle lo prese per il collo e lo strozzò, rivelando fin da subito la propria forza sovraumana.

Educato nella guerra e nelle armi, in età adulta Eracle si macchiò dell’omicidio dei figli di Euristeo. Per scontare la sua pena e per tenere salda la propria immortalità, Eracle avrebbe dovuto superare quelle che sono conosciute come le “dodici fatiche”. Tra le più celebri si ricordano l’uccisione del leone di Nemea e dell’Idra di Lerna, la ripulita delle stalle di Augia, il furto dei pomi d’oro dal giardino delle Esperidi e k’aver cavalcato il mastino Cerbero dagli inferi a Micene.

Nonostante la sua natura immortale, Eracle morì in modo “naturale”: il centauro Nesso si invaghì di Deianira, moglie dell’eroe, e cercò di violentarla. Eracle lo uccise, ma il centauro convinse la donna ad intingere una vestaglia con il suo sangue in modo da legare il marito a lei. Deinara seguì il consiglio e dette la tunica imbevuta di sangue al marito il quale, per effetto del veleno, iniziò a soffrire dal dolore e per non prolungare la propria agonia si costruì una pira e si dette fuoco. La sua anima fu prelevata da Zeus il quale lo accolse nell’Olimpo e gli dette in sposa la coppiera degli dei, Ebe.

Il mito di Eracle ha dato i natali al seminale archetipo dell’uomo forte e invincibile, dotato di straordinari poteri e di una forza impressionante. Già nell’antichità Euripide lo inserì tra i protagonisti dell’ Alcesti, dove però appare in una versione un po’ parodica venendo rappresentato come un ubriacone. Il tema della forza e dell’invincibilità tornarono utili a Gabriele d’Annunzio quando nel 1914 collaborò alla sceneggiatura del film Cabiria di Giovanni Pastrone, creando il personaggio del gigante Maciste. La più note versioni dell’eroe sono ovviamente quella Disney del film Hercules, dove la storia dell’eroe viene ovviamente rielaborata per un pubblico di giovanissimi ed è contornata da un’atmosfera soul e funk, e la serie TV Hercules: The legendary Journeys. Infine la forza incredibile di Hulk, Superman e di tanti altri supereroi non può rinnegare che sia un’eredità del celebre eroe semidivino.

Apollo e Dafne

Nei miti greci un’altra costante irrinunciabile è ovviamente quella dell’amore. Lo si vede bene nella storia del dio della musica e della poesia Apollo e della ninfa Dafne.

Apollo si trovava a Delfi e aveva appena ucciso il serpente Pitone. Vittorioso si imbatté nel dio dell’amore Eros e lo schernì, sostenendo che un fanciullo come lui non potesse tenere un’arma come il suo arco. Eros allora si vendicò, colpendo con una delle sue frecce il dio che si innamorò di Dafne. Tuttavia il dio dell’amore colpì la ninfa con una freccia di piombo, che la rese insensibile all’amore.

Apollo trovò Dafne e iniziò ad inseguirla instancabilmente. La ninfa cercò di sfuggire al dio senza riuscirci e invocò l’aiuto di Gea, la personificazione della terra. Fu così trasformata in una pianta di alloro, nel momento stesso in cui Apollo stava per abbracciarla.

Tra i miti greci quello di Apollo e Dafne rappresenta un’allegoria dell’amore impossibile e irraggiungibile, ma ci regala anche una simbologia iconografica importante. Si pensi alla celebre stata di Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini, ma anche al valore simbolico dell’alloro: dapprima pianta che diventa emblema dello stesso dio della poesia divenne un simbolo poetico vero e proprio con Francesco Petrarca, il quale fu incoronato “poeta laureato” al Campidoglio da Roberto d’Angiò nel 1341. Non si può dimenticare poi l’usanza di mettere sul capo degli studenti appena laureati una corona d’alloro, sinonimo di saggezza e di maturità.

Fonte immagine: https://pixabay.com/it/bont%C3%A0-athena-europa-atene-2258249/

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