La rivoluzione, forse domani di Rosa Mangini | Recensione

La rivoluzione, forse domani di Rosa Mangini |Recensione

La rivoluzione, forse domani è una delle prime uscite di Divergenze Edizioni, la casa editrice nata nel 2018 che viaggia controcorrente rispetto alle sempre più insediate logiche del mainstream e che promuove la ricerca della qualità di e in un libro, facendone non un prodotto di marketing che possa arricchire il business ma un prodotto che possa fare crescere il lettore culturalmente. E La rivoluzione, forse domani si potrebbe dire che ne è quasi un simbolo: il fascino della scoperta di un’autrice misteriosa che viene dal passato a restituire al pubblico un gioiello letterario; una storia di «resistenza prima della Resistenza» che sembra non avere limiti di tempo ed ancora oggi è capace di infuocare gli animi; la copertina di prestigiosa qualità realizzata in cartoncino con cellulosa ecologica, marcata a feltro che si presenta elegantemente in tutta la sua essenzialità con il nome della casa editrice, il relativo logo, il nome dell’autrice ed il titolo del suo romanzo; tutto questo contribuisce a creare un’esperienza sensoriale ed intellettuale insieme.

Rosa Mangini, l’autrice misteriosa

Come un’eco lontana arriva il nome di Rosa Mangini, l’autrice di La rivoluzione, forse domani, a travolgere il panorama letterario con un turbinio di emozioni e cultura. Il romanzo, infatti, è finito per puro caso da un semplice mercato delle pulci nelle mani di Fabio Ivan Pigola, direttore editoriale di Divergenze Edizioni, sottoforma di manoscritto, tra l’altro anche abbastanza rovinato dall’inesorabile incedere degli anni. Eppure, La rivoluzione, forse domani si è rivelato un vero e proprio tesoro senza tempo, tutto da riscoprire e con lui la sua autrice.

La scrittrice probabilmente visse tra Costa de’ Nobili e San Zenone al Po, di cui riprende l’ambientazione nel suo romanzo, elevandola ad un locus amoenus dove gli abitanti conducono una vita semplice, simbolo di vera autenticità, perché «Quanto è piccolo l’uomo di troppe maiuscole». Nel suo paesino, Rosa Mangini doveva essere conosciuta come «La professoressa» e non è un’ipotesi poi così lontana da ciò che La rivoluzione, forse domani mostra: a spennellate quasi neorealiste nel dipingere una storia del popolo con un linguaggio influenzato da dialettalismi si accostano passaggi dal lirismo raffinato, creando una prosa squisita nel suo essere calibrata e ben ragionata. Un lavoro del genere è, evidentemente, frutto di una mente colta ed è ancor più sorprendente se si pensa alla sua contestualizzazione.      

Il manoscritto, infatti, è stato pervenuto su fogli protocollo datati dal 7 al 16 febbraio del 1941. Ad un anno dalla pubblicazione del romanzo, è stata recapitata nella sede della casa editrice una fotografia antica recante soltanto il nome Rosalyn Vivienne Mangini, il luogo Bobbio e la data 1876, a cui evidentemente risale quel momento impresso in uno scatto, in cui il ritratto di Rosa già non è più un volto giovane. Sebbene si abbiano ancora scarse informazioni e le indagini sull’autrice proseguano, si può ipotizzare che con ogni probabilità Rosa Mangini dovesse avere almeno ottantacinque anni quando scrisse La rivoluzione, forse domani. Un dato importante, visto che il racconto ha in sé una lucidità lungimirante nel parlare di una storia di resistenza circa due anni prima che si concretizzasse la vera e propria Resistenza.

