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The Fountain

The Fountain-l’Albero della Vita, recensione con spoiler e analisi del cult filosofico

The Fountain- l’Albero della Vita, la recensione e l’analisi di un piccolo cult filosofico che ha molto da insegnare al pubblico

 

The Fountain- l’Albero della Vita è il terzo film diretto dal regista Darren Arronofsky dopo “Pi-il teorema del delirio” (1998) e “Requiem for a Dream” (2000). La pellicola, che offre molti spunti interessanti per un dibattito filosofico tra gli spettatori, fu un flop al botteghino ma nel corso degli anni riuscì a guadagnarsi il titolo di cult.

La vicenda segue tre storie d’amore ambientate in tre epoche diverse. Thomas Creo è un noto ricercatore che, assieme al suo team, sta sperimentando una cura contro il cancro. Infatti sua moglie Izzi, pittrice e scrittrice, è affetta da tale male. Mentre trascorre le proprie giornate a casa, la donna sta scrivendo un romanzo d’amore intitolato “The Fountain”.

Ambientato tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500, il romanzo parla del conquistador Tomàs Verde, partito per il nuovo mondo su volere della regina Isabella, alla ricerca di un albero dai poteri curativi nella giungla del Nuovo Mondo. La terza vicenda è quella di “Tommy l’uomo del futuro” che vive in una dimensione onirica-futuristica assieme al suo albero mentre aspetta di avvicinarsi alla stella morente Xibalbà…

The Fountain, la recensione del cult di Darren Aronosfky

The Fountain è un progetto epico realizzato dal giovanissimo Aronofsky dove si affronta il tema di “eros e thànatos”, tre storie ambientate in mondi lontani ma unite dallo stesso tema. Hugh Jackman (famoso per aver interpretato Wolverine nella saga degli X-Men ma anche aver preso parte in film come Australia, The Greatest Showman, I miserabili e Prisoners) e Rachel Weisz interpretano i protagonisti di questo dramma filosofico nei panni di Thomas e Izzi.

I punti di forza del film sono le immagini; Aronosfky ha usato poca CGI, le scene dove abbiamo intensi colori ed esplosioni sono fotografie di reazioni chimico-biologiche, d’altronde il regista si è ispirato a 2001:Odissea nello Spazio di Kubrick, che è un notevole esempio di cinema che parla per immagini, oltre alle musiche curate dal musicista Clint Mansell. L’unica grande pecca del film secondo alcuni critici è la sua ambizione, il progetto nasceva con un budget maggiore (70 milioni di dollari e un cast con Brad Pitt e Cate Blanchett), a causa dei ritardi e dei costi troppi alti da investire in un progetto del genere, Aronosfky ha dovuto “ritoccare la sceneggiatura” adattandola ad un budget più modesto rispetto a quello precedente. Solo così la Warner Bros diede il via libera al progetto.

Passato, presente e futuro: l’epica storia di Thomas e Izzi tra simboli e filosofia (attenzione agli spoilers)

Ma cosa vuole significare l’opera di Aronosfky? Cosa accomuna le tre storie d’amore in diverse epoche?
In realtà la vicenda di Thomas Creo e di Izzi, di Tomàs Verde e la regina Isabella e quella di “Tommy” e del suo albero sono legate dallo stesso filo conduttore.

Il primo motivo che lega le vicende è quello dell’Albero della Vita, presente in molte religioni. Lo stesso film inizia con una citazione della Genesi dove si parla della cacciata di Adamo ed Eva da parte di Dio, l’umanità ha perso il dono dell’immortalità dopo che i progenitori mangiarono il frutto proibito. Infatti, nel Giardino dell’Eden, oltre al celebre Albero della Conoscenza del Bene e del Male (dove Adamo ed Eva colsero il frutto), c’era anche l’Albero della Vita.
L’altro simbolo è Xibalbà, l’oltretomba della mitologia maya, situato nei pressi di una stella morente e legato al concetto di morte e rigenerazione; i Maya credevano nella ciclicità della storia e quindi al ripetersi di avvenimenti.

La vicenda principale da seguire è quella ambientata nel presente; Thomas, anziché trascorrere più tempo con sua moglie destinata a morire, preferisce concentrarsi sulla ricerca di una cura contro la morte, ossessionato dalla (futura) perdita della propria sposa. E l’ossessione di Thomas si configura nel suo alter ego romanzesco e storico, il conquistador Tomàs Verde. Costui parte per l’America Centrale alla ricerca di un leggendario albero descritto da un monaco durante un suo viaggio per convertire gli indigeni.  La regina Isabella chiede il suo aiuto per sconfiggere il malvagio inquisitore che accusa la monarca di eresia. Insomma Thomas corrisponde a Tòmas, Izzi corrisponde alla regina Isabella mentre il perfido inquisitore che affligge la Spagna è la raffigurazione del cancro che sta uccidendo la moglie del ricercatore.

Il viaggio porta Tomàs all’interno di una piramide maya e, dopo aver sconfitto un sacerdote, giunge in un giardino paradisiaco. Qui trova l’Albero della Vita e decide di medicare le ferite del precedente duello con la linfa. Dopo aver visto gli effetti miracolosi, il conquistador beve voracemente la linfa e la sua cupidigia di vita si concretizza nell’assidua e inutile ricerca di Thomas della cura alla morte. La linfa ha però un effetto negativo: l’uomo viene soffocato da alcune piante che nascono nei suoi organi interni a causa dell’alta fertilità della linfa.

Invece Tommy del mondo futuristico-onirico è l’alter ego positivo del protagonista. L’uomo vive su “un isolotto galleggiante di terra” con un albero ormai privo di vita; diretto verso Xibalbà. Stavolta Izzi è rappresentata dall’albero morente che Tommy cerca di salvare dal proprio destino prendendosene cura (l’opposto della sua controparte terrestre). Verso la fine del terzo atto, l’albero mostra i segni dell’arrivo imminente della morte, significa che Isabel è morta e non può seguire il viaggio col suo compagno. Allora il Tommy onirico accetta il proprio destino e sceglie una nuova strada, “si lascia andare verso Xibalbà, smaterializzandosi prima dell’ingresso nella stella morente”.
La vicenda riprende dal momento in cui Thomas ha lasciato sua moglie per recarsi al proprio laboratorio. Qui lo scienziato esce dal centro di ricerca per rincorrere sua moglie e trascorrere del tempo assieme.

Una pellicola da riscoprire per il suo valore filosofico

Aronofsky ci presenta un vero e proprio gioiello del cinema che non ha avuto il giusto riconoscimento. Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, la pellicola arrivò nelle sale americane nel novembre del 2006 con esito negativo. Nonostante ciò, la fama del regista, la crescente popolarità di Jackman e i servizi di streaming hanno permesso al pubblico di riscoprire questa perla fino ad allora poco nota ed apprezzata.

 

Fonte immagine di copertina: Wikipedia.

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