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Eroica Fenice

Unorthodox: trovare l'uguaglianza nella diversità

Unorthodox: trovare l’uguaglianza nella diversità

Unorthodox è la nuova miniserie del momento.

Prodotta da Netflix e creata da Anna Winger e Alexa Karolinski, racconta in quattro episodi la sorprendente vita di Ester “Esty” Shapiro, una 19 di fede ulta-ortodossa chassidica, e ci accompagna alla scoperta di realtà lontanissime e stupefacenti. Manhattan è sormontata, in alcune zone, da un sottilissimo filo, invisibile per molti e di vitale importanza per altri, l’Eruv. Si tratta di una recinzione spirituale che delimita il dominio privato della comunità ebraica. Infatti, durante lo Shabbat, il sabato, agli ebrei non è concesso alcun tipo di attività, se non la preghiera. Fra i tanti divieti c’è quello che impedisce di trasportare oggetti al di fuori della propria abitazione. Così, l’Eruv estende il domicilio anche agli spazi pubblici.

In Unorthodox si percepisce chiaramente come questo divieto sia in realtà più esteso e più pesante di quanto appaia. Lo capiamo ripercorrendo, passo dopo passo, la vita di Esty, una ragazza obbediente e devota, istruita allo Zaddiqu, il giusto rispetto delle regole, ma che rivela fin da subito il suo essere “diversa” rispetto alla comunità in cui vive. Si tratta di un gruppo di ebrei del movimento Satmar che, alla fine della Seconda Guerra mondiale, si sono trasferiti a New York, nel quartiere di Williamsburg, con un intento ben preciso: rinchiudersi in se stessi, dopo le profonde ferite provocate dal contatto con il resto d’Europa, per dar nuova vita a sei milioni di ebrei, gli stessi persi nell’Olocausto.

Proprio questo ripiegamento verso il passato e quest’aria di dovere trasportano la vita della comunità in un contesto atemporale, chiaramente avverso a tutto ciò che è diverso. La sensazione inconscia di difformità si sviluppa in Esty di pari passo alla storia. Le piccole limitazioni dell’infanzia vengono amplificate quando compie l’età da matrimonio, 18 anni, e si trasformano in macigni sempre più pesanti perché, asfissiata dal senso di responsabilità, capisce di essere in trappola. Ma è proprio quella diversità a offrirle una nuova opportunità. Esty scappa e raggiunge la più lontana delle realtà, quasi un mondo parallelo: Berlino.

La nuova città rappresenta l’antitesi perfetta della comunità: non solo è il fulcro metaforico della strage nazista, ma è colorata, moderna e senza regole. Il luogo da cui, durante la guerra, erano scappati in milioni, diviene per lei la meta salvifica. Proprio a questo punto, quando Esty trapassa fisicamente la distanza del suo mondo da tutto il resto, entriamo in contatto con la sua pura sensibilità: quella di una giovane donna che vive il cambiamento con tutti i suoi timori, con le sue contraddizioni e con forti sofferenze, piuttosto che con un’eroina fantastica capace di stravolgere la sua vita senza battere ciglia. La protagonista percepisce il peso di quel filo invisibile che sembra essere attorcigliato a lei e che la rende fragile, come fatta di cristallo. Questo aspetto è sostenuto magistralmente dalla scelta e dall’interpretazione della protagonista, l’attrice israeliana Shira Haas. Appare, infatti, capace di interpretare il suo ruolo con la giusta dose di pathos, senza eccedere nel sentimentalismo patetico e senza apparire troppo costruita. Ciò, insieme alla difficoltà di comprendere emotivamente le sensazioni di una comunità così lontana dalla nostra, crea un equilibrio stabile e curioso, capace di tenerci attaccati allo schermo.

Unorthodox, un rifiuto scandaloso

Altri motivi di interesse riguardano la lingua poiché Unorthodox è la prima serie che utilizza quasi interamente l’yddish, un dialetto giudaico-tedesco, oltre che la storia alla quale si ispira. Si tratta del romanzo autobiografico di Deborah Feldman: Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche. Ancora, il fatto che il racconto sia fortemente influenzato dalle credenze religiose ma non metta in dubbio la fede della stessa protagonista che, anzi, ricerca disperatamente un nuovo modo per vivere la sua spiritualità in modo sano. A convincere sono quindi molti aspetti, tutti secondari, però, al messaggio universale che viene trasmesso: ognuno, circondato dal proprio eruv metaforico, indifferentemente dalla differenze culturali, religiose o morali, lotta insistentemente per i propri desideri e per la propria libertà, pagando il caro prezzo di diventare se stessi. Una storia da ascoltare (o meglio da guardare) per ricordarci quanto siamo simili, anche se anni luce distanti.

Immagine: Netflix

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