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Eroica Fenice

Libri

Il mare senza stelle di Erin Morgenstern: una porta sulla magia

Il mare senza stelle è l’atteso nuovo romanzo  fantasy dell’autrice Erin Morgenstern, pubblicato in Italia da Fazi editore nella collana LainYa. Sebbene questa collana sia per lo più dedicata alla pubblicazione dei cosiddetti romanzi young-adult, Il mare senza stelle non rientra agevolmente in questa categoria, essendo un libro ben più complesso, nella trama e nella costruzione. Si tratta infatti di un romanzo formato da diversi nuclei narrativi che si alternano costantemente durante la lettura: abbiamo, da una parte, la storia del protagonista, Zachary Ezra Rawlins che si svolge nel presente ed ha una sua linearità, dall’altra troviamo una serie di racconti, fiabe, storie che, apparentemente, non hanno nulla a che fare con la vicenda principale ma che, alla fine, mostreranno di avere un senso. Il costante intrecciarsi di questi due piani narrativi, rende difficile il primo approccio a Il mare senza stelle ma, una volta superato il senso di smarrimento iniziale, si viene totalmente assorbiti dalla dimensione labirintica  e onirica tipica della Morgenstern. Il mare senza stelle- TRAMA Il romanzo si apre presentandoci il protagonista di uno dei due filoni narrativi principali: Zachary Ezra Rawlins, uno studente specializzando in Nuovi Media con una forte passione per la lettura e i videogiochi. Di indole abbastanza solitaria, Zachary ama frequentare la biblioteca universitaria e qui, in un’ala poco frequentata, scopre un vecchio libro, non particolarmente prezioso, con la copertina di seta sulla quale non è indicato né autore né anno di pubblicazione, ma solo il titolo: Dolci Rimpianti. Tornato al dormitorio, inizia la lettura, lasciandosi affascinare da racconti di prigionieri disperati, collezionisti di chiavi e adepti senza nome. Le storie contenute in Dolci rimpianti costituiscono il secondo nucleo narrativo del nostro romanzo, con una struttura a metà tra Se una notte d’inverno un viaggiatore e La storia infinita. Come accade nel romanzo di Ende, infatti, ad un certo punto Zachary trova un racconto, in Dolci Rimpianti, riguardante un episodio della sua infanzia, quando scoprì per caso un murales di una porta, che però era anche una porta vera, e che lui non ebbe il coraggio di aprire per vedere dove conducesse. In realtà, come avrà modo di scoprire nel corso del romanzo, quella porta conduce proprio nel Mare senza stelle, che è una sorta di mondo sotterraneo, nascosto nelle viscere della terra e visibile solo a chi sa cogliere gli indizi per poterlo trovare. Leggendo la sua storia in Dolci rimpianti, Zachary sente di dover cercare delle risposte, di dover trovare la porta e vedere finalmente cosa nasconde al di là e, una volta attraversata, si ritroverà completamente immerso in questo universo parallelo, fatto di stanze dentro ad altre stanze, come un vero labirinto, ma soprattutto fatto di storie. Il Mare senza stelle, infatti, custodisce tutte le storie del mondo, e Zachary scopre che c’è chi ha sacrificato tutto per proteggere questo regno ormai dimenticato (gli adepti di cui ha letto le storie nel volume trovato in biblioteca), trattenendo sguardi e parole per preservare questo prezioso archivio, e chi invece mira alla sua distruzione. Insieme […]

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Libri

Il mistero della casa delle civette – Recensione

Max e Francesco Morini sono gli autori de “Il mistero della casa delle civette “, nuovo giallo pubblicato il 6 agosto per la Newton Compton editori. Il mistero della casa delle civette – Sinossi Come gli altri romanzi della serie, Il mistero della casa delle civette è ambientato a Roma. Siamo a Novembre, il clima uggioso si accorda perfettamente allo stato di malinconia in cui troviamo immerso il protagonista Ettore Misericordia. Per fortuna, un nuovo caso di omicidio lo spinge ad uscire dal torpore in cui è piombato: una anziana cartomante viene trovata morta nel suo appartamento nei pressi di Piazza Vittorio, pugnalata con un compasso. Per quanto questo particolare sembri apparentemente di poca importanza, Misericordia si rende subito conto del legame tra l’arma delitto e la simbologia massonica. Parte dunque l’indagine, che si rivelerà lunga e ingarbugliata. Nel corso delle ricerche, Misericordia si troverà a contatto con diverse figure: Greta Falconieri, l’anziana vicina di casa; il signor Chatelet, eccentrico proprietario di un negozio di abbigliamento e amico di lunga data della vittima; il mago Paradisi, un tempo famosissimo ed ora dimenticato da tutti. Sembrerebbe un delitto di facile risoluzione, molti indizi portano a galla storie di uomini famosi, sedute medianiche e richiami al periodo della seconda guerra mondiale coinvolgendo personaggi del calibro di Mussolini e il sensitivo Rol, ma del colpevole nemmeno l’ombra. Le indagini porteranno Misericordia e Fango a scavare sempre più a fondo, alla ricerca di luoghi magici e simbologie nascoste, fino ad arrivare alla soluzione finale. Il romanzo si configura come l’ultimo episodio, temporalmente parlando, della saga di cui sono protagonisti il ​​libraio-investigatore Ettore Misericordia e il suo fidato amico Fango. Autodidatta coltissimo e profondo conoscitore dei segreti di Roma, Misericordia ama sfruttare le sue conoscenze per risolvere intricati casi polizieschi. Il risultato è un romanzo brillante e scorrevole, in cui i colpi di scena si susseguono a ritmo serrato. A rendere godibile la lettura de “Il mistero della casa delle civette”, anche una scrittura briosa e scorrevole, caratterizzante di tutti i personaggi. Ogni figura che si incontra nella lettura è abilmente accessibile attraverso piccoli vezzi e manie, che li rendono facilmente riconoscibili e memorabili; ciò non vuol dire, certamente, che si tratti di personaggi stereotipati o “macchiettistici”, anzi la loro caratterizzazione li rende, da un lato, simpatici al lettore, dall’altro permettono di trattare con delicatezza temi difficili come la vecchiaia, la solitudine, la diversità. Altro elemento di spicco è la scelta di inserire anche personaggi realmente esistiti, dei quali si raccontano soprattutto stravaganze e particolari aneddoti, anch’essi ampiamente documentati, che si dimostrano funzionali all’impianto misterico ed esoterico della trama. Il mistero della casa delle civette infatti è incentrato su un omicidio a sfondo massonico, così che Misericordia e Fango si trovano ad analizzare la dimensione mistica e alchemica che aleggia nei principali luoghi romani. Un romanzo che vale la pena leggere, se non altro, per scoprire aspetti della Città Eterna che non sono noti a tutti. Gli autori Francesco e Max Morini, fratelli, autori teatrali e televisivi, […]

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Il Signore di Notte: un giallo nella Venezia del 1605

