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Eroica Fenice

Xavier Dolan: l'arte del cinema

Xavier Dolan: l’arte del cinema di un “enfant prodige”

Un’incessante sequenza di primi piani, dialoghi serrati da una costante presenza di rabbia, intensità emotiva, e si potrebbe dire di disperazione, scene intervallate da precisi momenti musicali, sono alcuni degli elementi che ritornano sempre nel cinema di Xavier Dolan.

Attore, regista, sceneggiatore e doppiatore canadese, precisamente di Montréal, quindi dall’animo francese se non europeo, una considerazione che caratterizza in qualche modo una parte dei suoi film. Un cinema che, a soli 27 anni, è riuscito a rendere originale, personale. Nel senso che i suoi film sono più che facilmente riconoscibili da un marchio registico che nella contemporaneità cinematografica non ha nessuno, specialmente quella parte stereotipata del cinema americano a cui tutto il mondo fa riferimento. Eppure, o proprio per questo, il suo cinema o si odia o si ama, alla follia.

È solo la fine del mondo, l’ultimo film di Xavier Dolan

È il caso della sua ultima pellicola uscita purtroppo, almeno in Italia, in pochissime sale, nonostante abbia vinto il Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes e sia candidato come miglior film straniero ai prossimi Oscar: È solo la fine del mondo. Basato sull’omonima piéce teatrale degli anni Novanta di Jean-Luc Lagarce, il film vede come protagonista Louis (Gaspard Ulliel), un giovane scrittore che ritorna nella sua odiata quanto amata famiglia per rivelare a tutti la sua morte imminente per una malattia terminale. Sarà l’inizio di lunghi confronti ed estenuanti discussioni che metteranno in gioco ricordi sopiti e problematiche mai risolte fino in fondo. È solo la fine del mondo è la celebrazione di tematiche care a Dolan, come traspare da ogni singolo rapporto che il protagonista ha con i membri della sua famiglia, dal fratello (Vincent Cassel) e la sorella (Léa Seydoux, il cui successo con La vita di Adele gli ha permesso di diventare Bond girl in Spectre), al rapporto con la cognata (Marion Cotillard), ma soprattutto con la madre (Nathalie Baye).

Viene assolutamente naturale tracciare una linea di comparazione tra il rapporto che il protagonista (un ruolo in cui c’è sempre, anche se in una piccola parentesi, un po’ di se stesso) ha con la madre e quello che c’è tra il protagonista e sua madre nel precedente film di Dolan, Mommy. Sempre nei film di Dolan la figura materna viene raccontata attraverso una lente di ingrandimento, verso cui dimostra perennemente l’esigenza di squadrarne i meccanismi, riflettere su ogni singolo momento di intesa, o di scontro, tra madre e figlio.

I temi che ritornano nel cinema di Dolan

Una tematica che ritorna, di film in film, e che ha origine da J’ai tué ma mère (letteralmente “Ho ucciso mia madre“, appunto) primo lungometraggio di Dolan, di cui è non solo regista, ma anche sceneggiatore ed interprete, a soli diciannove anni. In parte autobiografico, per la presenza del tema dell’omosessualità (un classico è Tom à la ferme ma anche Laurence Anyways) e per una audacia che è fortemente viva nell’arte cinematografica di Dolan, enfant prodige. Davvero l’enfant prodige del cinema, che da un’adolescenza scapestrata e senza un soldo è passato a dirigere grandi nomi quali Natalie Portman, Jessica Chastain e Susan Sarandon nel suo prossimo progetto in uscita nel 2017, The Death and Life of John F. Donovan.

È un cinema quello di Xavier Dolan che racconta l’intensità del suo tempo, attuale e forse anche oltre l’attualità, che Dolan è riuscito a rendere viva e presente attraverso un’immagine. Dolan trasforma un momento, un’istantanea, in una scena in movimento, senza mai perdere la potenza ad esempio di quella che può esserci in un perfetto scatto fotografico (da guardare per credere è Les Amours imaginaires del 2010). I suoi personaggi sono eccentrici quanto lui, esagerati (quanto la sua carriera non ancora trentenne?) e umani, quindi imperfetti, quanto lui e quanto tutti noi. Umani perché intricati, maledettamente ricchi di angoscia, certo eccessivi, ma veri perché fanno tutt’altro piuttosto che nascondere il dolore dei tempi moderni.

In questo succede che si è facilmente criticabili, perchè sì, probabilmente Dolan può risultare essere eccessivamente virtuoso nella sua regia e sfiorare un’inquietudine che nausea, ma non c’è nessuno che possa paragonare il suo modo di vedere la vita e riutilizzarlo perfettamente in un film come fa lui.

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