La rivoluzione, forse domani: tra poesia e profezia

La rivoluzione, forse domani si manifesta come uno squarcio letterario a ciel sereno e con la proposta di una storia semplice, alla fine, la rivoluzione la compie veramente sia nella lingua che nel contenuto, sia nella letteratura che nella storia. La vicenda abbraccia lo spaccato di vita di contadini che conducono una vita mite, lontana dal caos della città e che vuole conservarsi tale, ma i tumulti storici di quegli anni pretendono di intromettersi nella loro bonaria ed indisturbata esistenza. Da qui si crea una storia esemplare che testimonia quegli umori da cui nacque la Resistenza ed è in questo suo parlare della «resistenza prima della Resistenza» che Rosa Mangini regala quasi una profezia su ciò che sarebbe successo effettivamente qualche anno dopo. La rivoluzione, forse domani, infatti, è già dall’ironia del titolo un invito a togliere quei due avverbi di dubbio e di tempo: è la sollecitudine a prendere coscienza di quanto sta accadendo attorno e di cambiare le carte in tavola per una società migliore, nella quale l’obiettivo sia quello di essere civili all’insegna della fratellanza.

Questa solidarietà, Rosa Mangini la vede già in quella vita incontaminata dei contadini, immergendola in un’atmosfera bucolica come un locus amoenus in cui poter ritrovare sé stessi, pur non mancando di dipingere un quadro veritiero nel suo essere realistico. Allora, La rivoluzione, forse domani è un romanzo che è storia ma allo stesso tempo è anche poesia. Non a caso, gli eventi scritti sono combinati con la delicata storia d’amore tra due giovani ragazzi, lui difensore della sua terra e ribelle in quanto oppositore all’invadenza dei poteri forti, lei sognatrice che viaggia tra la bellezza di un verso e il romanticismo di un altro. Il loro legame diventa simbolo della necessità della poesia, ovvero degli ideali e dell’urgenza storica di concretizzarli nelle idee, compiendo in questo modo la rivoluzione. Qui subentra una riflessione sottile che stupisce e poi illumina: i regimi sono fatti di ideali. Ma la Mangini non fa una critica dissacratoria verso questi ultimi, anzi, ne riconosce l’importanza. Il punto cruciale – ovviamente immedesimato in quegli anni difficili, sebbene trovi senso anche nella generazione attuale pur con un contesto diverso – è che senza azione gli ideali rischiano di cristallizzarsi in una religiosità con nessun tipo di scontro-confronto e rischiano di diventare un alimento dato dai padroni al loro branco. Perciò è, sì, utile pensare di fare la rivoluzione ragionando sui suoi ideali, ma il suo terreno di confronto deve essere la resistenza con le sue idee. Da qui prende senso il dialogo tra Volpe e Stalin, che ironizza sull’abitudine di insabbiare la testa davanti alla dittatura, incitando così a prendere finalmente posizione per cambiare le dinamiche allora vigenti:

«E allora morte ai tedeschi,» commentò, «e strappate le camicie nere, viva le rosse, piuttosto a petto ignudo». 

«E quella non è rivoluzione?» fece notare Stalin.

«Macché,» disse gravemente il Volpe, «quella è filosofia. […] Se domani scoppia la rivoluzione pure tuo padre prende lo schioppo e tira ai camerati. Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi. E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma evviva i russi che ci hanno liberati, tanto noi stiamo peggio di prima».

«Coi regimi».

[…] «Ha ragione,» convenne il Michele, rivolto a Stalin, «ma io i tedeschi non li voglio a casa mia».

«E nemmeno io», seguitò Stalin. «Parlo per tutti?». Ci fu un assenso generale. 

[…] «Per questo bisogna combattere il regime», dissero il Volpe e Stalin.

Dunque, nel pensiero sempre presente in tutto il romanzo del bisogno di fare convergere ideali e idee, rivoluzione e resistenza, poesia ed azione, si propaga la carica significativa di una delle frasi con cui Rosa Mangini ha la capacità di comunicare l’importanza di un significato condensato in poche parole: «Perché la poesia non basta leggerla, […] devi saperla vedere».

Fonte immagine di copertina: Pixabay          

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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