Il Signore di Notte è l’opera prima di Gustavo Vitali, pubblicata nel mese di giugno Si tratta di un giallo storico, ambientato nella Venezia al tempo dei Dogi che, come dimostra la grande accuratezza sia linguistico-formale che descrittiva, ha richiesto all’autore molti anni di ricerche e studio delle fonti. Il risultato è un godibile romanzo di oltre 500 pagine, nel corso delle quali scrupolosità storica e finzione letteraria si intrecciano costantemente. Già tra gli attori che si muovono sul palcoscenico costruito da Vitali si mescolano personaggi storici e altri costruiti ad arte: leggendo Il Signore di Notte, infatti, si incontrano le figure più disparate, dai banditi ai bari, dalle prostitute ai nobili ricchissimi, fino ai poveri che vivono di espedienti più o meno leciti. Poi ebrei, usurai, la devastante brutalità dei “bravi” e quella non da meno degli sgherri. Accanto ad essi compaiono poi personaggi realmente esistiti, tra i quali lo stesso protagonista del romanzo. La loro presenza fornisce verosimiglianza alla trama, inventata di sana pianta questa volta, incentrata su una serie di strani omicidi. Sempre nell’ottica di addentrare il libro nella sua epoca, Vitali aggiunge brevi divagazioni su curiosità, usi e costumi, aneddoti, che costituiscono un bagaglio di informazioni sulla storia della Serenissima, senza interrompere la narrazione ma, al contrario, arricchendola ulteriormente. Ciò che colpisce, infatti, al di là degli sviluppi della trama, sicuramente inaspettati e ben costruiti, è proprio l’accuratezza con cui ne Il Signore di Notte si cerca di ricostruire quella che poteva essere la vita del Seicento. Ogni scena, anche quella più banale, è descritta con un’attenzione al dettaglio che rasenta il maniacale; le strade, le case, l’abbigliamento dei personaggi sono dipinti in maniera così precisa che sembra quasi di assistere ad una proiezione cinematografica. Vitali dilata il tempo del racconto attraverso queste minuziose descrizioni ambientali che, sebbene talvolta costringano a rileggere più volte dei passaggi, sono estremamente interessanti dal punto di vista storiografico. Questo è, insieme alla totale assenza di parti dialogate, l’unico difetto in un romanzo di piacevole lettura: la lunghezza, talvolta eccessiva delle parti descrittive, potrebbe spingere il lettore più pigro a saltare alcune pagine per poter arrivare al punto di svolta dell’azione. Nonostante questo, Il Signore di Notte è una lettura consigliata soprattutto per tutti gli amanti dei romanzi storici ben documentati. Il Signore di Notte. La trama in breve Come si evince dal titolo, il romanzo è ambientato nella Venezia del 1605. Protagonista è Francesco Barbarigo, rampollo di un antico casato e membro della magistratura chiamata I Signori di Notte, un corpo di sei patrizi delegati all’ordine pubblico. Barbarigo si troverà, quasi per caso, coinvolto in un’indagine per omicidio, quando viene rinvenuto in una casa il cadavere di un nobile caduto in miseria. Il Barbarigo, lontano tanto dai classici eroi senza macchia quanto dagli abili investigatori a cui la lettura di gialli ci ha da sempre abituati, è un uomo tutto sommato mediocre, che irrompe sulla scena del crimine con fare spocchioso e arrogante, volendo dimostrarsi più furbo e capace di quanto […]

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La festa di matrimonio. Omertà e colpa nel giallo di Di Gregorio

Lo scrittore siracusano Adriano Di Gregorio è di nuovo in libreria con il suo nuovo giallo “La festa di matrimonio” (Algra editore). Il romanzo riporta sulle scene letterarie il vicequestore Damiano Battaglia e il suo braccio destro, Concetto Spanò. Si tratta di due personaggi a tutto tondo, apparentemente diversi, ma in realtà complementari, legati da un rapporto di camilleriana memoria: certo, le dinamiche tra Battaglia e Spanò richiamano, per il lettore appassionato, quelle tra Montalbano e Catarella ma, come lo stesso Di Gregorio sottolinea, questa somiglianza dipende in gran parte dal fatto che due autori hanno vissuto negli stessi ambienti. La Sicilia, infatti, ancora terra di mafia e omertà, fa da sfondo agli avvenimenti narrati ne La festa di matrimonio, e la sicilianità  emerge con forza nel testo, sebbene Di Gregorio, al contrario del Maestro Camilleri, non faccia grande uso del dialetto locale. Al di là della coloritura linguistica, tuttavia, la Sicilia è presente nei modi di fare dei personaggi, nell’atmosfera e, soprattutto, nella vera natura della vicenda narrata. La festa di matrimonio è infatti un romanzo che riflette sul concetto di colpa e di diversità. Anzi, nella società in cui si muove Battaglia, violenta, corrotta, bigotta e omertosa, diversità e colpa sono sinonimi: essere in qualche modo diversi è di per sé un peccato e, per questo, genera una punizione. L’intolleranza e il pregiudizio sono la vera base narrativa su cui poggia La festa di matrimonio e, attraverso la figura del vicequestore Battaglia, Di Gregorio ci chiede di ribellarci alle ingiustizie e dar voce al vero cambiamento.   La festa di matrimonio. Sinossi Il romanzo si apre, come ogni poliziesco che si rispetti, con il ritrovamento di un cadavere, in un appartamento sul lungomare di Acireale. Il corpo appartiene a Domenico Grancagnolo e, sebbene apparentemente si tratti di suicidio, il vicequestore Battaglia ci mette poco a capire che dovranno indagare su un caso di omicidio. Da subito Battaglia comprende di trovarsi di fronte a un delitto complesso, radicato negli oscuri traffici mafiosi della sua zona. In particolare l’ispettore si concentra su Totò Sciuto, malavitoso locale sul quale non è mai riuscito a mettere le mani. Nel corso delle indagini, Battaglia, Spanò e i suoi collaboratori si troveranno ad interrogare numerosi sospettati e, ad ogni interrogatorio, aggiungeranno nuovi tasselli a questa intricata vicenda. A complicare una vicenda già complessa, si aggiunge il ritrovamento fortuito di una serie di vecchie lettere d’amore che sembrano avere un qualche legame con la morte di Grancagnolo o, almeno, con persone che hanno fatto parte del suo passato. Inizia quindi un viaggio a ritroso nel tempo, fino al lontano giugno 1982, in cui avvenne uno strano incidente stradale la cui dinamica non riesce a convincere del tutto il vicequestore. Tra rivelazioni agghiaccianti, lutti mai elaborati e segreti del passato che meritano di essere rivelati, l’autore racconta anche una storia di più ampio respiro accaduta a due giovani, Albert e Libera, nella Germania ai tempi del Muro, che solo alla fine rivelerà il suo legame con la vicenda […]

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Massimiliano Felli in libreria con Vite apocrife di Francesco d’Assisi

