Vicente Villlanueva alla regia di Toc Toc | Recensione

vicente villanueva

Recensione di Toc Toc, un film di Vicente Villanueva.

Edificio di eleganza spagnola. 75 scalini. Qui è il 5° piano.
MENTUM
CENTRO DE PSICOLOGÌA

Conòcete a ti mismo  

[…]TOC-Dr Casimiro Palomero.

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Nell’anticamera dello studio del dottor Palomero — alla reception la segretaria, donna veracissima, comode sedie imbottite borgogna e divanetti trapuntati nero pece, alle pareti molte lauree e diplomi, le piante verdi nei vasi, i mobili in legno lucido, il Vangelo sul tavolino, la moquette a righe, libri-giochi-riviste di gossip, salute, psicologia, auto e paranormale — si riuniscono i pazienti delle 16.30: cinque personaggi affetti dal TOC, ossia DOC, ossia disturbo ossessivo compulsivo, danno vita a una serie di gag esilaranti che precipitano, via via, verso un finale del tutto inaspettato.

La pellicola dal titolo Toc Toc (anno 2017, regia di Vicente Villanueva, distribuito in Italia da Netflix) ruota intorno al disvelamento delle dinamiche che costituiscono il disturbo ossessivo compulsivo con fare pirandellianamente comico e umoristico. L’assurdità del comportamento da DOC diventa il nucleo creativo del carosello dinamico e incalzante di situazioni che pongono l’occhio straniante di fronte al duplice compito di divertirsi e riflettere. Se da un lato le azioni così inscenate dai personaggi-protagonisti della commedia mirano esplicitamente a suscitare ilarità, dall’altro cooperano al fine di illustrare — con quel realismo psicologico che talvolta solo la commedia ci consente — il disagio di convivere con il DOC.                                   

Lo spettatore del film di Vicente Villanueva è quindi chiamato, alla maniera della teoria pirandelliana sull’umorismo e il comico, a osservare il comportamento di Anna Marìa (Rossy De Palma), ossessionata dalla religione e dal controllo, di Emilio (Paco Leòn), aritnomane e accumulatore, di Blanca (Alexandra Jiménez), misofobica, di Lili (Nuria Herrero), ossessionata dal ripetere due volte tutto ciò che dice, Otto (Adriàn Lastra), ossessionato dalla simmetria che gli impedisce di calpestare le righe, Federico (Oscar Martìnez), affetto dalla sindrome di Tourette, e a riderne alla prima superficiale visione per ritrovarsi poi, in un secondo momento, a indagare i moti più segreti di queste azioni e i meccanismi di innesco. A quel punto allora il riso subisce una metamorfosi e diventa sorriso di solidarietà, moto di riflessione, sensibile empatia con il prossimo.

Il disturbo ossessivo compulsivo è, nella definizione generale, un disturbo di natura psichiatrica considerato estremamente invalidante. Il meccanismo del DOC poggia sull’equilibrio tra ossessioni e compulsioni: le prime sono pensieri di natura profondamente intrusiva che svolgono un effetto genesi sui secondi, ossia i comportamenti ripetitivi che hanno come vano fine quello di esercitare controllo sulla realtà.
Per esigenze pratiche, potremmo dire che quindi il DOC è una danza che gira in tondo figurativamente interpretabile come un cerchio che si chiude proprio nello stesso punto in cui si apre.

Descrivere il DOC è dunque scrivere di una battaglia atipica in un luogo inconsueto: pensieri vestiti da paladini, con gli elmi e gli scudi e le spade sguainate, in groppa a cavallini da giostra su una giostra, girano in tondo nell’estenuante ripetizione del “su e giù” determinato dal motore del carosello con le luci intermittenti. E pensieri-bambini, con gli occhi sgranati, guardano i paladini con gli elmi e gli scudi e le spade sguainate — in groppa ai cavallini della giostra — e con la bocca fanno le forme dello stupore: non si accorgono dell’espressione estenuata dei paladini che fanno “su e giù” senza sosta, mossi dal motore del carosello, — senza volontà propria — sono diventati pupi incastrati sui cavallini e tra le luci intermittenti. Allora i pensieri-bambini allungano la mano e indicano i paladini dicendo: da grandi saremo come loro?

Toc Toc di Vicente Villanueva: avere il DOC è così divertente?

Palomero è luminare che «non visita mai lo stesso paziente due volte» ed è «una specie di filantropo che visita i pazienti gratis», mentre Blanca è costretta a un continuo andirivieni dal bagno per lavarsi ad ogni minimo contatto, Anna Marìa non smette di preoccuparsi per la sua casa e nemmeno di pregare o farsi ripetutamente il segno della croce, Emilio è ossessionato dal contare, Otto non calpesta la moquette a strisce e Lili cerca di parlare il meno possibile per evitare di “doversi ripetere”. «Che bel circo abbiamo messo su»,  afferma a un certo punto Emilio. Di fatto questi personaggi, come circensi-funamboli, trapezisti, giocolieri e clown, si destreggiano tra gli eventi della vita costruendo una bolla nella quale vivono e dalla quale sono esclusi tutti gli altri perché «nessuno ci capisce e la società pensa che noi siamo strani».

