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Eroica Fenice

Una cultura, una vita: l’hip – hop. Intervista al b – boy Ugo B- Bones

I talent show e i reality di ogni genere contribuiscono ad una cattiva diffusione di informazioni ed alla creazioni, nell’immaginario comune, di immagini ed opinioni distorte e completamente sbagliate riguardo alla maggior parte delle “discipline” da essi trattati.

È così che un sabato pomeriggio, ad ora di pranzo, tra un rigatone ed un pezzo di formaggio, scorgi in TV un puntino rosso/fucsia, che ad un’analisi più approfondita capirai essere l’acconciatura di una giovane ragazza, che si muove con ritmo ed energia su una base musicale. Fin qui nessun problema; senti, poi, una voce androgina purtroppo nota che ti informa che quello che vedi è hip – hop.

Andiamoci piano. Nulla togliendo a quella povera ragazza, vittima anch’essa della trasfigurazione che la maggior parte dei concetti subisce in TV, bisogna ricordarci che si sta denaturando e, soprattutto, banalizzando una cultura.

L’hip – hop, come tantissime altre forme di espressione umana, NON è quello che si vede in TV.

È una cultura multidisciplinare (rap, danza, writing, djing)  che nasce, essenzialmente, come elemento di aggregazione di della comunità afro americana stabilita, tra gli anni ’70 e ’80, nei quartieri più difficili delle grandi metropoli americane. Non è il caso di dilungarsi sulla sua nascita: quello che urge è ribadire che, in quanto espressione culturale, deve essere assolutamente rispettata e non soggetta alla violenza mediatica. È soprattutto la danza, nell’interezza delle sue discipline (hip hop, poping, locking, house, breaking), l’elemento maggiormente diffuso e “commercializzato”. Sembra quasi che essa sia la meretrice di tutte le altre danze, come se tutte avessero tecnica e disciplina e lei no, una disciplina che tutti si sentono in grado di rappresentare perché considerata priva di regole.

Ma non è così: essa richiede amore, passione e impegno. È una grave mancanza di rispetto banalizzare una cultura, una disciplina che, per molti, come per Ugo, rappresenta tutta la sua vita, passata, presente e futuraA dircelo è proprio lui, Ugo B – Bones Simeone, un b – boy di ormai decennale esperienza, che ha ballato in numerosi spettacoli, essendo stato parte del corpo di danza che ha accompagnato il comico partenopeo Alessandro Siani nei tour degli anni precedenti, ballerino, coreografo ed insegnate di hip – hop che insieme ai passi e alla tecnica, diffonde ai suoi allievi anche la “cultura”.

Come ha avuto inizio questa passione? E quando, soprattutto, hai capito che sarebbe diventata il perno della tua vita?

L’hip-hop mi ha corteggiato a lungo prima ancora di conoscerlo. Da  piccolissimo stavo a contattato con mio cugino più grande che era già un b – boy affermato e ammirato da tutti e per me era una specie di divinità. Negli anni ’90 a casa mia si alternavano le visite di tantissimi esponenti della scena italiana di allora (tra cui Kid-head dei “Passo sul tempo”). Nonostante tutti questi input ho iniziato a viverlo solo quando ho iniziato a voler imitare anche io tutti quei breaker che avevo sempre visto dai VHS. Un passo tira l’altro, qualche cerchio, qualche sfida e senza accorgermene mi sono ritrovato a gironzolare per l’Italia per le battle. Ho iniziato nel 2002 col breakin’ e non ho mai più smesso”.

Hai avuto l’abilità, la capacità ed il coraggio che la maggior parte delle persone non ha: hai trasformato la passione della tua vita nel lavoro della tua vita. Ma, concretamente, l’hip hop ti “dà da mangiare?”

L’hip-hop per me non dà da mangiare, nel momento in cui lo fa smette di essere Hip-hop. Ci sono pochissime persone che arrivano a fine mese facendo il puro hip-hop senza perderne lo spirito originale. Insegno in varie scuole di danza, faccio show per vari locali, comparse in videoclip. Insomma cerco di fare ciò che mi piace, anche se è dura perché ormai tutti cercano di “campare di arte”. Io sono un insegnante, coreografo, performer… e alla base di tutto sono hip-hop. Più che abilità è stata la mia perseveranza che è stata ripagata: il talento può benissimo non bastare se non coltivato. Bisogna crederci. Se tu non credi in te stesso come fanno a crederci gli altri??”

Ghetto blaster sulle spalle, un paio di scarpe da ginnastica, un pavimento: il breaking è ancora questo? O l’evoluzione ha portato i b – boy e le b – girl a dimenticare le proprie origini?

I b – boy di oggi non hanno niente da dimenticare perché non hanno vissuto l’underground. Si scrivono ai corsi, fanno stage, e guardano video. Pochi hanno ballato sull’ asfalto o passato la notte in stazione in un altra città dopo aver ballato a 500 kilometri da casa con solo uno zainetto in spalla. Oggi si balla per sembrare più “fighi”, perché è di moda, per tenersi in forma. Un tempo si ballava per esprimersi, perché non se ne poteva fare a meno, per spirito di sana competizione o semplice aggregazione. Si può fare rap, fare break, graffiti senza necessariamente essere hip – hop, così come cappellino, canotta da basket e pantalone largo non fanno di te un b-boy. È lo spirito che purtroppo manca alle nuove generazioni.”

Per cercare di dare un’immagine di questa splendida e mal conosciuta cultura, Ugo  si serve delle parole di un noto MC italiano, Ghemon Scienz in un featuring con Kiave e DJ Lugi, “Peace,Love,Unity&Having Fun”:“ (…) Venne la difficoltà dei pregiudizi razziali, bianchi, neri, portoricani, incapaci a sentirsi americani, fratelli nello stesso cerchio ma con diverse madri, verso arti figlie della povertà vera e della voglia di uscirne,tra punk e frikkettoni del Village pronti a ridefinirle, nessuno seppe come sfuggirle!”; ed aggiunge che “un giro sulla testa non fa di te un b – boy, così come una tag o un vestito. L’ amore per l’espressione umana e l’abilità di raccontarti attraverso una qualunque disciplina… ecco l’hip – hop

Diffidate, dunque dalle imitazioni, non limitatevi a quello che la TV vi propina, ombre sfocate di brutte copie dell’originale. La disinformazione è ovunque e danneggia la cultura in tutte le sue molteplici sfumature umiliando chi di essa ci vive.

 
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