Recensione del romanzo di Massimiliano Felli “Vite apocrife di Francesco d’Assisi“ Vite apocrife di Francesco d’Assisi è il nuovo romanzo di Massimiliano Felli pubblicato da Fazi Editore, disponibile dal 14 maggio 2020. Romanzo storico, che nel tipo di scrittura indica il capolavoro di Umberto Eco “Il nome della rosa”, Vite apocrife di Francesco d’Assisi è un testo suggestivo e coinvolgente, improntato al genere biografico o, meglio, agiografico, dando del Santo patrono d’Italia un’immagine inedita. Il Francesco che emerge dalla lettura di questo romanzo è una figura estremamente complessa, nella quale convivono l’uomo e il Santo, il ragazzo e l’asceta. Massimiliano Felli riesce abilmente a donare ai lettori un personaggio a tutto tondo, senza che nessun lato del suo personaggio oscuri gli altri ma, anzi, lo completi. Come ci tiene a specificare lo stesso autore, Vite apocrife di Francesco d’Assisi, nonostante sia “basato su fonti storiche, è un’opera di invenzione narrativa, come sono presenti le fonti storiche stesse.” Questa precisazione, posta in apertura al romanzo, è una chiave di lettura importante: al di là dell’elemento biografico, sicuramente centrale in tutto il libro, è proprio il concetto di verità storica che fa da sottotesto al racconto. La trama del romanzo di Massimiliano Felli si dipana su due piani temporali differenti che si incrociano tra loro: da una parte, c’è la vita di San Francesco, ricostruita attraverso i racconti di chi lo ha conosciuto (di qui il titolo di “Vite apocrife”), dall’altro c’è il racconto in prima persona fatto da fra’ Deodato, amanuense francescano discepolo di fra’ Bonaventura da Bagnoregio. Quest’ultimo fu autore della famosa “Legenda Maior“, biografia ufficiale del Santo di Assisi, approvata dal Capitolo di Parigi nel 1266. In quell’occasione, si decide la sparizione di molti tra i testi recanti racconti ed episodi che non facevano parte della Legenda. Fra’ Deodato, tuttavia, non sembrava convinto da questa necessità, e decise quindi di salvare dall’oblio, nascondendole, quante più pagine possibili. “La Legenda, che ha dovuto essere incluso in una somma dei documenti sulla vita del Santo, è stata fatta solo in base a una parte di essa e in alcuni punti uniti nella tradizione, li contraddiceva. Una voce dentro di me, insistendo nel dirmi-in ognuno di questi racconti, anche nel più fantastico, può esserci una scintilla di verità. Se tu oggi non sei in grado di discernere dal falso, verrà un giorno chi, con maggior acume, saprà farlo.” Questa riflessione, che nell’economia del romanzo fa scattare la molla della disobbedienza nell’animo di fra’ Deodato, è anche un messaggio che l’autore trasmette ai suoi lettori: Felli vuole dirci che non esiste una sola verità, che la storia la scrivono i vincitori, i posteri, e che spesso gli eventi devono piegarsi alla volontà altrui. Vite apocrife di Francesco d’Assisi è dunque un omaggio all’uomo dietro il Santo e, allo stesso tempo, un invito a cercare sempre la verità dietro una mezza verità. Vite apocrife di Francesco d’Assisi: l’autore Massimiliano Felli è nato a Roma, classe 1984. Laureato al DAMS e in Lettere, ha insegnato […]

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L’ultima punitrice di Maria Tronca | Recensione

L’ultima punitrice, romanzo di Maria Tronca è uno di quei romanzi di cui, una volta iniziato, non riesci a interrompere la lettura.  È un’opera che ammalia, avvince e convince: la scrittura, le atmosfere, i personaggi, tutto concorre armoniosamente a creare un prodotto che è in grado di emozionare fino alle lacrime, generando una vera connessione empatica tra lettore e personaggi.  È come se, attraverso la carta, essi sussurrassero parole direttamente al cuore di chi legge, incatenandolo e rendendolo partecipe di emozioni e sentimenti. La scrittura fluida, immediata e impressionistica, è uno dei tanti punti di forza di questo romanzo edito da Les Flaneurs Edizioni. L’ultima punitrice: breve sinossi L’ultima punitrice è ambientato in Sicilia a Mondello, un paesino costiero vicino Palermo che si anima soprattutto d’estate. Siamo negli anni ’80, ma potrebbe essere un’epoca storica qualsiasi, perché pare che lì il tempo si sia fermato, cristallizzato a metà tra  la dimensione mitica e quella reale. La protagonista del romanzo è Ninfa, una bimba alta e sicca, spigolosa e scura di capelli e di pelle. Ninfa è una bambina con un fato già segnato: come la nonna, Dorina, e le altre donne della sua famiglia, è destinata a diventare una Punitrice. Nell’estate dei suoi nove anni, dunque, Ninfa comincia il suo apprendistato, studiando le proprietà  benefiche delle erbe e scoprendo, pian piano, i segreti della sua famiglia. Infatti, Ninfa viene a conoscenza della storia di una sua antenata, che tutti in paese ricordano come “la Vecchia“. Anche lei punitrice, fu scoperta e uccisa da una folla inferocita: il suo spirito, tuttavia, non aveva mai abbandonato Mondello, divenendo la magica guida spirituale delle sue discendenti. In quella stessa estate, Ninfa conosce Nino, detto Palla, e se ne innamora a prima vista. Per lui litiga con la sua migliore amica, Barbara, una bambina bionda, ricca e bella come un angelo.  Nel corso del romanzo la vediamo crescere, affrontare grandi e piccoli problemi dell’adolescenza, i primi baci, le corse in motorino, l’ingresso nella vita adulta. Parallelamente, prosegue il suo percorso di apprendistato. Crescendo, Ninfa  non solo impara a riconoscere ed utilizzare le erbe, ma incomincia anche ad affiancare i nonni nell’attività di punitrice.  Durante  la lettura de L’ultima punitrice conosceremo diversi personaggi che aiuteranno la protagonista nel suo percorso di crescita. Tra questi spicca  Marlene,  un transessuale che in realtà  si chiama Pippo, ma è convinta di essere l’incarnazione di Marlene Dietrich. Rinchiusa in manicomio, pur non essendo folle, Marlene sarà spesso determinante per il dipanarsi degli eventi. Le costanti della vita di Ninfa restano sempre l’attività  di punitrice al fianco di nonna Dorina, l’amore non corrisposto per Nino e il rapporto ambivalente con Barbara. Seguiremo la sua attività  e la sua vita fino ad arrivare  ad un epilogo inaspettato sotto ogni punto di vista, un vero colpo di scena che lascia un po’ di amaro in bocca. Sicilia, amore e magia  Ciò  che colpisce, sin dalle prime pagine del romanzo è questa atmosfera “antica”, quasi mitica, che si respira a Mondello. Lo stesso paesaggio […]

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I testamenti di Margaret Atwood: Gilead 15 anni dopo

