Sarà presentato il 19 dicembre alle ore 19.30 presso l’Osteriola di Sant’Agata (Via di Montaccianico, 1) in Toscana, il nuovo libro di Fabio Gimignani “Zibibbo Kid”, edito da Jolly Roger Edizioni.
Un’opera eccezionale, una prova d’autore, che stavolta fa cimentare Fabio Gimignani con un genere western. Il libro affronta la storia di un giovane siciliano che parte alla volta del Nuovo Mondo in cerca di fortuna. “La frontiera” diviene in qualche modo il giro di boa che prevede la trasformazione del giovanissimo Calogero Parisi, che rissa dopo rissa, diviene quello che tutti conosceranno col nome di Zibibbo Kid. Una storia potente dove ironia e profondità si fondono insieme, regalando un libro dove introspezione e humour strizzano l’occhio ad un western contemporaneo ed emozionante.
Indice dei contenuti
Dettagli editoriali del libro Zibibbo Kid
| Dettaglio | Informazione |
|---|---|
| Titolo del libro | Zibibbo Kid |
| Autore | Fabio Gimignani |
| Casa editrice | Jolly Roger Edizioni |
| Genere letterario | Western, romanzo di formazione |
| Data presentazione | 19 dicembre 2025 |

Intervista a Fabio Gimignani
Com’è nata l’idea per questo romanzo? È un appassionato di genere western?
Non in particolare, ma erano i film che da piccolo guardavo insieme a mio padre, che è mancato da poco e al quale il libro è dedicato. Il genere comunque mi ha sempre affascinato, più nei suoi manierismi che nella forma pura: ho amato film come “Trinità” e “C’era una volta il West”; oppure il “Django” di Tarantino e “The Hateful Eight”, sempre dello stesso regista. Diciamo che preferisco il genere western “sporco” rispetto a quello canonico con John Wayne e Gary Cooper. Poi ho amato moltissimo “Il prefetto di ferro” con Giuliano Gemma e Claudia Cardinale, per le sue atmosfere così dense di quella Sicilia in bilico tra onore e violenza. Ripensandoci, però, l’attrice compare anche in “C’era una volta il West”… vuoi vedere che del western non me ne frega nulla e mi piace la Cardinale? Chissà. Comunque l’idea è spuntata da una riflessione piuttosto semplice: in tutta l’epopea del West abbiamo sentito parlare di pistoleri e sceriffi leggendari, ma erano tutti di origine olandese, inglese, tedesca, francese… e gli italiani? Possibile che in tutto quel pantheon di gunmen non ce ne sia mai stato uno partito da casa nostra? La tentazione di porre rimedio a una simile ingiustizia è stata davvero troppo forte.
Crede che il genere western stia tramontando? In che modo sarà possibile tramandare questa passione ai più giovani?
Il western è un genere intramontabile. Basta guardare quante serie sui vari Netflix e Prime attingono al mito della Frontiera, magari trasponendolo in realtà distopiche e surreali, ma sempre saldamente ancorate a due Colt portate appese al cinturone. Tramandare la passione ai giovani è un altro paio di maniche: considerando la tendenza dilagante a subire i contenuti più che a ricercarne di nuovi, io mi accontenterei se riuscissimo a tramandare Pinocchio. So che è un discorso da Boomer, di quelli che iniziano con “ai miei tempi”, ma il panorama culturale di oggi è deprimente, e lo si deve in primis alla perdita di curiosità, e questa è indotta da una sovrabbondanza di input multimediali. “Ai miei tempi” le informazioni dovevi andartele a cercare, magari in biblioteca; adesso ti arrivano anche se non le vuoi. È lo scotto della tecnologia portata agli eccessi. E del fondamentale disinteresse di adulti che poi così adulti non si rivelano.
L’anti eroe di Fabio Gimignani nel libro Zibibbo Kid
Nel suo romanzo Calogero Parisi è impacciato e innocente. In che modo egli diventa un eroe anzi un anti eroe?
