Sarà in distribuzione dal 21 novembre e presentata a Roma il 28 novembre presso La Feltrinelli Libri e Musica, in Largo Torre Argentina 5/a, la nuova raccolta di poesie Restituzione di Ilaria Palomba edita da Interno Libri editore.
Con Restituzione, edito da Interno Libri, Ilaria Palomba torna con una raccolta poetica dirompente e necessaria che segna una nuova tappa della sua evoluzione artistica. Il volume — con prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua e postfazione di Silvio Raffo — è un attraversamento lirico e simbolico del dolore, della memoria e della resurrezione dell’essere. Dopo opere come Vuoto, Scisma e Purgatorio, Palomba costruisce qui un testo che è insieme catabasi e ascesi, rito di purificazione e atto di restituzione alla vita.
La sua voce si fa oracolo, il verso si fa corpo e la poesia diventa il luogo in cui l’abisso incontra la luce.
Sono sette le sezioni del libro: Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica. Ognuna di esse promette un viaggio poetico tra dissoluzione e rinascita.

Intervista a Ilaria Palomba
Quando e come è nata l’idea per questa nuova raccolta poetica?
Due estati fa; stavo leggendo “Lo spazio letterario” di Maurice Blanchot e “L’ombra e la grazia” di Simone Weil in vista della mia tesi di magistrale sul sacro e l’impersonale. Questo poemetto l’ho scritto due estati fa, in Salento, in una dimensione estatica, senza dolore. La prima sezione, però, Alluvione, deriva da un lavoro che avevo fatto e tenuto nel cassetto, per poi riprenderlo in questo contesto: una scrittura di molti anni prima, credo del 2016, non ricordo esattamente. Ho immaginato una città distrutta da un maremoto, i cui abitanti siano diventati spettri, la ragazza chiamata Aurora è l’unica che abbia coscienza di non essere più viva. Subito dopo la prima sezione, c’è Catabasi, una discesa negli inferi dell’io, nella dimensione allucinata della dualità, delle passioni forti: desiderio, possesso, rivalità, lotta, sacrificio. Seguono Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica. Sono dimensioni che si alternano. Ascesi è l’estasi che dura qualche istante, o persino qualche giorno, magari un mese o due. Memoria ha a che fare con la nostalgia. Dissolvenza con la dissoluzione del legame con un passato che non si può riavere indietro. Restituzione è il momento presente, nel bene e nel male, l’accettazione di tutto. Mistica è impersonale: è ciò che è, senza alcuna sovrapposizione con il dover essere.
Nuove e vecchie pubblicazioni
Restituzione cos’ha di diverso dalle vecchie composizioni di Vuoto, Scisma e Purgatorio?
Dunque, la mia scrittura ha questa caratteristica: è un continuum, dove ogni opera è lo sviluppo della precedente. Vuoto è l’attraversamento di un inferno, la fine di una vita. Scisma è la scissione dal corpo e dal nome, ovvero dall’identità, una scissione dolorosa e tremenda. Purgatorio è il ritorno alla dimensione affettiva della vita, è pieno di maschere, eros, uomini, tentazioni, affetti, tradimenti. Purgatorio è il romanzo di una metamorfosi da una condizione infernale — quella di Vuoto — e psicotica — quella di Scisma — a una condizione purgatoriale: l’ospedale, l’amore, il conflitto, il corpo fragile, la distanza sono tutte prove. Restituzione è ciò che accade quando non esiste più l’io; è un poema su soggettività impersonali, presenze, fantasmi. Una comprensione profonda dell’impossibilità di separare vita e morte.
In cosa è cambiata Ilaria partendo dalle vecchie composizioni fino ad oggi?
Credo di non essere più capace di sentimenti forti e devastanti. Le stesse cose che prima mi catturavano non mi catturano più. Deserto era una silloge disperatissima. Restituzione ha echi di Deserto soltanto nella prima sezione (perché è stata scritta in un periodo ancora emotivamente turbolento), ma per il resto è un atto di trascrizione senza giudizio. La passività di cui scrive Blanchot. Rispetto a Scisma? Ne è l’opposto. Restituzione non contiene un io, ma una pluralità di voci, difatti alcune poesie sono dedicate ai poeti, agli scrittori, agli artisti amati.
Il tuo libro è come un viaggio catartico per l’approdo alla guarigione. In cosa sei guarita spiritualmente? Cosa ti ha lasciato la realizzazione di questa raccolta?