I testamenti, edito nel 2019 dalla casa editrice Ponte delle Grazie, è l’attesissimo seguito del romanzo Il racconto dell’Ancella, capolavoro della Atwood del 1985 e da cui è stata tratta una serie di enorme successo. Dato alle stampe ben 34 anni dopo il primo romanzo, I Testamenti ne ripropone le stesse atmosfere asfissianti e, a tratti, angoscianti. Le costrizioni, gli obblighi, la pressione, la disuguaglianza, la segregazione, la sottomissione, il trauma del non sapere niente del sesso se non in termini di peccato arrivano dritti allo stomaco, come un pugno. Con questa narrazione a più voci, l’autrice non solo catapulta nuovamente il lettore negli abissi profondi di Gilead, ma getta nuova luce su questo universo distopico, mostrando anche che non sempre è tutto come sembra. I Testamenti, femminismo e libertà I Testamenti prosegue idealmente la trama del primo romanzo, mantenendone atmosfere e ideali. Come Il racconto dell’Ancella, anche I Testamenti è ambientato nell’immaginaria Repubblica di Gilead sorta alla fine del XX secolo negli USA. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una società fortemente partriarcale e piramidale, di ispirazione biblica, retta dai Figli di Giacobbe, in cui le donne non hanno libertà di parola né di pensiero; sono dei meri oggetti nelle mani degli uomini, siano esse Mogli o Ancelle. Mentre Il racconto dell’Ancella presenta una Gilead nel pieno del suo sviluppo, la società de I Testamenti è impegnata in una rivolta silenziosa, ma non per questo meno fatale. Attrici di questi fermenti sono proprio le donne, esseri  vessati e, allo stesso tempo, venerati. Voci narranti sono una zia, una futura moglie e una adolescente canadese, che offrono tre diversi punti di vista che, unito a quello di Offred per il primo romanzo, offrono un quadro ben più delineato del delirante mondo di Gilead. Partendo dalle due narratrici “minori”, possiamo dire che la futura Moglie, Agnes Jemima, e la ragazza canadese, Daisy, sono due facce della stessa medaglia: pensieri, comportamenti, modi di vivere sono segnati dalle loro differenti origini. Si sa che l’ambiente influenza la persona e il modo in cui essa guarda il mondo, e così quei principii che Agnes percepisce come assolutamente normali appaiono mostruosi a Daisy e a noi lettori. Agnes non sa cosa c’è al di là di Gilead, non conosce altro che la cieca obbedienza alla volontà maschile; Daisy invece è cresciuta nel “nostro” mondo, vede Gilead come un luogo in cui i diritti fondamentali delle donne vengono costantemente violati, è animata da uno spirito ribelle verso una società che percepisce come ingiusta non rendendosi conto di quanto, per certi aspetti, sia simile alla nostra realtà quotidiana. Agnes racconta di una vita di sottomissione, una vita di paura dell’ignoto, una vita in cui, per il solo fatto di essere nata donna, è destinata ad essere considerata inferiore, impura, inetta, fonte di peccato. Delle tre narratrici, tuttavia, quella che più colpisce è Zia Lydia, della quale nel primo romanzo abbiamo conosciuto la crudeltà e l’inflessibilità. Ne I Testamenti vediamo formarsi delle crepe nel granitico muro delle […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Decalogo per la sopravvivenza

E così ci siamo. Giorno 21 di quarantena. Poche auto in strada, ma ancora troppe per i miei gusti. Pochi passanti, ma sarebbe meglio non ce ne fosse alcuno. Tanti, troppi flash-mob per sentirci vicini anche se lontani. Gente dai balconi che canta “Abbracciame”, il giorno dopo “Fratelli d’ Italia”, per poi passare alla musica popolare per farsi coraggio, ma soprattutto per fare le dirette su Facebook. Sono certa che, finita la quarantena (Signore, fa’ che finisca presto), tutti questi ambasciatori del “Volemose bene, semo tutti fratelli” torneranno a fare quello che hanno sempre fatto: ignorare i vicini, sparlare del prossimo, bestemmiare al semaforo. Ma intanto, siamo in quarantena, qualcosa bisogna fare, quindi vai di flash-mob che almeno ci perdiamo ‘na mezz’oretta. Per la cronaca, io sono coerente, e non socializzo con i vicini nemmeno in questo momento: se una persona mi sta antipatica in situazioni di vita normali, in cui posso uscire e vedere gente che mi piace, figuriamoci adesso che la reclusione forzata mi mette in antipatia anche il mio riflesso nello specchio! Quarantena: decalogo per la sopravvivenza Qualcuno ha paragonato la quarantena che stiamo vivendo agli “arresti domiciliari”, non solo per il tassativo divieto di uscire (soprattutto se, come me, vivi in Campania e ti ritrovi Vincenzo De Luca a capo della Regione), ma soprattutto per la convivenza forzata con genitori, fratelli, mogli, mariti. È la mancanza di uno spazio personale che fa un brutto effetto, specie se si è in tanti in un appartamento piccolino. Altro problema è, per contro, l’essere completamente soli, magari in una città che non è la propria, senza la possibilità di vedere un volto amico se non tramite videochat (sia lodato Whatsapp sempre!). In un caso o nell’altro, ci si ritrova a pregare che la tortura finisca presto e che tutto torni alla normalità. Intanto, ci tocca vivere questa realtà pseudo-apocalittica, sperando che, alla fine, il mondo del futuro post-Covid19 non sia come quello di Will Smith in Io sono leggenda. E mentre aspettiamo, una sola domanda ci accomuna tutti: come sopravvivere alle avversità di fronte alle quali ci pone la quarantena? Ecco 10 attività che possiamo svolgere per uscire indenni (o quasi) da questo periodo. Muoviti. Sia che tu sia uno sportivo, una fitness girl o un sedentario seriale, questo è il momento ideale per allenarti. Sì, lo so, le palestre sono chiuse e non si può fare jogging all’aperto. Beh, basta YouTube, un tappetino, qualche bottiglia d’acqua e tanta buona volontà. L’obbiettivo è uscire dall’emergenza col ventre piatto e i glutei sodi… O almeno cercare di non assomigliare a un ippopotamo quando potremo rivedere il mondo. Leggi. Sai quella pila di libri che hai acquistato ma non hai mai letto? Sì, quelli che stanno lì a prendere polvere da tempo immemorabile. Sfrutta questi giorni di reclusione per immergerti nelle loro pagine, lasciati trasportare dalle parole, annusali, sfogliali. Innamorati di loro. Coltiva le tue passioni. Ognuno di noi ha una passione che, magari, accantona a causa del lavoro, della famiglia, […]