I retroscena delle gag sono del tutto esplicite nel fatto che, seppure Anna Marìa sia divertente nei battibecchi con Emilio, noi dobbiamo osservarla ammettere che, a causa del DOC, le sue amiche non la invitano più a bere la cioccolata e dunque è sola; Emilio è il personaggio più comico nel contesto dell’anticamera del dottor Palomero, ma è anche un taxista insopportabile e un marito fallito; Blanca è un tecnico di laboratorio che addirittura si lava i capelli nel bagno dello studio, traendo dalla sua borsa phon e shampoo, e vive ingabbiata in un mondo asettico dove le relazioni sociali sono del tutto escluse; Otto sembra un personaggio fuoriuscito dalle comiche anni ’20 ma è la stessa persona che viene abbandonata nel bar dove sta cercando di conoscere una ragazza perché è troppo «strano che metta in ordine tutto e che non cammini sulle strisce arrampicandosi sui pioli delle sedie»; Federico è un signore distinto ed elegante che all’improvviso lancia in aria parole turpi e dissacranti. Ma chi è Federico fuori dall’anticamera del dottor Palomero, fuori dal contesto dei suoi nuovi strani (ci si perdoni questo aggettivo!) amici? Un uomo pazzo o un uomo volgare, un uomo solo che Esmeralda non ha voluto sposare per paura che usasse il turpiloquio con il prete nel giorno delle nozze.

Toc Toc deve il suo titolo all’acronimo TOC che sta per “Trastorno Obsesivo Compulsivo” e contemporaneamente all’uso onomatopeico di cui Laurent Baffie, per primo e nell’omonima commedia teatrale da cui la pellicola è tratta, scoprì la potenzialità. “Toc toc” è il suono ridondante delle porte che si aprono e si chiudono continuamente nel corso del film ed è allo stesso tempo la resa suggestiva della ridondanza che contraddistingue il disturbo ossessivo compulsivo: la parola “toc”, sì, ma ripetuta due volte, come in questo testo volontariamente si ripetono più volte le stesse parole per dare “onomatopeicamente” il senso del doc alla scrittura.

I protagonisti di Toc Toc, inoltre, possiedono il promemoria del loro DOC nel loro stesso nome. Anna Marìa possiede in “Marìa” la destinazione a un DOC che attenga al campo religioso e di fatto i suoi “aracnidi” tessono mille e mille fili intorno alle sue mani mentre danzano il segno della croce o consumano il volto dell’effige santa nella sua casa. Emilio ha un nome che si presta a una conversione numerica dello stesso e diventa, di fatto, una targa d’auto che gli amici di lui simpaticamente gli fanno stampare sulla maglietta. Blanca è “colei che è perseguitata dalla ricerca dell’eterno candore” e Otto, così ossessionato dalla simmetria, ha un nome palindromo. Lili, che ripete due volte le cose che dice, ha un nome che effettivamente è costituito dalla doppia ripetizione della sillaba -li. L’unico personaggio, il cui nome non implica l’avere un destino nel DOC, è Federico ma Federico, si vedrà in corso d’opera, esula dalla condizione comune agli altri pazienti, in quanto si dichiara affetto dalla sindrome di Tourette. E la sua situazione extra-ordinaria, in un contesto tanto elitario come quello del micro-universo umano che si viene a creare nell’anticamera dello studio di Palomero, lo rende un personaggio molto speciale.

I personaggi chiudono la pellicola di Vicente Villanueva fuoriuscendo dall’anticamera di Palomero e lasciando la segretaria da sola nei suoi vaneggiamenti; dicono «Palomero non ci serve più, abbiamo fatto da soli» e vanno via, come si è soliti andare via all’interno di una bolla: tenendosi il DOC ancora addosso — come una borsa, il mazzolin di chiavi o la maglietta — con l’esigenza di farselo più largo per colpa della consapevolezza di quanto gli sia sempre stato stretto.

Non è dato guardare fino in fondo
né è concesso interpretare le figure.

A. Perrone, Sutura, I

Fonte dell’immagine: Wikipedia

A proposito di Arianna Orlando

Classe 1995, diplomata presso il Liceo Classico di Ischia, attualmente studente presso la Facoltà di Lettere all’Università di Napoli Federico II, coltiva da sempre l'interesse per la scrittura e coniuga alla curiosità verso gli aspetti più eterogenei della cultura umana contemporanea, un profondissimo e intenso amore verso l’antichità. Collabora con una testata giornalistica locale, è coinvolta in attività e progetti culturali a favore della valorizzazione del territorio e coordina con altri le attività social-mediatiche delle pagine di una Pro Loco ischitana.

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