Angelo Gaccione e i suoi ‘Poeti’ | Recensione

angelo gaccione

Angelo Gaccione, nel suo Poeti. Ventinove cavalieri e una dama (Di Felice Edizioni, 2025), traccia un percorso poetico che attraversa un universo individuale di modelli, entro le cui coordinate è possibile individuare una profonda riflessione sull’‘essere’ e sull’“esserci”, sulla vita e sulla Storia che circostanzia la vita propria e altrui.

 I ‘poeti’ di Gaccione: tra lettura e scrittura

Poeti è un libro intimo e, come sostiene Alessandra Paganardi, che insieme a Vincenzo Guarracino ne cura le note, costituisce «molto più di una raccolta di poesie: è un’autobiografia, un documentario, un laboratorio di scrittura, un formidabile archivio fotografico, un petrarchesco Secretum» (p. 7). Un itinerario nel proprio sentire, insomma, attraverso i propri ‘poeti’, dai cui passi si intraprende un cammino creativo e riflessivo scandito, tappa dopo tappa, dalla viva presenza di exempla poetici.

Per analizzare meglio gli aspetti contenutistici in tal senso è opportuno riflettere sulla struttura del libro. Angelo Gaccione compone il suo volume di trentuno poesie: la prima funge da introduzione, da soglia, mentre le successive prendono avvio da ciascuno dei poeti scelti e appaiono disposte in ordine cronologico di scrittura, tra fine luglio e il mese di agosto 2022 (p. 11). Sulla base di ciò si fa strada una prima considerazione, ovvero quella per cui i singoli componimenti di Gaccione svolgono e ricontestualizzano il contenuto in nuce di quelli da cui sono avviati: in tal modo si sancisce l’appartenenza culturale di Gaccione al modello e l’introiezione, mediante la lettura, del suo immaginario poetico. Come conseguenza di questo agire “a priori” (vale a dire quello scaturito all’atto della lettura), prende forma una seconda considerazione: la ricontestualizzazione del significato originario determina un suo arricchimento portato dalla sensibilità di Gaccione, dalla dinamica intima che definisce il suo sentire poetico. Si ha dunque, l’impressione, leggendo Poeti, non solo di entrare nel ‘laboratorio’ di Gaccione, ma soprattutto di assistere a un dialogo poetico tra l’autore e la sua fonte; fattore, questo, che permette di riflettere sul carattere dinamico delle significanze poetiche, introiettate al momento della lettura ed estrinsecate all’atto della scrittura, dopo un periodo di latenza, più o meno lungo, nell’io poetico.

Frammenti di un dialogo poetico in Angelo Gaccione: alcuni esempi

Entrando nel merito delle poesie, è da precisare la maniera d’avvio dei componimenti: essi principiano da versi (non sempre il primo) delle poesie-modello, svolgendo la tematica secondo il sentire proprio di Angelo Gaccione; in altre occasioni, la composizione si dipana intorno ad un concetto cardine, un filo simbolico della poesia originale intramato nel tessuto della fonte poetica, intessendo una riflessione ulteriore a quella dell’exemplum.

angelo gaccione

Per citare alcuni esempi, si veda quanto accade nella poesia Sereni di Gaccione: «Qui il tarlo nei legni… | ha roso la credenza da ogni | parte. | Era la credenza di mia nonna | sopravvissuta a tre vite | fino a me. || Ora è piena di buchi | come il fondo dello scolapasta. || In silenzio ricama dentro il legno | il tarlo, e vive. | Ma quello che lavora in me | a cosa mira e vuole?» (p. 21). Una breve poesia che può definirsi ‘multifocale’, vista la pluralità tematica. Ciò che pare evincersi in primis, è il passaggio da una dimensione temporale esteriore ad una esistenziale interiore: il tarlo, che agisce sugli oggetti desueti della memoria, finisce per rodere diuturno il poeta. Si veda ora la poesia Il tempo provvisorio di Vittorio Sereni, da cui il componimento di Gaccione origina «Qui il tarlo nei legni | una sete che oscena si rinnova | e dove fu amore la lebbra | delle mura smozzicate | delle case dissestate: | un dirotto orizzonte di città. | Perché non vengono i saldatori | perché ritardano gli aggiustatori? | Ma non è disservizio cittadino | è morto tempo da spalare al più presto. | E tu, quanti anni per capirlo: | troppi per esserne certo» (Gli strumenti umani, 1965). Anche qui la dimensione esteriore sembra permeare l’immagine poetica tratteggiata dai versi e come nella sua filiazione essa non è altro che panorama interiore dell’io poetico dell’autore, inconciliato e inconciliabile con la realtà. Inoltre, pare possibile riconoscere la prossimità della poesia di Gaccione a quella di Sereni nel sentimento di fatiscenza dell’individuo, proiettato, come un’ombra, sugli ‘oggetti’ poetici decadenti (alle «mura smozzicate | delle case dissestate» di Sereni corrisponde la credenza «piena di buchi | come il fondo di uno scolapasta»). Nella natura solipsistica delle due poesie, ulteriore vicinanza è data dalla chiusura di entrambe: a quella lapidaria di Sereni fa eco l’incognita (forse solo in apparenza) di Gaccione, che sembra esprimersi, in maniera inquieta rispetto alla rassegnazione di Sereni, sulla consunzione dell’individuo di fronte al tutto.