Calogero Parisi, per sua stessa definizione, parte dalla Sicilia come una “bestiolina impaurita”; che poi penso sia stata la condizione psicologica di ogni emigrante che puntava il naso verso ovest e guardava l’oceano per la prima volta, con un sacco pieno di stracci, speranze e tanta, tanta paura. Eroi o anti eroi si diventa a un prezzo altissimo: la perdita di quell’innocenza che a volte cediamo di buon grado, e altre volte ci viene strappata in malo modo. Calogero è costretto a sopravvivere in un confronto con cose troppo più grandi di lui, e reagisce con quella memoria rettile che va sotto al nome di istinto di conservazione. Non vuole diventare un eroe; non gliene frega nulla, ma vuole vivere. E anche le bestioline impaurite, davanti ai predatori, spesso scoprono zanne e artigli che non immaginavano nemmeno di possedere. Ma fa male. Fa sempre male. E anche se riusciamo a sfuggire alla presa della morte, il tocco gelido delle sue dita ci rimarrà sempre addosso.
In cosa si sente più affine a Zibibbo Kid e in cosa differisce profondamente?
L’ingenuità del protagonista credo che rifletta molto la mia. Ho incontrato moltissime persone che hanno fatto leva sui sentimenti e sulle passioni per farmi vedere oro là dove c’era solo fango. Chiamali narcisisti, profittatori o semplicemente poveri di spirito, ma il mondo ne è pieno. E come Zibibbo Kid mi sono trovato a reagire, magari non impugnando due Colt (anche se mi sarebbe piaciuto, giuro!), ma trasformando l’ingenuità e la fiducia in un’armatura difficile da penetrare. Ma il prezzo, come dicevo poc’anzi, è la perdita di un’innocenza che, per quanti tentativi si possano fare, non tornerà mai più. Da lui differisco nel non riuscire a guardare in faccia la fine con la rassegnazione di chi sa di non avere più nulla da perdere. Ma lui è il personaggio di un romanzo e si può permettere certe smargiassate; io no.
Qual è il suo personaggio preferito di Zibibbo Kid e perché?
Amo ogni personaggio che creo, buono o cattivo non fa nessuna differenza.
Ma a parte il protagonista ce ne sono un paio ai quali ho voluto particolarmente bene. Uno è senza dubbio Carmine: una spalla eccellente e un caleidoscopio di personalità da fare invidia a uno schizofrenico professionista. È il frutto migliore della mia convinzione che non esista il bene senza il male e viceversa; che non esista un uomo abbastanza duro da non piangere o un giullare tanto dolce da non riuscire a uccidere.
Poi c’è una Miss Lily che rappresenta l’incarnazione dell’angelo caduto. Una sorta di Lilith (e l’assonanza non è casuale) capace di una spietata lucidità, ma anche di un amore senza limiti. Ma come vedi, ogni mio personaggio si dibatte in un dualismo imprescindibile; anche quelli realmente esistiti che cito nel libro, da Sundance Kid, a Wyatt Earp, al Giudice Roy Bean, presentano sempre le due facce di una moneta. È solo questione di capire se il sole illumina più spesso la Testa o la Croce. Poi non posso fare un torto a Heraclio Bernal, il bambino messicano che porta il nome di uno zio che fu la bandiera dell’anarchia tra Messico e Texas, e che si rivela spesso più saggio degli adulti che lo circondano. Un’altra bestiolina impaurita, ma capace di infondere quella briciola di coraggio necessaria, con la sua disarmante innocenza. Quella che ancora non gli è stata tolta come nel caso degli altri.
Il suo libro racconta la bellezza di tanti luoghi nel mondo. A quale luogo da lei citati è più legato e perché?
Amo la pace, il silenzio. Adoro perdermi davanti a orizzonti senza fine e non cerco la compagnia a tutti i costi. Forse è proprio per questo che scrivere di luoghi quasi incontaminati, dove lo sguardo si può estendere oltre ogni ragionevole previsione, mi rilassa e mi prepara all’azione successiva. Luoghi come gli stati meridionali americani, con il loro ritmo lento, scandito dallo scorrere distaccato di fiumi come il Mississippi o il Rio Grande, mi danno un senso di pace incredibile. Il fatto che io sia letteralmente scappato da Firenze e viva nel cuore del Mugello, circondato dal verde, la dice lunga sul mio desiderio di pace e tranquillità, anche se condite dalle innegabili difficoltà del vivere in campagna. E chi ha maneggiato un’ascia per spaccare la legna sa cosa voglio dire. Ma non mi vedrei male, in un futuro nemmeno troppo distante, ad allevare cavalli da qualche parte tra Texas e Alabama. Sarebbe la volta buona in cui avrei la giustificazione per comprarmi anche un enorme pick-up Dodge senza che nessuno gridi allo scandalo!

