Pauline Harmange: Odio gli uomini | Recensione

Pauline Harmange

Odio gli uomini (Garzanti, 2021) è il titolo italiano del saggio femminista di Pauline Harmange, nato come breve libello polemico destinato principalmente ai lettori del suo blog. La prima stampa, ad opera della casa editrice indipendente francese Monstrograph, aveva infatti previsto una tiratura di sole 450 copie. Tuttavia, tanto il titolo quanto la sinossi del libro hanno attirato l’attenzione di Ralph Zumérly, un funzionario del Ministero delle pari opportunità francese, che ha denunciato l’editore, intimandogli di rimuovere dal suo catalogo un libro che, secondo la sua opinione, «è un incitamento all’odio verso il genere maschile, atto che costituisce reato». Il risultato? Odio gli uomini è diventato un vero e proprio caso mediatico, pubblicato in 17 paesi, contribuendo ad alimentare il dibattito femminista sulla parità di genere e sul rapporto tra uomo e donna nella società attuale.

La tesi di Pauline Harmange in Odio gli uomini

Quello scelto per la traduzione italiana del libro della Harmange non è un titolo provocatorio. Attraverso esso l’autrice rivendica il proprio diritto a essere ostile verso il genere maschile, a cercare la propria realizzazione svincolandosi dalla loro presenza e oppressione. Insomma, Pauline sostiene il proprio diritto ad essere misandra perché, come lei stessa confessa nella prefazione, «odiare gli uomini in quanto individui riempie di gioia». Il concetto di misandria viene spiegato dall’autrice nel primo capitolo del suo saggio dove lo definisce come un sentimento negativo che va dalla semplice diffidenza all’aperta ostilità e che viene a svilupparsi come risposta al misoginismo tipico della società di stampo patriarcale. Partendo da questo assunto, Pauline Harmange vuole dimostrare che non solo è lecito, per le donne, odiare l’uomo bianco cisgender, ma addirittura catartico in quanto, accomunate da tale odio le donne potrebbero riscoprire se stesse e  vivere secondo un sentimento di vera sorellanza che escluda gli uomini da quella società ideale cui esse aspirano.

Perché Odio gli uomini nuoce al femminismo

Odio gli uomini si inserisce nella scia del cosiddetto neofemminismo, evoluzione del movimento che sin dalle sue origini, si configura come lotta per scardinare i privilegi che la società destina agli uomini e, allo stesso tempo, garantire alle donne una serie di diritti politici. Nel corso del tempo il femminismo si è adattato ai cambiamenti del tessuto sociale in cui esso si sviluppa ed ha assunto l’aspetto di una vera e propria rivoluzione civile politicizzata, generando differenti diramazioni tutte più o meno collegate alla rivendicazione del sé nei confronti del maschio oppressore. Teatro di tali lotte non sono più solo le piazze, ma i social e i media in generale, attraverso i quali le femministe parlano non solo alle altre donne ma anche agli stessi uomini con lo scopo di educarli su temi importanti quali l’evidente disparità ancora oggi vigente. Tuttavia, nonostante la pretesa di agganciarsi al discorso più vasto della parità di genere e della disuguaglianza sociale, Pauline Harmange con il suo saggio non rende un servigio alla causa. L’ideologia femminista in cui si identifica l’autrice prende i contorni di una lotta sovversiva e anarchica, e si discosta molto dall’idea “storica” di movimento sociale per le pari opportunità. Questo sogno rivoluzionario, tradisce un carenza di coscienza civile e si ha l’impressione di trovarsi di fronte un adolescente, che pensa che gli unici modi che esistono per il cambiamento sociale, siano i cori e le manifestazioni.

Il problema fondamentale di Odio gli uomini è innanzitutto il fatto che, nonostante si sostenga il contrario, il testo sminuisce costantemente il genere maschile, andando ad attivare lo stesso meccanismo razzista che pretende non sia più applicato nei confronti dell’universo femminile. In più punti, infatti, l’autrice mette in evidenza l’inettitudine e la mediocrità degli uomini, senza tuttavia portare dei dati reali a sostegno delle sue tesi se non tratti dalla sua esperienza personale, né suggerire delle strategie per risolvere il problema: lei stessa ammette, ad esempio, che è stata educata fin da piccola a “piacere agli uomini”, a vestirsi, muoversi e parlare in un certo modo. Se questo è indubbiamente un retaggio del sistema patriarcale che vuole vedere le donne principalmente come oggetti, è anche vero che una forma di pressione sociale grava anche sugli uomini, obbligati a mantenere un certo atteggiamento di machismo che gli viene richiesto, guarda caso, proprio dalle donne.

Lo stesso atteggiamento di disparità si nota nel capitolo dedicato alla violenza fisica, nel quale si dice che i casi di aggressione perpetrati da uomini nei confronti delle donne sono in numero molto superiore rispetto a quelli in cui le donne sono carnefici. Anche in questo caso, la Harmange riporta dati parziali, si sofferma sulle statistiche che avvalorano la sua tesi mentre liquida il problema della violenza sugli uomini come un qualcosa che esiste, ma di cui le donne sono responsabili in minima parte, comportandosi proprio come quelli che di fronte ad uno stupro danno la colpa alla vittima in minigonna.

In questo come in molti altri casi, le uniche giustificazioni per la sua misandria sono basate sui luoghi comuni che vogliono gli uomini violenti, egoisti, vigliacchi e pigri, e le donne vessate e indifese, dando l’impressione che il suo scopo sia semplicemente sfogare la rabbia e la frustrazione nei confronti di una società nella quale fatica a trovare il suo posto piuttosto che dare un vero contributo alla lotta per la parità di genere. Le donne devono combattere da sole le loro battaglie, non devono permettere agli uomini di professarsi femministi né di condividere la scena con loro, anche perché quando ciò accade, finiscono per occupare “tutto lo spazio sovrastano le nostre voci (e a volte, en passant, violentandoci pure).

Insomma, il saggio di Pauline Harmange non vuole davvero perseguire quello che dovrebbe essere lo scopo delle lotte femministe, cioè la creazione di una società ugualitaria e giusta, ma solo escludere il più possibile gli uomini da ogni orizzonte possibile. Odio gli uomini, in questo modo, perde l’occasione per essere un testo rilevante nel femminismo, riducendosi allo sfogo infantile di una donna che crede che tutto sia bianco o nero.  

Immagine: Il Messaggero

Chi è marianna de falco

Marianna è nata ad Avellino 28 anni fa, si è laureata in Filologia Classica. Ama la musica, i cani, il gelato e la scrittura. Ha sempre con sé un taccuino per poter appuntare i suoi pensieri volanti

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