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Eroica Fenice

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Jesmyn Ward, con Canta, spirito, canta continua la trilogia di Bois Sauvage

In questo secondo capitolo della trilogia di Bois Sauvage, Canta, spirito, canta, Jesmyn Ward ci regala un altro romanzo intenso e vivido, che le ha permesso di vincere il suo secondo National Book Award dopo Salvare le ossa, pubblicato ancora una volta in Italia dalla NN editore.

Siamo di nuovo a Bois Sauvage, Mississippi. Qui il giovane Jojo vive insieme alla sua famiglia. La sorellina Michaela, Kayla, la quale ne è completamente dipendente in tutto, prolungamento del suo corpo come della sua anima; la madre Leonie, tossicodipendente ed incapace di qualsiasi forma di istinto materno, e per questo si sente continuamente colpevole e arrabbiata. Anche nei confronti dei genitori, i nonni di Jojo e Kayla: Mam, malata di cancro che la costringe a letto sofferente, e infine Pop, che gli insegna a diventare l’uomo di casa, a sgozzare le capre per farne uno stufato con la carne e a tagliare la legna consumata dalle termiti.

Jojo però ha un dono speciale, che non gli permette completamente di raggiungere il traguardo dell’adolescenza per essere un passo più vicino all’età adulta, qualcosa di magico che lo tiene ancorato all’infanzia nonostante il suo corpo asciutto e alto che cresce. Il diventare grandi si complica ancora di più quando Michael, suo padre e compagno di Leonie, esce di prigione, e a farlo visita sarà lo spirito di una vecchia conoscenza di Pop, Richie.

Jesmyn Ward dà voce agli innocenti in Canta, spirito, canta

Canta, spirito, canta non delude nessuna aspettativa. La potenza comunicativa di Jesmyn Ward è tanto vivida, tattile, quanto quella del piccolo protagonista che ha il dono, ereditario, di comunicare con i morti, con gli animali, in un modo ancora un poco acerbo, disturbante, ma che è sentito ed impossibile da evitare. Jojo, così come Leonie, fa i conti con qualcosa che probabilmente rifiuta; aspira ad essere come il nonno, la sola figura paterna, e sente il peso della responsabilità nei confronti della piccola sorellina che non riesce neanche a mangiare senza di lui, perché allo stesso tempo sa che lui è l’unica ancora di salvezza.

Capitolo dopo capitolo, Jesmyn Ward ci offre la prospettiva di madre e figlio sui pochi ma importanti avvenimenti che accadono, mostrandoci i due punti di vista più contrastanti del romanzo. Durante il viaggio verso la prigione un tempo schiavista di Parchman e ritorno, una volta che Michael si è unito a loro, scopriamo nuove sfaccettature di Leonie.

Piegata dall’amore che prova per il suo compagno, ostacolata da tutti non solo perché lei è nera e lui bianco, ma anche perché la famiglia di lui ha partecipato alla morte del fratello Given, che Leonie vede solo quando è fatta. La sua rabbia e frustrazione nel sapere di non potere dare ai figli l’attenzione che cercano, l’affetto che desiderano, un difetto che legge apertamente negli occhi risentiti e pieni di amarezza di Jojo, uno sguardo che la colpisce più forte di una lama ma che, anche in questo caso, non può evitare.

Consapevole di non essere all’altezza, consapevole delle sue mancanze, crede che sia troppo tardi per rimediare, ed è un atteggiamento che ha per tutto il romanzo. Sa di sbagliare ma non può fare altrimenti: questa sensazione del “non abbastanza” si rispecchia anche nelle sue visioni, e nei ricordi quando pensa al passato insieme a Mam e al desiderio di poter essere chiamata da Pop ancora una volta “bimba”. Perché non riesce a vedere il fratello sempre? Perché quando la madre tentava di insegnarle l’arte delle erbe medicinali non è stata più attenta? E in lei così aleggia costante la delusione che prova verso se stessa, ma che mai purtroppo la spinge ad essere migliore.

Accanto alla costruzione umana dei personaggi, l’elemento ulteriormente positivo in Canta, spirito, canta che l’autrice ci consegna è un romanzo che dà voce ai morti. Dà voce alle cose non dette, conferisce il giusto merito ai soprusi, anche senza che nessuno possa divincolarli da una profonda amarezza, anche senza privarli di tristezza, o di quella fretta spaventosa che risulta essere l’ottenere il giusto riscatto. Infatti, per tutto il romanzo non si comprende totalmente se gli spiriti di Jesmyn Ward sono buoni; riti apotropaici e tradizione si confondono con il terrore degli spettri del passato, con cui prima o poi tutti devono fare i conti, di cui Richie ne è portavoce e testimone.

Un personaggio (insieme alla storia parallela di cui è complice anche Pop) che permette all’autrice di parlare ancora di razzismo in America e di restituire una memoria che un tempo è stata cancellata. L’unico tramite tra i vivi e i morti è appunto proprio Jojo, il portale a cui è affidata la possibilità di dare un equilibrio tra questo presente e l’aldilà.

Bellissimo, visionario quanto nitido, è l’ultimo capitolo, raggiunto dopo un crescente sviluppo del romanzo. Attraverso una catarsi descrittiva e la capacità unica di raccontare di Jesmyn Ward, unita alla traduzione di Monica Pareschi, Canta, spirito, canta raggiunge l’obiettivo di restituire giustizia al non detto, offrendoci un momento di riflessione su ciò che oggi potremmo cambiare per non cadere nei risvolti impietosi di un futuro incerto e senza voce.

Ilaria Casertano

Fonte immagine: Ufficio Stampa NN editore

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