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Eroica Fenice

Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole.

Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli. 

Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione

Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno. 

Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma.

E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante.

Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore.

Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole.

Mentre nei capitoli al passato c’è tutta la fenomenologia della storia d’amore che nasce, cresce e sfiorisce, in quelli al presente c’è invece tutta la confusione tipica della perdita, nonché la necessità di andare oltre, nonostante le poesie che ti parlano di lei, nonostante quel film racconti esattamente la tua storia, nonostante la vostra vecchia casa sia piena di oggetti che portano ancora addosso le sue impronte e il suo profumo. Ed è proprio in quella confusione che si nasconde la necessità primordiale dell’uomo di ritrovare, nella più totale instabilità che è la vita, qualcosa di stabile, di concreto come l’amore, che però spesso si rivela ancor più fluttuante. 

L’immagine finale spiega il titolo del racconto: Atlante è Valerio, che porta su di sé il peso di una storia che finendo, non mette fine alla sofferenza. Narciso, invece, è la sua amata, che dall’alto si specchia e non vede altro che la sua immagine. L’alto e il basso di una storia che, chiudendosi, lascia un vuoto che le parole vogliono forse sigillare, per quella capacità intrinseca della scrittura di trattenere, lasciando andare.

Una penna quasi impressionista quella di Vincenzo Scaglione, che accennando, definisce una storia che non ha bisogno di essere approfondita per essere compresa, perché è viva nelle parole dell’autore, con la consapevolezza che le parole non spengono il fuoco, anzi lo trattengono, affiggendo un marchio che, cicatrizzando, pian piano non brucia più, ma lascia il segno. Il segno di un’anima che ha bisogno di ricomporsi e rimettersi in piedi, iniziando con le parole, primo baluardo delle anime sensibili perché scrivere, spesso, è anche un po’ curarsi.

Fonte immagine: http://www.labottegadelleparole.it/?attachment_id=1014

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