Erri De Luca al festival Ricomincio dai libri con A grandezza naturale

Erri De Luca ospite al festival “Ricominicio dai libri” nella Galleria Principe di Napoli per presentare l’opera “A grandezza naturale”

“Erri scrive fondamentalmente in prosa ma è una prosa levigata come se fossero levigate, accompagnate, accarezzate da un attitudine poetica [….], quale altra capacità si presta meglio, tradotto in trenta paesi, amato dai lettori che dalle lettrici. La sua scrittura c’è sempre un riferimento alla sua vicenda personaggio. Erri ha scritto molto sulla figura materna [….] Non aveva mai scritto a proposito di quella paterna.”

Con queste parola la moderatrice Titti Marrone aveva introdotto la presentazione del libro dello scrittore napoletano Erri de Luca con il suo ultimo romanzo “A grandezza naturale”, edito dalla Feltrinelli e presentato sabato 25 settembre al festival “Ricomincio dai libri” nella Galleria Principe di Napoli. Stavolta lo scrittore napoletano si è cimentato con il tema della figura paterna tra la Bibbia e la sua cultura napoletana. 

Erri De Luca e il tema del rapporto padre-figlio nel mondo ebraico, da Chagall alla Bibbia

All’inizio del libro, l’autore ha voluto omaggiare un noto pittore russo di origine ebraiche, ossia Marc “Marek” Zacharovič noto come March Chagall. Il dipinto in questione è il Ritratto del padre.
Oltre a citare Chagall, De Luca si ricollega al mondo ebraico attraverso il tema padre-figlio con la storia di Abramo e Isacco, quando un angelo chiese al patriarca ebreo di uccidere il figlio pur di dimostrare fede verso Dio. Lo scrittore campano li rappresenta in modo diverso, Isacco come un gigante forzuto mentre Abramo è un’esile anziano che si regge col bastone, un’immagine diversa dal forte e robusto padre e dal tenero ed esile figlio:

“[….] [Abramo e Isacco] salgono su questa montagna e le lettere della Scrittura Sacra dice che Abramo porta con se la legna e il fuoco, come si portava il fuoco. Raccoglievano le braci della sera precedente con dei cocci e con quei cocci accedevano i fuochi. La legna la porta Isacco ma era una legna che serviva a bruciare un corpo intero. Allora l’immagine che abbiamo di un Abramo […] gigantesco con un ragazzino come Isacco è totalmente inventata. Isacco è un gigante, una specie di mulo, di somaro che riesce a caricarsi tutta quella legna sulle spalle. Abramo, invece, arriva […] come fa a legare il figlio? semplicemente con la collaborazione di suo figlio, Isacco si lascia legare [… ] potrebbe prendere il padre, lasciarlo li sul posto e andarsene per i fatti suoi […] ma non può disonorare il padre davanti alla voce che lo sta trascinando lì, in quei territori, nel suo vagabondaggio […] La cosa curiosa di questa legatura è che non c’è la slegatura, non si dice che Isacco viene slegato, c’è solo il verbo legare [… ] ne che si scioglie […] in quel momento resta legato, qui c’è il rapporto tra padre-figlio, il rapporto genitore-figlio non si scioglie in nessuna maniera. Qui in gioco c’è tutta la libertà personale […]”

Lo scrittore racconta la sua infanzia, il rapporto col padre, il suo carattere chiuso e lo scontro tra italiano e napoletano

In seguito, dopo aver abbandonato il tema del mondo giudaico, De Luca aveva ricordato il rapporto col proprio genitore:

“Se mio padre avesse fatto il pescatore, ora avrei una casa piena di reti da pesca, se fosse stato un cacciatore magari dei fucili […] diciamo che i libri facevano parte della nostra condivisione […] Avevo un carattere totalmente chiuso, non avevo nessun rapporto col mondo esterno. Oggi si potrebbe dire che, insomma, avevo un atteggiamento autistico, mia madre pensava che io fossi muto e mi doveva sollecitare delle parole. Ma oggi sarebbe stato un disturbo del comportamento, sarebbe stato curato anche clinicamente, allora ero stato salvato da questo lato del carattere grazie al fatto che c’erano i libri, potevo chiudermi dietro i libri e lì ero inespugnabile. […] Erano libri di mio padre, non libri che avevo comprato […] a lui piaceva che leggessi i suoi, e poi ha trasmesso la cultura. Era stato soldato alpino, durante la seconda guerra mondiale, era stato alpino sul fronte greco-albanese e da quella esperienza ha conservato soltanto un sentimento di affetto, di cordialità e di gratitudine nei confronti delle montagne […] di quel tempo non ha portato nessun racconto ma una caterva di canti alpini e questo succedeva per le nostre serate c’era un repertorio vastissimo di canti alpini che mio padre aveva portato. Da mio padre ho preso i canti alpini e da mia madre i canti napoletani perché io sono di madrelingua completamente napoletana, adesso parlo italiano perché mi trovo a fare queste conversazioni, faccio una conversazione in italiano come voleva mio padre senza accenti ma era una lingua che non c’entrava con Napoli […] a tavola si parlava in dialetto ma mio padre pretendeva che con lui si parlasse questa seconda lingua, una lingua tranquilla mentre il napoletano si mangia le parole a morsi, tutte parole tronche.”

Il dialetto napoletano e la lingua Yiddish, comunicare a Napoli e nel Getto di Varsavia

Qui lo scrittore collegò il mondo giudaico descritto con Abramo e Chagall alla sua cultura di provenienza, quella napoletana:
“[…] la più alta densità abitativa d’Europa, [..] il linguaggio era continuamente concitato, aveva bisogno di parole […] e di gesticolazione [..] la gesticolazione serve a spedire il messaggio il più lontano possibile nel mezzo della densità. La stessa gesticolazione io l’ho trovata nei racconti dei Ghetti ebraici, lo Yiddish molto simile al napoletano per lo stesso motivo, per la densità, per la gesticolazione e per la necessità di avere parole veloci. Quando mi sono messo a studiare lo Yiddish, che è la lingua degli ebrei dell’Europa orientale, ho capito che quelli erano dei napoletani che parlavano un’altra lingua o che noi eravamo una delle tribù perdute di Israele.”

Secondo lo stesso autore, l’Italiano era legato alla “voce lenta e pacata del padre che non voleva sentire alcuna parola in dialetto.”

 

De Luca e la generazione del ’50, una presa di coscienza da parte dei giovani ?

Infine, lo scrittore aveva affrontato il tema delle generazioni che si confrontano con  quelle precedenti, dalla “sua ribelione contro il padre fino al tema attuale di una classe politica anziana rispetto al paese”:

“ […] oggi questi rapporti di gerarchia sono lontani anche perché i dati, che lo rendono il paese più vecchio del mondo dopo il Giappone, rendono il nostro paese in uno stato clinico geriatrico, si tratta di geriatrica, noi soffriamo di una classe politica geriatrica [….] Noi eravamo quelli esclusi dalla comunità del dopoguerra, eravamo così numerosi che non avevamo potuto neanche essere assorbiti dal servizio di leva, c’era regolarmente la leva eccedente rispetto a quello che poteva essere rastrellato dai […] eravamo tanti, eravamo maggioranza”

Secondo il parere dell’autore, il fatto di essere stata la prima generazione maggiormente istruita aveva permesso “di accorgerci di avere una massa critica, o di vedere che siamo critici di fronte a tutte le gerarchie e a tutti i poteri [.…] temevano fenomeni di resistenza e di opposizione fisica […] quindi abbiamo avuto una condizione politica che ha ricordato proprio così quella metà del novecento. Un giovane [di oggi] non può immaginare quei rapporti di forza che si vedevano, improvvisamente, rovesciati non solo dal punto di vista delle età ma anche dal punto di vista delle classi. Improvvisamente le classi subordinate diventavano le classi che prendevano la loro voce e si facevano ascoltare, condizione di un paese democratico fino a che esiste la libertà d’espressione.”

Chi è Salvatore Iaconis

Nato nel 1999 a Napoli e iscritto al corso di laurea di Lettere Moderne all’Università Federico II di Napoli. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania dal 26 gennaio 2021. Grande amante della lettura dai classici della tradizione fino ai best-sellers più recenti, appassionato di cinema in tutte le sue forme nonché di teatro, storia, arte e filosofia.

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