Guarigione è per me sinonimo di distanza dalle passioni. Posso dire di essere guarita da Dioniso, dal desiderio d’eccesso, dalla dipendenza affettiva, da tutte le dipendenze, eccetto quella dall’alprazolam. Mi manca però la vicinanza, l’ardore, l’innamoramento. Non mi sento incapace d’amore, ma al momento incapace di un amore che si accordi al concetto di coppia, di esclusività. L’innamoramento è effimero, certo, ti muove verso qualcosa, ma l’amore è un sentimento più complesso, in passato l’ho vissuto in modo malsano, in quanto brama, possesso, erotismo disperato, vitalismo, specchio, adesso lo sento affievolirsi, e per certi versi non bramare nulla è una forma di guarigione, ma non una guarigione completa giacché quest’ultima dovrebbe essere un accordo tra presenza e distanza, tra apertura e chiusura. Adesso non sento di essere completamente disposta all’apertura, sono piuttosto in una zona intermedia di osservazione dell’interiorità e del mondo, dove tutto è pervaso d’eros, nessun oggetto in particolare. Guarigione è distanza dal giudizio altrui, centratura, talvolta persino egoismo quando serve. Nell’arte è difficilissimo dal momento che dal giudizio altrui dipende il valore di scambio di un’opera. Ecco, la guarigione è credere talmente tanto in sé stessi, senza mai perdere di vista l’umiltà e la possibilità di confronto, da autorizzarsi da sé. Guarire, paradossalmente, può anche significare dover mandare a quel paese qualcuno, più d’uno.

In uno dei tuoi versi affermi “ci vorrebbe il corpo di un’altra”, quasi a ricordare che il tempo perso non è più raggiungibile. Che corpo vorresti per riuscire a raggiungere i tuoi interlocutori più lontani?
Il corpo di una giovane donna capace di correre e danzare, ecco, forse questo potrebbe essere un’altra volta Dioniso. La ferita è ciò che ci porta a scrivere, senza disastro non entriamo nello spazio impersonale della scrittura, come dice Blanchot, ma la ferita porta a chiudersi. Il corpo di una giovane donna senza ferita è un corpo che si apre all’ascolto, alla dynamis. Eppure, non è che uno stereotipo. A vent’anni ero bellissima, soffrivo dannatamente. Di quale corpo ho bisogno? Del corpo poetico.
Natura e vita nella poetica
In molti dei tuoi versi c’è una chiara mescolanza con la natura. In uno dei componimenti affermi di voler tornare acqua. Qual è l’elemento naturale che più senti affine alla tua opera? E perché?
È un Tempio la Natura: Baudelaire in “Corrispondenze”. La Natura è una Dea per Hölderlin, l’Onnicreatrice, non il Sacro in sé, ma una via d’accesso. Per me l’acqua è ventre, madre, femminino, protezione, libertà di movimento. Restituzione è un poema d’acqua, mare, maree, maremoti, abissi, rive, risacche, falesie.
Chi attraversa la notte possiede il giorno. Questo è uno dei versi più potenti della tua raccolta poetica. In che momento della tua vita hai attraversato la notte? Hai poi raggiunto e in che modo il giorno?
Scaturisce dalla lettura della “Notte oscura dell’anima” di San Giovanni della Croce. Ma non si tratta solo di una lettura. La notte più oscura è stata l’attrazione morbosa nei confronti del suicidio, perché non volevo concedere il mio corpo e la mia anima mai più a nessuno, per nessun abuso, neppure sottile, sottotraccia. Le conseguenze: la disabilità, sette mesi per riprendere a camminare, con un recupero parziale, una vita che fatica nella dimensione del movimento. Si tratta di aver oltrepassato il proprio massacro. Ho superato la follia, la violenza carnale, l’abuso, l’inganno, ma anche e soprattutto l’attaccamento a questo corpo di dolore che definiva la mia identità: Restituzione è il suo superamento.
Se dovessi raccontare il tuo libro in parole povere, che aggettivi dedicheresti alla tua raccolta Restituzione?
Abissale, estatico, carnale.
Qual è la cosa più bella della poesia secondo te? Credi che la poesia sia per tutti?
È una sposa, ti viene infine concesso di dare amore solo attraverso il suo volto. Non è per tutti. Non devi mai definirti poeta, chi lo fa non lo è. Non devi chiedere nulla, solo accogliere il canto. La poesia è musica, dettato, viene dalle muse. Io faccio lo stesso con la prosa. Narrativa, mai. Ogni volta che ho scritto un romanzo, da Disturbi di luminosità in poi, ho sentito di entrare in una dimensione lirica in cui, semplicemente, non strutturavo metricamente i versi e non andavo a capo, ma per me è sempre l’apertura alla dimensione del canto, della musica. Può essere stato un Requiem finora, Restituzione non lo è. Devo anche ammettere di essermi piaciuta maggiormente nei giorni del delirio, di aver raggiunto l’anelata vertigine, però, da lì si precipita fino allo schianto.
A chi dedichi il tuo nuovo libro Restituzione? E a chi speri arrivi?
L’ho dedicato a Iside, perché è la ricomposizione. Mi auguro giunga a chi è destinato.
Progetti futuri
Ilaria Palomba, quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho tanti inediti, non so cosa ne farò. Non li ho dimenticati, li ho lasciati sedimentare affinché trovassero una casa accogliente. Vedremo. In questo periodo sto lavorando con l’attrice e regista Mariaelena Masetti Zannini a uno spettacolo teatrale tratto dal romanzo Purgatorio (AlterEgo), con Valentina Blasi come aiuto regia, e in scena artisti e attori quali Marco Fioramanti, Olivia Balzar, Giulia Nardinocchi, Gianluca Bagliani, Luciano Roffi; luci e fonica Paolo Orlandelli. Per il resto si vedrà.
Fonte immagine in evidenza: Autrice