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Attualità

The Backgammon player di Lorenzo Rusconi. Recensione

The Backgammon player, opera prima di Lorenzo Rusconi, fa parte della collana “Frecce” della casa editrice Augh!  Si tratta di un vero e proprio trattato filosofico, incentrato sul senso della vita, della morte e delle scelte umane, nascosto sotto la forma di un romanzo che si potrebbe definire “di formazione”. Filo conduttore di tutte le 160 pagine è il gioco del Backgammon, che diventa una metafora, tanto potente quanto raffinata, dell’esistenza. Il backgammon è ritenuto il gioco più antico dell’umanità e le sue origini si perdono nei millenni: ci giocavano i Sumeri e i Babilonesi, i Persiani, i Greci e i Romani. Ci giocavano persino i Crociati. E ancora oggi, nel mondo, migliaia di persone si lasciano sedurre dalla tavola del backgammon e dalle sue pedine colorate. Si tratta di un gioco da tavolo per due giocatori, il cui scopo è portare fuori dallo schema di gioco tutte le proprie pedine e, allo stesso tempo, trovare una strategia valida ad ostacolare l’altro giocatore. È, dunque, un passatempo in cui Fortuna e Intelligenza tattica si mescolano, essendo entrambe componenti fondamentali per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Da questo punto di vista, dunque, il backgammon è la perfetta metafora della vita, in cui l’esito di una partita non può essere pianificato a priori: la sorte è importante quanto l’ingegno e per vincere è necessario saper sfruttare quanto concesso dal fato e, allo stesso tempo, essere in grado di limitare i danni. Da questo concetto parte Lorenzo Rusconi, che il backgammon lo conosce bene, per raccontare la sua visione della vita. The Backgammon player: la trama Ci troviamo in una stanza completamente bianca: pareti, pavimento, tutto immacolato. Nella stanza, una donna, seduta su uno sgabello di legno, anch’esso bianco. Di fronte a lei, un telaio e un uomo. O meglio, un’entità che, in futuro, sarà un uomo. La donna è Cloto, una delle tre Parche, o Moire, le dee che gestiscono il destino degli uomini: secondo la mitologia antica, infatti, Cloto ne tesse la trama, Atropo decide la lunghezza del filo e Lachesi lo taglia quando è giunta l’ora della morte. L’entità che è al cospetto di Cloto, a cui viene subito assegnato un corpo “provvisorio” e il nome di No, si trova lì per decidere come sarà la sua vita. Cloto, infatti, gli spiega subito che la fase di costruzione della trama è quella più importante: quanti più dettagli formeranno il tessuto, tanto più la vita sarà lunga e, in qualche modo, emozionante. Per questo, decide di accompagnare No in un viaggio spazio-temporale attraverso epoche e luoghi differenti, in modo da mostrargli quante più cose possibili del mondo. Elemento onnipresente del viaggio sarà proprio il gioco del backgammon, che guiderà No fino alla fine del suo percorso di formazione e di scelta. Vivere per giocare e giocare per vivere. La morale filosofica di The Backgammon player Durante il loro cammino, No e Cloto attraversano realtà diverse: la Grecia dei filosofi, la Roma imperiale, l’India coloniale, l’epoca moderna. Andranno persino in un futuro molto […]

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Antonella Perrotta, Giuè e la Calabria

“Si chiamava Giosuè. Come il Poeta. Ma non sapeva chi fosse il Poeta.” Con queste parole si apre il primo romanzo di Antonella Perrotta, Giuè (Ferrari editore), dal nome del protagonista. Ambientato negli anni del primo dopoguerra, racconta, appunto, la storia di Giuè Palmitano, giovanissimo contadino nato e cresciuto nelle campagne tra Paola e San Lucido. Terra aspra e dura, ricca di oliveti che scendono verso il mare, accarezzati dal sole scottante e dalla salsedine portata dal vento. Questa l’ambientazione che Antonella Perrotta ha scelto per il suo romanzo, e che lei, nata e cresciuta a Paola, conosce tanto bene da riuscire a trasmetterne l’atmosfera attraverso immagini dal tratto quasi impressionistico. La storia di questo contadino diventa così una delicata e potente analisi dell’ipocrisia, della giustizia mancata, dell’indifferenza ma anche delle diverse strategie che ogni individuo adotta di fronte alle avversità della vita. Giuè. La trama del romanzo di Antonella Perrotta La trama di Giué prende spunto da un caso giudiziario realmente avvenuto nel 1920, ma diventa l’occasione per rappresentare tutte le contraddizioni di questa terra così affascinante e terribile allo stesso tempo. Prima di metterci di fronte all’episodio centrale del romanzo, cioè un omicidio (forse politico) avvenuto durante i festeggiamenti del Primo Maggio 1920 a Paola, l’autrice ci racconta i retroscena di questo piccolo paese tra la costa e i monti, in cui le beghe politiche si confondono e si sovrappongono a quelle personali. Così, nelle prime pagine del romanzo, il lettore viene messo al corrente dei rapporti, ben poco idilliaci, che intercorrono tra Giuè Palmitano, che vuol essere “un’isola che se ne sta per i fatti suoi”, Santino Frangipane, iscritto al  Partito Popolare e proprietario delle terre confinanti con i Palmitano, e Filippo Mastropinto, che era candidato alle elezioni proprio con i popolari e sostenuto dal Frangipane. Tra i retroscena, che la Perrotta riporta con una gradevole coloritura dialettale che li rende ancora più realistici, ritroviamo anche i rapporti tesi che intercorrono tra socialisti e popolari, tensioni che sfociano, durante i festeggiamenti del Primo Maggio 1920, in un omicidio. Qui si apre la parte centrale e più corposa del romanzo, quella che ruota intorno alle indagini per risalire al colpevole dei fatti. Ed è qui che si concentrano tutti gli eventi che avranno un terribile impatto sulla vita di Giuè e della sua famiglia. L’uomo può essere un’isola? Questa è la domanda che scaturisce dalla lettura di Giuè. Il protagonista del romanzo vuole disperatamente esserlo, desidera vivere tranquillo nel suo terreno, con la sua famiglia, i suoi figli e i suoi olivi. Ma, come fa notare Celestina, con parole intrise di saggezza atavica, “pure le isole, anche se non ci vogliono credere, sono terraferma, tali e quali ai continenti, e ai continenti devono rendere conto”. Il sogno di indipendenza di Giuè è, dunque, un’utopia, il desiderio di un uomo puro nel cuore. E proprio la sua purezza si scontra con il mondo, che è formato da continenti che continuamente si scontrano tra di loro, trascinandosi dietro le povere piccole […]

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Attualità

Infibulazione maschile, l’altra faccia della questione

Quando si parla di infibulazione, il pensiero corre subito alle aberranti pratiche di mutilazione genitale femminile, frequentemente attestate presso le popolazioni africane e non solo. Tuttavia, esistono anche delle forme di mutilazione maschile, talvolta altrettanto invasive, che tuttavia suscitano meno scalpore mediatico rispetto all’infibulazione femminile. In entrambi i casi, le mutilazioni genitali sono da considerare dei momenti di passaggio che permettono ai bambini di entrare a far parte della comunità adulta. Veri e propri riti di passaggio, dunque, che affondano le loro origini in epoche antiche e sono state in grado di sopravvivere ai secoli, radicandosi come parte integrante della cultura dei popoli che ne fanno uso. Eppure, nonostante la comune origine, infibulazione maschile e femminile non vengono considerate allo stesso modo dal mondo occidentale. Qui, dove ci si batte per i diritti delle donne, ci si dimentica che anche una mutilazione, a prescindere dal sesso di chi la subisce, è comunque una manipolazione “violenta”, solitamente perpetrata ai danni di minori che non possono difendersi né opporsi. Infibulazione maschile. Le pratiche principali Tra le principali tecniche di mutilazione genitale maschile, la più nota, e anche la meno invasiva, è la circoncisione. Praticata principalmente da ebrei e musulmani, essa ha un valore principalmente religioso, segnalando l’ingresso del bambino nella comunità. La circoncisione è attestata anche presso alcune tribù africane, come i Masai, dove assume le caratteristiche di un vero e proprio rito di passaggio all’età adulta. Qui, essere circoncisi è conditio sine qua non per contrarre matrimonio. Passando invece a pratiche di infibulazione maschile più estreme, troviamo la subincisione e la superincisione del pene. Entrambe sono tipiche delle popolazioni tribali dell’Africa e operate non su neonati, come nel caso della circoncisione, ma su preadolescenti o adolescenti, segnando quindi l’ingresso nella maturità sessuale e sociale. Il dibattito Attualmente, la società occidentale condanna aspramente le pratiche di mutilazione femminile: esse sono viste come pratiche che ledono la psiche e minano la vita sessuale delle donne che vi sono state sottoposte. Pertanto, molti Paesi europei hanno emanato delle leggi per punire chi attua tali procedimenti, che ne vietino la messa in atto. Essa, tuttavia, non viene punita in quanto mutilazione su minore: i pochi casi in cui la legge ha agito riguardano interventi clandestini che hanno portato alla morte dell’infante. La motivazione per questo diverso atteggiamento va ricercato nella sfera socio-culturale. Soprattutto la circoncisione, infatti, è sentita come un aspetto del patrimonio delle popolazioni ebraiche e musulmane, mentre si tralascia un aspetto fondamentale: come per le donne, anche i maschi infibulati possono avere delle ripercussioni negative sulla vita sessuale e, come le donne, anche loro non si sottopongono alle pratiche per libera scelta, ma piuttosto per imposizione familiare. Tuttavia, soprattutto i recenti casi di morte prematura legata all’attuazione clandestina di infibulazione, principalmente circoncisione, hanno iniziato a far sorgere un dibattito sul tema, portando alla luce le implicazioni morali e psicologiche che esse hanno sui maschi che le hanno subite a scopi non medici.     Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/catene-piedi-sabbia-bondage-19176/

