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Eroica Fenice

vincolo cieco

Il vincolo cieco di Luigi Salerno, un romanzo di potenza e riflessione

Da poco pubblicato dalla Ferrari editore, Il vincolo cieco è la terza opera di Luigi Salerno, scrittore e sceneggiatore.

Il vincolo cieco è di una potenza riflessiva disarmante: pensieri corroborati da una moltitudine di parole che ad un primo momento disturbano, ma in un secondo si comprende come, invece, siano state incastrate secondo una logica scrittoria, da Luigi Salerno, sceneggiatore e scrittore alla sua terza opera.

Strano, quindi, come si possa credere che questa infinità di input e riflessioni che provengono da un unico narratore senza nome, che scandaglia la sua vita quanto le persone che la popolano utilizzando una vorticosa e sempre nuova valutazione, possa essere condensata in sole seicento e più pagine. Troppe per i pochi fatti raccontati, scarse azioni che nel loro dinamismo permettono solo un cambio di scena (molte volte in realtà riproposte, ma con sensazioni diverse): poche per i continui disfacimenti interiori del protagonista, poche per i monologhi che lascia che i suoi personaggi utilizzino per parlare in prima persona e, il più delle volte, per svelare qualcosa di inatteso. Più che monologhi sono sfoghi, eruttazioni vulcaniche che scandagliano la successiva, impercettibile e forse impassibile, reazione del narratore senza nome.

Più che impassibile appunto cieca: il protagonista si strugge per la maggior parte di questo lungo romanzo/riflessione, alla ricerca, o alla non ricerca, di qualcosa che sfugge sempre al lettore, o che a tratti sembra cambiare direzione, con la speranza perenne che il nostro protagonista possa trovare una pace interiore forse mai agognata. Lupo solitario, gli fa da dimora un semplice appartamento così tanto confortevole nell’abitudine, sia degli oggetti come un macinino di caffè, sia nelle prospettive visive che appaiono sempre le stesse da tutti gli angoli della casa, come il balcone dei vicini dirimpettai Goslin con la metodica donna che innaffia instancabilmente le sue piante.

Scrittore fallito per sua scelta, abitudinario nei suo lavoro di bigliettaio al cinema Napoleone, si corrobora in un cervellotico continuum di prove e preoccupazioni, condita da una estenuante insonnia, nella possibilità di creare un nuovo format scrittorio che si sintetizza in una serie di file su una cartella del computer dal nome “Logbook”. Qui, il protagonista racconta di se stesso, ma anche di personaggi inventati, o persone che abbiano un vincolo con la sua esistenza, tra fatti reali e immaginari. Una di queste persone è Aris, la moglie del caro amico Paul, una donna affascinante nella sua fragilità, dalla bellezza erotica nelle sue calze quando indossa una ridondante gonna scozzese.

Soggetto del desiderio, e per questo uno dei centri verso il quale il protagonista oscilla continuamente, tra essere e non essere, volere e non volere, immaginare e non vivere insieme a lei i due figli, David e la piccola Vic, un animo sensibile e forse proprio per questo sentito più vicino. Il narratore così ne dipinge una figura innocente, spezzata nella sua tristezza e nel suo silenzio da un contorno molto più violento e pesante per poter essere sopportato nella sua purezza. Piegata alle ingiustizie del mondo se vediamo il suo personaggio acquisire un ruolo maggiore nell’universo: una bambina senza colpe ma che soffre tutti i dispiaceri di una vita ancora acerba.

In questo gioco di parole infinitesimali, di pensieri sublimati che raramente si trasformano in azione, ci sono altri personaggi che compongono l’universo del protagonista: c’è Vezio, il pragmatico amico che sceglie di cambiare vita trasferendosi in un paese irpino dai paesaggi dimenticati, fermi nel tempo. E poi la sua nuova compagna Roxanne, che sarà di ispirazione per il protagonista, nella sua giovinezza, nei suoi modi affabili, gentili, coinvolgenti, ma che nascondono quella incapacità di sopportare le circostanze che è poi un po’ il leitmotiv del romanzo.

Il conforto del dolore ne Il vincolo cieco 

Oltre a questa incapacità, in Il vincolo cieco primeggia una stasi perenne, il conforto che spesso ci lascia l’indecisione e il dolore in quanto abitudine, il conforto di una non scelta, che sta nel non chiedere mai, nel non rischiare mai, sconfitti dalla debolezza o forse impauriti da ciò che potremmo scoprire. Come le molte volte in cui il narratore ricordando avvenimenti passati o d’infanzia, o semplicemente parlando con i suoi amici, riflette sul non avere la decisione di chiedere, tenendosi aperto a dubbi e per questo a sensazioni irrisolte.

Oltre all’amico Paul – con il quale probabilmente l’io narratore costruisce un rapporto di contrasto-venerazione quasi in una condizione di simbiosi-nemesi soprattutto per il legame che Paul trova con il suo stesso psicologo, il dottor Pops, e con il desiderio soffuso d’amore con la moglie -, c’è un altro elemento che in Vincolo cieco conquista le riserve e l’esistenza cervellotica del protagonista, ossia Agata, la vecchia, un’entità difficile da identificare e proprio per questo soggetta ai più banali pregiudizi. Incontrata nei sui lunghi soggiorni in Irpinia da Vezio, la donna acquisisce per il protagonista un’importanza emblematica: nel suo silenzio, nella sua casa imputridita dalla puzza e dall’oscurità, che attira come una calamita visiva, Agata discerne la condizione di sfortuna e solitudine che nasconde dentro di sé una purezza inaspettata, una diversità che indispettisce i più ma attrae chi sente che ci sia una comunione esistenziale.

Infinitesimale è anche il momento in cui Luigi Salerno apre una lunga parentesi, che potrebbe benissimo essere considerato un romanzo a sé, sul rapporto tra il protagonista e suo padre, che per un periodo torna a vivere in Italia dopo una lunga vita in Germania con l’altro figlio Thomas, così diverso da quel figlio fragile e solitario. Così, tutto si dispiega nella lunga confessione del padre di un amore adultero ed impossibile, totalizzante nel suo egoismo e nella sua perversa identità: qui, in questa storia, l’autore è stato capace di esteriorizzare tutti i più complicati sentimenti dell’essere umano, così imperfetto, alieno, senza una probabile speranza salvifica.

Di un romanzo come Il vincolo cieco se ne potrebbe parlare all’infinito, nei suoi risvolti e nelle sue numerose pagine, che non conquistano per una apparente ripetizione, ma soprattutto che non conquistano per chi è abituato a guardarsi intorno con assoluta indifferenza. Nonostante un protagonista che si consuma nella sua interiorità, e a volte si potrebbe dire egocentrismo, anche se paradossalmente vediamo come pensi eccessivamente ad analizzare luoghi e persone, il romanzo/riflessione di Luigi Salerno conquista per una semplice considerazione: come sia il riflesso, enigmatico, complicato, trascendentale, isterico, passivo, dell’uomo contemporaneo.

Ilaria Casertano

Fonte immagine: ferrarieditore.it

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