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Eroica Fenice

T2 Trainspotting: l'eterna giovinezza di Mark Renton

Mark Renton torna ad Amsterdam. T2 Trainspotting (Recensione)

Mark Renton è tornato! Leggi la nostra recensione di Trainspotting 2 

 

Rispolverare, sotto forma di spoiler, la storia di quattro personaggi che da vent’anni aleggiano a mo’ di poster nelle camere di mezzo mondo, sarebbe un affronto a chi questo film merita di goderselo adrenalina alla mano. D’altronde, oggi è molto difficile entrare in un cinema carichi a mille prima della visione di un sequel di una pellicola che ha fatto storia ed uscire dalla sala convinti di quello che si è visto, perché le attese, si sa, giocano brutti scherzi e si caricano da sole di meraviglia.

Non è il caso di Trainspotting 2, non è il caso di Danny Boyle. Un film che, insieme a “Requiem for a Dream” di Darren Aronofsky, è riuscito a rappresentare, come pochi, quella che è la visione distorta della realtà creata dal mondo della tossicodipendenza. Piombati in una Edimburgo che, a differenza del ’96, appare per forza di cose marcatamente futuristica, in cui il degrado delle case-topaia, delle moquettes ovunque e della sporcizia di una vita buttata per strada, sembra tenere perfettamente il confronto con i led, le luci psichedeliche e i mega palazzi di vetro, rigorosamente minimal e open space dei giorni nostri. Danny Boyle riesce nella non semplice impresa di coniugare il suo stile visionario, fatto di luci accecanti e flashback sconnessi con la trama che si sta seguendo, ad uscire dalla drammaticità feroce di alcune scene del primo film e aggiungere tanta nostalgia, rappresentata dal mito di una giovinezza vissuta nell’eccesso, che ha lasciato il segno, ma che viene osannata sempre dai racconti fieri e malinconici dei quattro protagonisti.

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Trainspotting 2 è il ripercorrersi di un’amicizia, l’analisi tragicomica degli errori del passato e il desiderio incondizionato di raccontarli al prossimo con la tenerezza di Spud (Ewen Bremner). Quel racconto di chi non sa scrivere, che nella vita ha collezionato solo sconfitte, ma ha talmente tanto da trasmettere che riempie la sua casa vuota con i post-it, gli appunti di una giovinezza, attaccati qua e là manco fossero dei quadri. L’analisi di un mondo che, più di altri, riesce ad essere egoista, cattivo e pronto a girarti le spalle al solo scopo di una dose di eroina. Boyle ripercorre le strade di Edimburgo e tutti gli scorci diventatine cult grazie ad una delle sue pellicole meglio riuscite con la spensieratezza di sempre, puntando sulla forza delle immagini, alcuni monologhi e colonne sonore che, a intervalli regolari, esaltano lo spettatore nostalgico che rivive il mito di Mark Renton. Un personaggio reso ancor più affascinante proprio perché a braccetto con l’eccesso che ci piacerebbe possedere ogni mattina quando usciamo di casa per andare a lavoro e torniamo la sera appollaiati davanti al maxi televisore del cazzo. Dopotutto, a chi non piacerebbe avere la sfrontatezza di Begbie (Robert Carlyle) nel dire tutto quello che si pensa ad una persona, poterla trascinare in una rissa e godere degli sgabelli che si frantumano sulla sua schiena. Affascina Begbie, è sempre lo stesso.

E come non restare colpiti dal mondo viscido e impomatato di Sick Boy (Johnny Lee Miller)? Così pieno di conoscenze, ma al tempo stesso misantropo, senza amore e con un divano che la sera si riempie solo di coca e bottiglie di superalcolici. Una battaglia contro uno sgarro del passato, quelle sedicimila sterline rubate vent’anni prima in un albergo di Londra, che ripiombano pesanti sulla coscienza di Mark e che forse, a conti fatti, nella trama del film fanno nascere una vera e propria “resa dei conti” con Begbie, che sembra quasi esagerata. Probabilmente l’unica nota stonata di un film che avvince dall’inizio alla fine, senza annoiare o cadere nella banalità del precotto. Tutti sembrano aver perso qualcosa. E nell’afflizione di questa ferita, nella perdita di una giovinezza alla quale sembrano non volersi rassegnare, si rimettono alla ricerca di quel paradiso che gli possa permettere, ancora una volta, di “scegliere la vita”, “tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”. 


Mark Renton nel primo Trainspotting: