Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Io, Daniel Blake

Io, Daniel Blake: l’analisi sociale di Ken Loach

Io, Daniel Blake è il titolo dell’ultimo film del regista marxista Ken Loach. Il film è stato premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Il giudizio fu unanime, già alla prima unì pubblico e critica. Ken Loach è da sempre un regista sensibile alla realtà sociale che ci circonda, ed è eminente esponente di un cinema civile, socialmente impegnato. Aderì, infatti, al movimento Free cinema (cinema libero), movimento cinematografico inglese, culturale, sociale e politico (esplicitamente di sinistra) degli anni cinquanta e sessanta del XX secolo, di forte contestazione del cinema britannico dell’epoca.

Trama: Io, Daniel Blake

Il film narra la storia di un operaio, Daniel, il quale non può più lavorare a causa di un grave problema al cuore. Avrebbe dunque, secondo il sistema britannico, diritto ad un’indennità per l’invalidità lavorativa, ma succede che dopo essere stato visitato dall’ente che se ne occupa, risulta per lo Stato idoneo a lavorare, nonostante il suo cardiologo lo obblighi al riposo. Daniel si trova così in un limbo burocratico. Avrebbe bisogno del battesimo della burocrazia per accedere ad un servizio che gli spetta di diritto. Ma non gli viene concesso. Non può né lavorare, né ricevere il sussidio.

Sembra assurdo, ed è proprio l’assurdità che crea una pasoliniana rabbia nello spettatore, che rivede in Blake la sua stessa frustrazione per la quotidiana lotta contro quell’invisibile nemico. In questa kafkiana lotta Daniel non sarà solo. Incontra una donna single madre di due bambini. Da qui Loach tesse per noi una drammatica amicizia al fine di mostrarci come nonostante i colletti bianchi, veri soldati dello Stato, minino la dignità dei cittadini, si può ancora trovare bellezza, affetto e solidarietà. Combatteranno insieme per resistere, per mantenere la dignità di esseri umani. Con un finale definibile di agghiacciante bellezza.

Siamo tutti, Io, Daniel Blake. L’impegno civile

I personaggi di Daniel Blake e quello della madre single, sono, oltre a due outsider, due tipi umani. Cioè incarnano non due persone distinte ed uniche – tralasciando la relativa unicità di ogni individuo –  ma due persone che hanno in ognuna di loro un tipo sociale comune: queste due persone rappresentano i mali, i turbamenti, le ansie, di due comuni e per questo archetipici esseri umani. Possiamo pertanto dire che ognuno di noi è un po’, forse più di un po’, Daniel Blake. Per questo il titolo inizia con il pronome personale Io. Il quale deve necessariamente essere mutato in un Noi.

La battaglia contro la burocrazia che Loach ci mostra è la nostra stessa battaglia, certamente con forme diverse, ma non dissimile per il contenuto. La madre single con due bambini non è forse il tipo umano più comune del nostro secolo? Ecce Homo, verrebbe da dire. Ecco chi è l’essere umano, un animale sociale. Ma la civiltà nasce per una convivenza civile tale che ci guidi alla felicità pubblica come ben dicevano gli Illuministi? Oppure è forse un sistema orwelliano edificato per ingabbiarci, umiliarci, fino a farci credere di essere noi stessi il problema?

Conclusione. Chi è, “Io, Daniel Blake”?

Forse Loach ci sta dicendo che all’individualismo nietzschiano si deve contrapporre un collettivismo che ci unisca al fine comune: una convivenza civile che preservi la nostra dignità di essere umani, e non la calpesti. Finalmente qualcuno sceglie coraggiosamente di portare alla ribalta il problema delle classi sociali meno abbienti, e viene premiato. Loach è fra i pochi che ancora credono nella funzione conoscitiva che ha l’arte. Sicché con Io, Daniel Blake, usa la settima arte, ovvero il Cinema, per conoscere e per analizzare criticamente; non si si limita a deformare la realtà allegorizzandola, ma ce la mostra nuda nelle sue contraddizioni.

Ricordiamo, al fine di meglio esplicitare il messaggio che il regista ha voluto trasmetterci, una strofa del cantautore italiano Caparezza, “Sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione. Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattari. Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere…”

Print Friendly, PDF & Email