Nella poesia Quasimodo (p. 21), poi, Gaccione riflette sull’archetipo della terra madre mutuando il tema dal componimento Isola (Òboe sommerso, 1932) del poeta di Modica. Oltre che il primo verso, da cui germinano quelli di Gaccione («Di te amore m’attrista»), l’autore recupera dal modello immagini poetiche, che si inseriscono nell’intento precipuo della nuova lirica: così, ad esempio, gli «oscuri profumi | […] d’aranci», che in Isola hanno il compito di rievocare il ricordo della propria terra e il dolore della distanza, spaziale e temporale, nella poesia di Gaccione si realizzano nella terra «odorosa di zagara» e si arricchiscono di una tematica che può dirsi civile, percorrente l’intero componimento: il ricordo della propria terra non è (o non è solo) nostalgia, dolore per la lontananza, ma dolore per il destino di una terra mater non più veramente sentita o riconosciuta dai suoi figli: «Hanno svilito il tuo nome nel mondo | piegato come servi a dire sì. || Io no, non ti ho tradita | e torno a te | con tenerezza antica». Non sembra rilevante stabilire se la terra di cui si parla sia Cosenza, luogo di nascita di Gaccione, Milano, città in cui egli vive, o più in generale l’Italia; ciò che interessa al poeta è ricucire i fili di amorose corrispondenze, un sentimento di imperitura appartenenza, tra l’io lirico e la propria terra: « Non so dove mi coglierà la sorte | ma il mio respiro lo regalo a te».

Un ulteriore esempio può essere quello costituito dalla poesia dedicata ad Antonia Pozzi (p. 28) – unica dama tra cavalieri –, che prende avvio dal verso Anima, andiamo. Non ti sgomentare, primo del componimento Fuga (1929) della poetessa milanese. In essa, come spesso accade nei suoi versi, Antonia Pozzi in dialogo con la propria anima trasfigura la realtà, attraverso immagini vivide – diremmo fotografiche –, in assoluto soggettivismo, mediante il quale esprime il proprio essere sofferto: «non guardare il lago, | s’esso ti fa pensare ad una piaga | livida e brulicante». Una sofferenza lenita soltanto dall’aspirazione all’evasione, un invito rivolto a se stessa onde ripararsi da quel «velenoso mondo che la attira e la respinge», allo scopo di ritrovare una pacificazione interiore: «E tu sarai, | nella pineta, a sera, l’ombra china | che custodisce: ed io per te soltanto, | sopra la dolce strada senza meta, | un’anima aggrappata al proprio amore». Per quanto riguarda il componimento di Gaccione, egli sembra proseguire il “cammino senza meta”, mano nella mano al proprio ‘io’: «facciamo un tratto di percorso ancora | tienimi compagnia fino a sera | se tu stai salda io non crollerò». Tuttavia, nella poesia di Gaccione non vi è approdo al sospirato, bramato, agognato locus amoenus pozziano; in questo il senso della poesia di Gaccione, in cui pare avvertirsi un vero e proprio rovesciamento del significato del componimento d’origine o, meglio, una sua rivelazione tragica, come tragica è la fine della sua autrice: la volontà di una ‘fuga’ pacificatrice dal mondo (e nel mondo) di Antonia Pozzi resta irrealizzata, tenendo a mente l’esito della vita della poetessa; di conseguenza, nel segno di una concordia pessimistica, Gaccione non può non rivelarsi in balia di quel mondo che ‘sgomenta l’anima’: «Non ci saranno sprechi di parole | e anche tu da qualche tempo taci | anima mia perché non ho conforto? | Se non consoli me chi ti consola?». Il dialogo, come anche altrove, si fa solipsismo, in una, forse, delle poesie più intime della raccolta Poeti.

Questi sono solo alcuni esempi di riflessione in cui si tenta di ripercorrere gli intrecci dei fili che legano Angelo Gaccione ai suoi modelli, modelli interferenti che talvolta coesistono, in termini di tematica (e quindi di sensibilità poetica), in un’unica lirica. Si sono, insomma, osservate alcune delle forme e dei modi dei componimenti di Poeti, ma ci si può ancora chiedere il perché di una simile raccolta, cosa ha spinto Gaccione alla ‘gioiosa fatica’ di un libro intimo e profondo come questo; una domanda, del resto, lecita se proprio l’autore, in limine del volume, con la poesia Poeti (p. 13), pone un quesito, il quesito, che introduce e sintetizza il tutto: «Chissà per quale scopo | vengono al mondo i poeti». Un quesito indiretto e articolato con fine retorica, velato di una profonda malinconia: «Forse per cantare la mestizia | del fiore reclinato sul suo stelo | il brontolio dell’acqua tra le rocce | il sibilo del vento lungo i muri | le nubi appollaiate sopra i tetti | il garrire delle rondini nel cielo | le ombre che si allungano alla sera | l’angoscia dei profughi in cammino. | Dare conforto al cuore di una madre | rendere accettabile il dolore | e fare che la morte sia gentile. | Chissà». Una serie di vocazioni a cui sono chiamati i poeti (e chi scrive è sicuro che ogni poeta che legga questi versi si sentirebbe chiamato in causa da almeno uno di tali intenti); una serie di vocazioni, si diceva, che si concretizzano in una profonda consapevolezza, la quale, infine, tutte le ingloba e che i poeti sono chiamati a sostenere. In tal senso, i due versi finali della poesia sono chiari: «O solo per gravarli della pena | che la fatica di vivere comporta». Nulla da aggiungere, questo distico rivela il senso profondo dell’intero libro di Angelo Gaccione.

Fonte immagine: foto fornita dall’autore, Angelo Gaccione (a sinistra) con Giuseppe Langella, 29 ottobre 2025.

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A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-2016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica Fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

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