Nicola Aurilio, intervista all’autore di “Dietro vetri di finestra”

Nicola Aurilio

Nicola Aurilio, autore di “Dietro vetri di finestra”, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata!

Edito da Genesi Editrice, “Dietro vetri di finestra” è una raccolta di settanta poesie di Nicola Aurilio. L’opera – che consta di sette sezioni commentate e che è curata, nella parte grafica, dal Maestro Fioravanti Lepore e dalla pittrice Laura Neri – è, come scrive, nell’Introduzione, l’illustre saggista ed esperta di poesia Barbara Nugnes, «frutto, senz’altro, di una lucida intelligenza, di una sensibilità profonda e provata, di una solida cultura e di una lunga frequentazione del canone poetico».

In seguito alla presentazione del libro, che si è tenuta a Casale di Carinola, paesino in cui tuttora abita, abbiamo avuto l’opportunità di fare una lunga chiacchierata con Nicola Aurilio, realizzando quest’intervista.

L’intervista a Nicola Aurilio

In un’epoca così sviluppata e tecnologica, che ruolo può assolvere la poesia?

Fare poesia vuol dire comunicare un’emozione che si è provata e che è trasmissibile in quanto comune a gran parte dell’umanità. Si pensi, ad esempio, alla commozione dinanzi a un’alba o a un tramonto, alla felicità per un amore o al dolore per una disgrazia. Ha, però, in una società come la nostra, dominata dall’egoismo, dalla grettezza e dalla impreparazione, anche un ruolo civile e sociale.

Quando ha iniziato a comporre poesie? C’è qualche autore a cui è particolarmente legato e che l’ha spinto a intraprendere questo cammino?

Ho iniziato a comporre, si fa per dire, intorno ai sette anni, età in cui ho imparato a leggere e a scrivere. Ricordo che mi appassionai a un autore minore il cui nome è Leonardo Sinisgalli. Come non incantarsi, poi, dinanzi alla poesia di Ungaretti, così sintetica eppure meravigliosa.

Qual è, all’interno di “Dietro vetri di finestra”, la prima sezione che ha scritto? C’è, fra le tante, una che le sta particolarmente a cuore?

“Ambulatorio” e “La guerra di Luis Salgado”, che sono rispettivamente la seconda e l’ultima sezione del libro, sono state composte una dietro l’altra. Le altre, invece, possono risalire a trent’anni fa come a due anni fa, non hanno nessun ordine cronologico e sono state successivamente assemblate perché ho intravisto, in queste più che in altre, una tematica comune. Poi, premesso che chi si dedica alla poesia ha a cuore tutto ciò che scrive, è chiaro che ci sono sempre delle preferenze: penso, ad esempio, a “Bagagli” o a quelle sui migranti, persone che a me stanno particolarmente a cuore.

In “Ambulatorio”, le cui poesie traggono spunto, nel titolo, dal nome e cognome dei protagonisti narrati, è molto forte il senso del dolore e della sofferenza umana. Per narrare di questi casi, ha preso spunto da vicende reali o è tutto frutto dell’immaginazione?

Sotto certi aspetti le vicende sono tutte reali, poiché plausibili, purtroppo, nella realtà. Malati di Alzheimer o ipocondriaci, di cui si tratta nella sezione, esistono. Così come esistono casi di stupro, di aborto o di anziani immersi nella loro solitudine. Non c’è, però, né un nome né una situazione esaminata dal vivo.

Una delle poesie della racconta è intitolata “Diversamente abile”. È, questo, un titolo provocatorio?

Assolutamente sì. È anche e sopratutto un grido contro questa retorica sterile e questo pietismo che vengono utilizzati e che non aiutano affatto chi ha una sofferenza. A me, in quanto disabile, fa piacere ricevere un aiuto e nel corso degli anni, in qualsiasi parte io sia stato, ho sempre trovato delle persone educatissime e gentili. Quello che secca però, lo ripeto, è il pietismo: una persona che ha un handicap ha bisogno di essere trattata alla pari, non con compassione.

Nell’interessante sezione “Migranti” affronta, attraverso la poesia, un tema molto doloroso e difficile. A mio avviso, lei dona grande dignità alla gente che «non può morire prima di cominciare a vivere». Qual è il suo pensiero alla luce di ciò che sta, da qualche tempo, accadendo in Italia? Siamo, davvero, un paese così egoista e sordo ai lamenti altrui?

Io non penso che gli italiani siano particolarmente egoisti o più egoisti degli altri. Penso, piuttosto, che questa indifferenza derivi dall’ignoranza e dalla reticenza che, ciascuno di noi, ha verso ciò che non conosce. Anche io, in gioventù, leggendo i fumetti, odiavo i pellerossa perché mi pareva che tutto il male provenisse da loro; o ancora, imbottito di propaganda, ero restio verso gli austriaci, che avevano combattuto sul Piave e a Caporetto e che erano giovani come noi. È soltanto attraverso un rapporto sincero con l’altro, con il diverso, che è possibile sconfiggere la paura. Inoltre, se devo essere sincero, reputo la patria un’invenzione, qualcosa di artificiale. Siamo noi, infatti, ad aver posto dei confini: si pensi a Nizza, che pur essendo francese è abitata da tantissimi italiani, o alla regione del Trentino-Alto Adige, che è, nel concreto, tedesca. Fosse per me, quindi, non esisterebbe alcun confine, perché mi sento cittadino del mondo.

Oltre che poeta, vanta una brillante carriera da enigmista. Quando e da dove è nata tale passione?

L’ho scoperta, grazie a un amico di famiglia che risolveva dei cruciverba, quando ero ancora un bambino. Mi affascinò molto il fatto di dover inserire e incastrare, verticalmente o orizzontalmente, le parole. I primi giochi li avrò fatti verso i sette anni. Da quel momento, ho lavorato per alcune riviste del settore, pubblicando circa ottomila giochi.

Grazie a Nicola Aurilio per la gentilezza e la disponibilità mostrate.

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A proposito di Davide Traglia

Davide Traglia. Nato a Formia il 18 maggio 1998, laureato in Lettere Moderne, studente di Filologia Moderna presso l'Università 'Federico II' di Napoli. Scrivo per Eroica Fenice dal 2018. Collaboro/Ho collaborato con testate come Tpi, The Vision, Linkiesta, Youmanist, La Stampa Tuttogreen. TPI, Eroica Fenice e The Vision.

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