Il genere western di Fabio Gimignani
La titolazione secondaria di Zibibbo Kid è “un cazzo di western” ci spiega questa dicitura?
Innanzitutto è provocatoria. Avrei potuto trovare mille sottotitoli più politicamente corretti ed educati, ma il romanzo, pur attenendosi ai principali canoni del western, se ne discosta a tal punto che va a formare una sorta di Repubblica indipendente nel panorama narrativo. È un western. Cavolo se lo è! E di quelli dove i cavalli galoppano, le pistole fumano e i pianisti strimpellano nei Saloon tra mandriani, minatori, pistoleri e prostitute. Ma è anche un romanzo che parla di valori, di sentimenti; parla di innocenza perduta e di amore che sboccia. Di amicizia, di dolore, di legami tra un Nuovo Mondo troppo ingenuo e un Vecchio Mondo che vi si insinua dentro come un tarlo. È Pulp anni venti ed è romanzo di formazione. No. Pensandoci bene non potevo definirlo in maniera diversa: è un cazzo di western!
Cos’ha un romanzo western che manca nei romanzi di altri generi?
La possibilità di far vivere un personaggio secondo i canoni dell’epoca, facendogli compiere gesta da eroe, senza che debba per forza essere chiamato eroe. Era il West; la Frontiera. Era un posto e un tempo in cui essere al di sopra delle aspettative rappresentava la normalità, se volevi sopravvivere. Niente fantascienza, niente giustizieri mascherati della Marvel: in un romanzo western i personaggi sono eccezionali proprio grazie alla loro normalità. Il lettore non deve immaginarsi nei loro panni con uno sforzo di fantasia o indossando una tuta di spandex a Lucca Comics: la Frontiera ti voleva eccezionale, e tu lo eri, nella tua normalità di ogni giorno. Ecco cosa manca negli altri romanzi (anche in tutti quelli che ho scritto) e che compare con naturalezza nel genere western: la quotidianità di essere eccezionali, magari a propria insaputa, come nel caso del protagonista. Per approfondire l’evoluzione del genere, è interessante consultare la storia dello Spaghetti Western che ha tanto influenzato l’immaginario collettivo.
Le piacerebbe scrivere un secondo capitolo di Zibibbo Kid? Perché si e perché no?
Sarebbe bello. Perché, come dicevo, amo i miei personaggi, e ogni volta che arrivo a scrivere la parola “fine” in fondo a un manoscritto provo come un senso di lutto, e pensare che non mi siederò più davanti al computer per prestare le mie dita alla loro vita mi intristisce. È il motivo per il quale sto scrivendo il terzo romanzo con i personaggi de “Gli artigli delle farfalle”, anche se mi rifiuto – per onestà nei confronti del lettore – di trasformarli in una saga. Quindi è probabile che dalla Frontiera prima o poi riemerga qualcosa. Ma al tempo stesso so di aver dato il massimo in questa storia, e non è presunzione: so davvero di averlo fatto. Quindi pensare di riprendere su le vite di queste persone e non donargli qualcosa di meglio mi fa sentire in difetto nei loro confronti. Però chi può saperlo? Magari una mattina mi sveglio con un’idea in testa che brilla come una pepita nelle acque del Sand Creek e mi rimetto di corsa a scrivere.
Curiosità su Fabio Gimignani, autore del libro Zibibbo Kid
Qual è il momento in cui preferisce scrivere e perché?
A questa domanda mi piacerebbe rispondere con una bellissima e poetica menzogna, del tipo che mi piace scrivere con la legna che brucia nel caminetto, una tazza fumante accanto al computer e la voce di Gretchen Wilson che si diffonde nell’aria a basso volume, mentre il tramonto filtra dalle finestre e getta barbagli dorati sul tavolo.
Bello eh? Invece no: scrivo quando riesco a strappare del tempo ai mille altri impegni, alle priorità (sia mie che degli altri… soprattutto degli altri) e a ogni tegola che cerco di scansare mentre punta dritta sulla mia testa. Scrivo rinunciando a preziose ore di sonno, rincorrendo la storia che puntualmente dimentico e riannodando fili spezzati con un’abilità che Penelope, levati proprio.
Non esiste un momento o un modo per scrivere, ma esiste una necessità; un amore viscerale per la scrittura talmente forte e talmente violento da farmi dimenticare fatica, preoccupazioni e tutto quello che normalmente mi impedirebbe di concentrarmi e farmi avvolgere da quella “bolla” meravigliosa che si forma intorno a me nel momento in cui inizio a zampettare sulla tastiera. Sarà per questo che, quando sento qualcuno dire che ha “il blocco dello scrittore” mi verrebbe voglia di prenderlo a calci nel culo.