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Libri

Uno qualunque: la vita e la morte nel romanzo di Alessandro Agnese

Uno qualunque, romanzo di esordio di Alessandro Agnese, edito dalla casa editrice calabrese Ferrari Editore, è un romanzo per certi versi spietato, che mette di fronte alla vera essenza dell’esistenza umana. Quattro storie, apparentemente slegate una dall’altra, che si compiono e s’incastrano nei deserti dell’anima in cui si rimane inghiottiti senza nessuna via di scampo. Quattro anonimi protagonisti-narratori, cittadini della stessa indefinita città-mondo, che attraversano quella sottile linea d’ombra che fa da confine tra la normalità e la follia. Due costanti ricorrenti sono Amerigo, personaggio dalla natura contrastante e tormentata che mostra la forza e la fragilità del male, e la morte, metafora della transizione tra i vari stadi della coscienza, mistero e incubo palpabile da cui l’uomo tenta invano di scappare. Uno qualunque, di Alessandro Agnese: quattro stadi della vita uniti da un filo rosso sangue Il romanzo di Alessandro Agnese è suddiviso in quattro macrocapitoli, ognuno dei quali rappresenta uno stadio del percorso umano: in ordine, abbiamo infantia, adulescentia, juventus-maturitas e senectus. Protagonisti sono, appunto, delle persone “qualunque”, individui che in qualche modo provano un certo “disagio” nei confronti della vita e che, invece, sembrano essere morbosamente attratti dalla morte, fil rouge dell’intero romanzo. I protagonisti di Uno qualunque la desiderano ardentemente, la sognano come la pace dopo una lunga ed estenuante battaglia contro sé stessi e i propri fantasmi. Lo stesso Alessandro Agnese, per bocca di uno dei suoi protagonisti, spiega la sua visione dell’esistenza e dello stretto rapporto tra questa e la morte: “Tutti noi umani, al di là di chi siamo e di cosa facciamo, abbiamo le stesse paure e le stesse necessità. Viviamo e attraversiamo tutti le stesse fasi, in un modo o nell’altro. L’infante, ad esempio, agisce senza morale e senza cognizione di causa. È un esserino fastidioso e capriccioso che si muove e impara a tentoni, attraverso stupidi sbagli. (…) L’adolescente è, invece, in conflitto con se stesso e il mondo intero. È convinto di essere il solo a perseguire il vero ma, in realtà è bloccato in una fase della vita che lo strattona, in egual misura, tra la puerizia e quello che inevitabilmente diventerà. L’adulto, invece, è  consapevole che la vita si regge su schemi e compromessi invalicabili. (…). Infine c’è il vecchio, un uomo solo, angustiato dal pensiero di non avere più un ruolo utile nel teatrino osceno dell’esistere. (…) Eppure, arriviamo tutti allo stesso capolinea: la morte, il solo motore del nostro agire. È la morte il vero operatore di cambiamento della nostra vita, ma tutti ne siamo terrorizzati. Sono convinto, però, che, in realtà, abbiamo più paura della vita, non il contrario…“ I quattro capitoli di Uno qualunque, dunque, presentano quattro protagonisti che, ognuno a modo loro e ognuno secondo le modalità proprie dell’età in cui si trovano, cercano di capire il rapporto ambiguo e necessario che intercorre tra la vita e il suo contrario, tra caos vitale e ordine mortale. Tutti loro sono irresistibilmente attratti dal lato oscuro, fanno di tutto per raggiungerla e passano l’esistenza a stordirsi per arrivare quanto più vicino possibile all’esperienza […]

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Libri

Vera, il romanzo di Elizabeth von Arnim

Scritto nel 1921 e in vendita dal 26 settembre per la casa editrice Fazi Editore, Vera è forse il romanzo più riuscito della scrittrice Elizabeth von Arnim, nel quale la scrittrice riversa parte del suo vissuto: come Lucy, giovane protagonista del romanzo, anche Elizabeth è stata una “seconda moglie” e ha portato tutto il peso di questa situazione. Forse proprio l’aver provato sulla sua pelle la sensazione del continuo confronto con una donna sconosciuta, ha fatto sì che la scrittura di “Vera” sia in grado di trasmettere in maniera evidente il malessere psicologico della protagonista e, quindi, dell’autrice. Vera: storia di una seconda moglie Il romanzo, ambientato in Cornovaglia, si apre con l’immagine di una giovane donna persa nel dolore: Lucy Entwhistle, corpo da bambina e anima innocente, ha improvvisamente perso suo padre, centro propulsore di tutta la sua esistenza. Incapace di reagire, Lucy, quasi catatonica, trascorre il tempo in giardino, senza nemmeno trovare la forza per piangere. Qui avviene l’incontro fortuito con il signor Everard Weymiss, uomo maturo ma ancora piacente, anche lui sconvolto da un recente lutto: sua moglie Vera, colei che da il nome al romanzo, è morta cadendo dalla balconata della loro abitazione. Come se non bastasse, al momento dell’incontro tra Lucy e Weymiss, è in corso un’indagine per appurare la natura accidentale dell’accaduto. I due, accomunati dalla sofferenza e dalla perdita, impiegano pochissimo tempo a legarsi l’uno all’altra: Lucy ritrova in quest’uomo il porto sicuro che per lei era stato suo padre; Weymiss vede il Lucy un essere fragile, da proteggere dal mondo. Naturale evoluzione di questo rapporto saranno il fidanzamento e, infine, il matrimonio. Ma, dopo la luna di miele, l’ingresso a The Willows, la casa dove pochi mesi prima si è consumata la tragedia di Vera, turba profondamente Lucy. Poco a poco, già durante il breve periodo di fidanzamento, e ancora di più col matrimonio, Everard mostra la sua natura di uomo manipolatore e subdolo, incline a scatti di ira repentini e a violenze psicologiche di vario tipo verso tutti i suoi sottoposti, moglie compresa. Riuscirà Lucy a resistere ai rigidi rituali della casa e allo sposo cinico e maniaco del controllo? Solo una persona, la cui presenza è ancora palpabile tra le mura di casa, sembra poterla capire, pur non esistendo più: Vera. Un’anima prigioniera che non può volare Sebbene scritto nel 1921, Vera mette in risalto una condizione drammaticamente condivisa da molte donne, in ogni tempo e luogo, vittime di abusi e vessazioni psicologiche. Le mura domestiche, che dovrebbero rappresentare una protezione, un’isola felice a cui far ritorno dopo aver lasciato le tempeste del quotidiano, diventano per queste donne una prigione dalla quale è quasi impossibile evadere. La condizione di Lucy è quanto mai indicativa: ingenua e innamorata, non vede o, meglio, non vuole vedere, la vera natura dell’uomo che le sta accanto. Cerca una giustificazione ad ogni sua stranezza, trova una spiegazione “razionale” ad ogni comportamento; si addossa la colpa per ogni litigio. Lucy, chiusa nel suo disperato bisogno di […]

