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Eroica Fenice

Konstantinos Kavafis

Konstantinos Kavafis: Una notte a Kalinteri e altre prose

Esce per i tipi di Via del Vento la raccolta Una notte a Kalinteri e altre prose di Konstantinos Kavafis, a cura di Claudia Ciardi.

La collana Ocra gialla della casa editrice Via del Vento raccoglie piccole perle, testi inediti e rari delle voci principali della letteratura contemporanea. La sua ultima uscita, Una notte a Kalinteri e altre prose prende il titolo dal racconto di apertura della raccolta, opera dello scrittore greco Konstantinos Kavafis, il cui ricordo viene generalmente affidato a un corpus di ben oltre 154 componimenti poetici.

Il 1882 è un anno segnante per la biografia letteraria di Kavafis. Dopo un periodo trascorso in Inghilterra a seguito del disagio economico familiare, e dopo la quasi totale assunzione dell’idioma britannico a lingua principale della sua espressione poetica, avviene nel ritorno a Costantinopoli di quell’anno un fondamentale recupero delle proprie origini. Al rientro fisico ed emotivo in Grecia, si associa la presa consapevolezza della propria inclinazione sessuale. Un anno spartiacque, durante il quale la parola incomincia a declinarsi in prosa e non solo in versi.

Di poco posteriore è il racconto che oggi apre la piccola perla di Via del Vento. Come nel rientro da un lungo viaggio, e nel desiderio di «respirare un po’ d’aria fresca», l’io narrante, che non dimentica il suo essere al contempo un io lirico, visita il litorale di Kalinteri, lasciando scivolare davanti a sé l’atipicità di una sera d’estate, apparentemente uguale ad altre, eppure vivida di particolari che restituisce al lettore con colpi d’occhio veloci, ma non frettolosi: le luci calde delle abitazioni, le stoffe del mercato, due fumatori di narghilè e gli stralci fugaci della loro conversazione. Ogni elemento del paesaggio mantiene la sua concretezza, ma è intriso di una spiritualità quasi religiosa. Per Kavafis, infatti, «l’anima della natura bizantina ti sussurra “Lode a Dio”».

Il racconto Una notte a Kalinteri è la riflessione di un uomo che gode del momento di pausa, che non parla del suo vissuto o di cosa di lui sarà, ma gode del tempo presente. L’altrove è infatti un posto ignoto, in cui il narratore sa di non poter godere della quiete, e preferisce quindi bearsi nel presente «della muta armonia del silenzio». Ciò che sembra interromperlo (ma che, come afferma il narratore, in realtà lo accompagna) è quella che da Kavafis viene definita «la vera melodia dell’anima», che altro non è se non il canto. Una strofe fra tutte, la più ripetuta, recita:

Ridi se vuoi o versa lacrime,
nel mondo son tutte bugie
tutte bugie, tutte ombre.
Resta una sola verità
che è la fredda desolata terra
dove stanno i nostri dolori e le gioie.

Mentre la natura prende vita – i fiori odorano della loro «profumata eloquenza», le acque ridono e scorrono, e il cielo mostra l’espressione della pace – l’uomo può continuare a godere del silenzio, inebriato dalla forza malinconica del canto, e consapevole, nel suo rientro a casa, del potere del bastone che scandisce solennemente le ore, immagine presaga della fine del tempo. Attraverso la limpida solennità della prosa, Kavafis realizza un memento mori dai toni raddolciti dal rassicurante ritorno ai luoghi di una pace perduta, in fuga dal chiacchiericcio, verso il tempo del silenzio.

Le altre prose della raccolta di Konstantinos Kavafis oscillano inesorabilmente fra il tono parabolico, conativo e beffardo a un tempo, e una formula dialogica espressione della morale del piacere. Ordine e voluttà convivono nella personalità dello scrittore greco, il quale parla della sua come di una vita dedita al piacere, e di una scrittura «governata dal ragionamento». Al lettore non resta che godere dell’opera di un uomo in divenire, e di abbandonarsi alla forza di un credo intramontabile, che dalla prima pubblicazione postuma del 1935 non ha smesso di intrigare l’animo dei moderni.

«Opero come gli antichi. Costoro hanno discettato sulla storia, la filosofia, composto drammi a partire da radici mitologiche ed erano – molti almeno lo erano – malati d’amore, esattamente come me».

Immagine: Wikipedia.

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