Prima di essere autore è anche editore a capo della Jolly Roger Edizioni. Cosa cerca in un romanzo e in uno scrittore? Cos’è per lei il talento?
Originalità, anche se la risposta stessa appare banale. Cerco il cuore che chi scrive dovrebbe spremere tra le righe e la curiosità di voler andare sempre un passo più in là di dove cade il cuore quando lo si lancia oltre l’ostacolo. Cerco amore. Amore per qualsiasi cosa: per una storia, una persona, un animale, un refolo di vento… penso che scrivere sia come dipingere o scrivere musica: se non lo si fa con tutto il proprio essere, allora il risultato sarà solo una brutta copia delle realtà, anziché la sua esaltazione. In un autore cerco il coraggio di mettere su carta ciò che sovente nasconde anche a sé stesso, per pudore, per timidezza, per convenzione. Non è facile trovarne, ma nemmeno impossibile. E a buon intenditor… Il talento, oggi come oggi, è la capacità di conoscere sé stessi e le proprie reali potenzialità, fregandosene di cosa dice la gente e portandosi avanti un passo dopo l’altro verso il coronamento di un sogno. Perché se sogni abbastanza forte, non c’è muro, lobby o convenzione che possa fermarti. Questo è talento.
Tra speranza, cuore e cambiamento: i messaggi di Zibibbo Kid
Il suo nuovo romanzo avrà una presentazione con un evento creato appositamente presso l’Osteriola Sant’Agata. Come le è venuta quest’idea e perché?
Perché l’Osteriola di Sant’Agata è veramente il centro del mondo, come recita un cartello che si trova affisso proprio lì. È al tempo stesso un punto di ritrovo dove scambiarsi un buongiorno ormai desueto e un luogo dove cultura e quotidianità si fondono in un meraviglioso cocktail di vera umanità. È il luogo dove ci si lamenta del tempo, ma al tempo stesso si parla di filosofia e letteratura con la stessa semplicità, anche perché lì il telefono prende malissimo e non hai distrazioni di sorta che ti distolgano da un sano conversare. E poi sono amici. Sono le persone con le quali mi ritrovo a bere il caffè la mattina e un aperitivo la sera… È un posto che sa di buono, come ormai non se ne trovano più tanti. Non potevo pensare di lasciare che qualcun altro tenesse a battesimo Zibibbo Kid.
Qual è il messaggio che vuole lanciare con il suo libro?
Speranza. Fondamentalmente speranza. A costo di spoilerare, c’è un passaggio del libro nel quale un ex schiavo, reso libero dalla Guerra di Secessione, regala un pezzetto di ferro al protagonista, spiegandogli che in realtà è un pezzo delle sue catene che ha portato con sé dalla tenuta nella quale era nato da genitori provenienti dall’Africa su una nave negriera. Josh – così si chiama il personaggio – accompagna il gesto con queste parole: «Dopo la guerra sono diventato un uomo libero e ho incontrato il Giudice, che mi ha preso con sé e mi ha dato una casa, ma le catene che mi hanno tolto dalle caviglie le ho volute portare con me, e quando incontro qualcuno che merita la mia amicizia, ne sego un pezzetto e glielo regalo; per ricordargli che da tutto si può venir fuori, anche dall’inferno più profondo». Penso che questa frase dica tutto.
A chi è indirizzato il suo romanzo? Cosa si aspetta che esso lasci nell’animo di chi lo legge?
È indirizzato a chi sa ancora sognare, ma anche a chi pensa di non esserne più capace. Perché in ogni libro, se scritto davvero col cuore, c’è sempre un granello di speranza che il lettore può scegliere di tenere con sé anche quando l’ultima pagina è volata via. È un libro che ti tiene sulla corda fino alla fine, ma l’azione e l’avventura non affievoliscono passione e tenerezza. Spero di lasciare ai lettori un sorriso. Quello di chi sa di aver cavalcato per oltre seicento pagine accanto a dei personaggi veri, e che, scendendo di sella, si possa guardare alle spalle con soddisfazione. Anche per quella lacrima che, se proprio non è fatto di legno, dovrà per forza versare.
Fonte immagine in evidenza: Fornita da Lui