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Libri

Avviso di chiamata, il romanzo di esordio di Delia Ephron

Avviso di chiamata, bestseller di Delia Ephron, è la novità per il mese di Giugno della casa editrice Fazi che, della stessa autrice, ha già pubblicato il romanzo Siracusa. Si tratta di una sorta di dark commedy che ci catapulta direttamente nel cuore di una famiglia americana, normale nella sua anormalità. Costruito su più piani temporali grazie al sapiente e calcolato uso del flash-back, il punto di forza di Avviso di chiamata non è tanto l’intreccio narrativo, quanto piuttosto l’approfondimento del carattere, della psicologia e dei sentimenti dei personaggi, di cui l’autrice riesce a cogliere ogni sfumatura, tratteggiandone vizi e virtù con arguzia e delicatezza. Con una scrittura ironica e pungente, Delia Ephron tocca argomenti di grande impatto emotivo, catapultando il lettore direttamente nella vita di questa strana famiglia disfunzionale che, in un modo tutto suo, trova il modo di affrontare i piccoli e grandi problemi quotidiani.  La trama del romanzo di Delia Ephron Protagonista e voce narrante è Eve Mozell, un’ organizzatrice di eventi quarantaquattrenne; ha un marito, Joe, di cui forse non è più innamorata ma che rappresenta comunque il suo punto fermo, e un figlio adolescente, Jesse, che le dà qualche problemino. Eve è la “sorella di mezzo” e, in quanto tale, eternamente in competizione con le altre due: Georgia, redattrice di una rivista di moda che porta il suo stesso nome, e Madeleine detta Maddy che, dopo tante peregrinazioni, ha trovato la sua identità come attrice in una soap opera. Il padre, Lou, è un ex sceneggiatore, ormai alcolizzato e affetto da demenza senile ed è proprio la protagonista a doversi costantemente occupare dell’uomo, dal momento che le altre due sorelle tendono spesso a defilarsi, immerse nelle loro vite. Dai frequenti salti temporali presenti all’interno di Avviso di chiamata, sappiamo che non è la prima volta che Eve deve farsi carico dell’ingombrante figura paterna: la mente di Lou Mozell, infatti, aveva cominciato a vacillare già molti anni prima, quando la moglie lo aveva lasciato per diventare la compagna di un uomo assai diverso da lui. Con il divorzio, tutta la fragilità dell’uomo viene a galla: da allora, si sono succeduti diversi ricoveri in istituti psichiatrici, mentre le tre sorelle, ognuna a proprio modo, tentavano di costruirsi una loro identità e trovare un posto nel mondo, senza un padre e una madre ad accompagnarle nel loro sbocco nella vita sociale. Mantengono stretti contatti tra loro spesso telefonicamente e da qui scaturisce il titolo “Avviso di chiamata”. Avviso di chiamata: metafora di vite tenute insieme da un filo In Avviso di chiamata, il telefono è una parte integrante della quotidianità delle protagoniste: il suo squillo acuto è il “rumore” che più spesso percepiamo nel corso del romanzo, talvolta addirittura in maniera insistente e convulsa, tanto da arrivare, in alcuni momenti, a mandare su tutte le furie la pacata Eve. Eppure, il telefono è l’elemento che le tiene vincolate l’una all’altra, è il salvagente che la vita lancia alle tre sorelle per sorreggersi a vicenda ed evitare di annegare nel folle […]

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Culturalmente

Antropomorfismo: cos’è e quali sono le sue caratteristiche?

Antropomorfismo: dalle origini al mondo contemporaneo | Riflessioni Sin dall’antichità, l’uomo ha dimostrato la tendenza ad attribuire caratteristiche umane ad esseri inanimati, come le piante, gli agenti atmosferici o agli animali. Questo fattore, chiamato “antropomorfismo”, è tipico delle religioni politeiste antiche, in cui le divinità divengono la rappresentazione simbolica della natura e, allo stesso tempo, acquisiscono le peculiarità proprie dell’uomo. Esso risponde alla necessità, propria dell’uomo, di dare una “forma”, per lui comprensibile, all’elemento divino che lo accompagna da sempre. Origine, etimologia e aspetti peculiari Il termine antropomorfismo ha matrice greca: deriva dall’unione di “anthropos” (uomo) e “morfé” (forma). Le sue prime applicazioni risalgono a epoche storiche precedenti ai greci stessi (pensiamo agli dei Egizi, che spesso avevano teste animali su un corpo di uomo e sentimenti totalmente umani). Tuttavia, è proprio nel pantheon greco-romano che l’antropomorfismo raggiunge il suo punto più alto. Secondo lo storico Erodoto, gli “inventori” della divinità antropomorfa furono addirittura Omero ed Esiodo, responsabili di aver attribuito agli dei tutte le caratteristiche psichiche degli uomini, portate all’eccesso: Era, Afrodite, Atena, Apollo e tutti gli altri dei vengono ritratti spesso in atteggiamenti più umani che divini, presi da forti passioni e da sentimenti non sempre positivi. Lo stesso Zeus, padre degli dei, non sfugge a questa caratterizzazione spesso negativa, venendo spesso rappresentato preda di passioni insane e travolgenti che sono alla base di buona parte della cosiddetta “mitologia della metamorfosi”. In quanto creazione totalmente umana, l’antropomorfismo fu a lungo criticato dai filosofi, tanto da quelli antichi (ad esempio Platone), quanto da quelli più moderni, come Kant, il quale vide una forma di antropomorfismo simbolico anche nella religione cristiana monoteista. In ogni caso, l’attribuzione di caratteristiche umane ad esseri naturali era molto radicata nel pensiero antico, tanto che la troviamo anche in ambiti non prettamente religiosi: nelle favole di Fedro e di Esopo, spesso gli animali agiscono, parlano e pensano come gli uomini, con lo scopo manifesto di mostrare ai lettori la giusta strada da seguire e le conseguenze che derivano da atteggiamenti sbagliati. Antropomorfismo nella cultura moderna E oggi? L’antropomorfismo è finito con la fine delle grandi civiltà antiche? In realtà no, ha soltanto cambiato forma. Le fiabe per bambini sono piene di animali che parlano e si muovono come gli uomini e lo stesso vale per i cartoni animati: la Disney ha costruito la sua fortuna su prodotti come Il Re Leone o Il Libro della giungla, Bambi, Oliver&Co. e chi più ne ha più ne metta. Al giorno d’oggi siamo letteralmente invasi da esempi più o meno riusciti di animali parlanti e che, spesso, camminano su due zampe: Topolino, Pippo e Paperino vi dicono niente?  E, a questo proposito, rimarrà sempre insoluta una grande domanda: perché Pippo è un cane umanizzato, mentre Pluto è un cane- cane??   Foto in evidenza: www.devyoucan.it  

