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Monica Ventra

Monica Ventra e il suo romanzo: “Sempre Mai Più”

Monica Ventra esordisce come scrittrice con il romanzo Sempre Mai Più

Monica Ventra, insegnante e grafologa oggi, e bibliotecaria in passato per diversi anni presso la Biblioteca di Area Architettura dell’Università Federico II, ha esordito anche come scrittrice con il romanzo Sempre Mai Più, pubblicato dalla casa editrice partenopea GM Press Editore.

Il romanzo, narrato in prima persona dalla protagonista, intreccia diversi generi letterari: di formazione, ma anche psicologico – esistenziale. Il tema principale che lo attraversa è quello del viaggio, non solo da intendere come trasferimento da un luogo ad un altro – cosa che, di fatti, la protagonista fa, in auto o in treno -, ma anche un viaggio all’interno di sé, alla ricerca di una pace e di un equilibrio interiore che ancora non ha raggiunto. L’altro tema onnipresente è il rapporto tra figlia e padre, un rapporto di presenza e assenza, di perdita e ritrovo, che condiziona l’esistenza della protagonista. E poi il rapporto tra l’esterno e l’interno, e la maturata consapevolezza che anche gli ostacoli provenienti dall’esterno, vadano affrontati e risolti con se stessi. La sua è una riflessione intima ed esistenziale, un modo per ritrovare se stessa, o meglio per cercare qualcosa di sé che ancora non ha scovato. 

Scopriamo di più sul romanzo e sull’autrice attraverso le parole di Monica Ventra, che si è resa disponibile per rilasciare un’intervista.

Dato che la protagonista del suo romanzo “Sempre mai più” è una bibliotecaria napoletana, come lo è stata lei in passato, è facile pensare ad una storia autobiografica. Ma è davvero così o nel personaggio ci sono solo alcuni aspetti della sua personalità e della sua vita?

Con la protagonista ho in comune l’attitudine ad affrontare gli inevitabili ostacoli della vita attraverso la pratica liberatoria della riflessione e dell’analisi. La biblioteca è per antonomasia un luogo apparentemente chiuso e protetto che ambisce poi, di fatto, a contenere e catalogare l’universo. Lavorare per anni in un simile ambiente mi ha permesso di approfondire la dialettica tra le due forze opposte di controllo e di espansione, il cui punto mediano, trasferito su un piano esistenziale, coincide con la metafora della ricerca, del passaggio continuo tra dentro e fuori, e viceversa. Rappresentare questo è ciò che mi interessa, e in questo senso il dettaglio autobiografico si è rivelato un utile pretesto.

Oltre che scrittrice, è una grafologa e un’insegnante. In quale dei tre ruoli professionali si sente più a contatto con la sua anima?

La scrittura è per me un mistero da indagare e da esplorare: come grafologa sono osservatrice esterna di una forma altrui che a poco a poco rivela la sua più intima sostanza; come scrittrice parto da un punto profondamente interno a un nucleo, a una sostanza che mi appartiene, e che, prendendo forma, anche cambiandola, mi rivela parti di me sconosciute. Nel mio lavoro di insegnante vivo la bellezza dell’incontro e dello scontro con l’altro reale, presente, pressante.
L’anima la si riconosce nelle cose che toccano un punto sensibile: nell’elasticità di un filo grafico sospinto a ritmo fluido o cadenzato in mezzo al bianco di un foglio, nella domanda di un adolescente sospeso sull’abisso di spinte contrastanti. Qualcosa di quel bianco, di quell’abisso mi risuona. È quando scrivo, tuttavia, che avverto un’assoluta risonanza, che il pieno e il vuoto vengono a coincidere, che l’esperienza diviene trascendente.

“Sempre mai più”. A cosa si deve il titolo, quasi ossimorico, del suo romanzo?

L’incrocio dei binari in copertina allude in fondo in altro modo contemporaneamente al sempre e al mai; le linee parallele diventano punto di fuga, e vanno incontro all’esigenza della protagonista di liberarsi dal suo eterno ritorno sulla ferita provocata da un abbandono e poi dal lutto. Dopo il pellegrinaggio travagliato di padre in padre arriva la catarsi, ed il finale della storia è racchiuso nel sogno del tuffatore di Paestum, che trasporta la protagonista fuori dalla tristezza della ”stazione impresenziata”, lontano dall’assenza.

Eroica Fenice ringrazia l’autrice Monica Ventra per la sua disponibilità.

Ringrazio io voi per l’attenzione.

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