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Libri

Absence 3. La memoria che resta di Chiara Panzuti

Absence. La memoria che resta è il terzo e ultimo capitolo dell’omonima trilogia dell’autrice Chiara Panzuti. Edito da Fazi, questo romanzo young adult si ambienta, come i precedenti, in una visione distopica del quotidiano, in cui un gruppo di ragazzi si ritrovano letteralmente ad essere invisibili per il mondo che li circonda, a causa di un siero l’NH1, che è stato loro iniettato da una branca dell’intelligence inglese allo scopo di testarlo prima di renderlo fruibile all’esercito. Absence: i capitoli precedenti I protagonisti della trilogia sono Faith e Jared, entrambi adolescenti ed entrambi, per motivi differenti, si sentono “invisibili” al mondo che li circonda. Forse proprio questa loro invisibilità emotiva li renderà, loro malgrado, le cavie perfette per testare l’NH1, un siero che ti rende invisibile davvero, e che cancella ogni traccia del tuo passaggio, persino nella memoria delle persone care. Come accade a Faith e Jared, anche a Scott, Christabel, Abigail ed Ephraim viene iniettato il siero e vengono coinvolti in un terribile gioco il cui premio è la sopravvivenza. I protagonisti, divisi nelle tre squadre degli Alfa, Beta e Gamma, combatteranno gli uni contro gli altri per arrivare alla fine, guidati nelle loro mosse da un uomo, vestito di nero, che si fa chiamare l’Illusionista. Si ritroveranno a viaggiare in luoghi a cui non avevano mai pensato da un giorno all’altro, ad affrontare nemici senza scrupoli vinti solo da un’insaziabile voglia di trionfare sugli altri e a girare in un labirinto senza uscita alcuna, mentre il percorso fisico per avvicinarsi al traguardo, e all’antidoto che li renderà di nuovo visibili, si accompagna ad un processo di crescita e maturazione di tutti i personaggi coinvolti. Absence. La memoria che resta: sinossi In questo episodio conclusivo della serie di Absence, la squadra Gamma è di nuovo riunita, ma i rapporti sono tesi e le liti frequenti: Jared e Christabel non si fidano più di Faith, dopo il periodo che ha trascorso con gli Alfa sull’isola di Bintan mentre Scott è l’unico a non dubitare della sua lealtà. Decisa a proteggere i suoi amici e a conoscere il vero scopo del gioco spietato che li ha resi invisibili al mondo, Faith segue le indicazioni della mappa lasciatale da Ephraim, prima dell’ultima prova a Clyde River. Raggiunge così la squadra Alfa a Iqaluit, Canada, dove la ragazza comincia a scoprire la vera identità di Davon − l’uomo in nero − i fantasmi che abitano l’impetuosa Abigail e la natura della sua attrazione verso Ephraim. A poco a poco tutti i tasselli andranno finalmente al loro posto, componendo il disegno crudele congegnato dall’Illusionista, un uomo ossessionato dal proprio passato e divorato dal desiderio di vendetta. Nella prova finale, il suo piano perverso condurrà Faith e i suoi amici a scontrarsi con i propri limiti, il dolore e la morte, ma soprattutto svelerà loro il valore dell’amicizia e la forza interiore maturata da ciascuno durante quell’atroce esperienza. Tornare a essere visibili è davvero essenziale per realizzare se stessi? La memoria che resta, un romanzo […]

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Libri

I provinciali: recensione del romanzo di Jonathan Dee

In libreria dal 4 aprile “I Provinciali” di Jonathan Dee, già finalista al premio Pulitzer. Edito da Fazi con la traduzione di Stefano Bertolussi, I Provinciali è un romanzo corale in cui, attraverso i pensieri e le voci dei vari personaggi, si mette in scena il vero volto dell’America moderna, ben diverso da quello perfetto e patinato che è parte dell’immaginario comune. Se, infatti, pensiamo all’America, immaginiamo villette monofamiliari abitate da persone ricche, felici, bionde e sorridenti; creiamo, nella nostra mente, l’immagine di scuole bellissime e funzionanti e di piccole cittadine in cui tutti aiutano tutti. Ebbene, il romanzo di Jonathan Dee non fa altro che scardinare tutte le nostre false convinzioni, mostrando un’America cinica e animata dal rancore e dal desiderio di rivalsa, fotografata negli anni dal post undici settembre fino alla crisi economica. I Provinciali di Jonathan Dee: la trama Howland, Massachusetts. Mark Firth è un imprenditore edile con grandi ambizioni ma scarsa competenza negli affari, tanto da aver affidato tutti i suoi risparmi a un truffatore; lo sa bene sua moglie Karen, preoccupata per l’istruzione della figlia: sarebbe davvero oltraggioso per lei se la piccola dovesse ritrovarsi nei pericolosi bassifondi della scuola pubblica. Il fratello di Mark, nonché suo eterno rivale, è un agente immobiliare che ha mollato la precedente fidanzata sull’altare e ha una relazione con la telefonista della sua agenzia. C’è poi Candace, la sorella, che è insegnante alla scuola pubblica locale e coltiva una storia clandestina con il padre di una delle sue allieve. Gli abitanti della cittadina sono tutti accomunati dalla diffidenza nei confronti dei turisti della domenica, abitanti della grande metropoli che possono permettersi una seconda casa in provincia: gente disposta a spendere cinque dollari per un pomodoro, perché ignora il valore di un pomodoro quanto quello di cinque dollari. Sarà proprio uno di loro a far precipitare il fragile equilibrio della comunità. In seguito all’Undici Settembre, infatti, il broker newyorkese Philip Hadi, sapendo grazie a “fonti riservate” che New York non è più un posto sicuro, decide di traslocare a Howland insieme a moglie e figlia. Arriverà a tentare la carriera nella politica locale, suscitando idolatria in alcuni e odio feroce in altri. Lo spietato ritratto dell’uomo medio Attraverso la sua scrittura spigolosa, pungente e divertente, Jonathan Dee crea un microcosmo in cui tutti  i rapporti appaiono guidati dalla logica dell’utilitarismo e dalla disillusione comune. È l’autore stesso che, attraverso le parole di uno dei personaggi, mette in guardia il lettore dal finto buonismo e dalla carità fasulla che anima i Newyorkesi del post-11 settembre. Egli pare volerci dire, fin dall’inizio del romanzo, che non bisogna tener conto delle impressioni, perché ciò che appare non sempre coincide con ciò che realmente è.  Dietro la linda e compunta facciata di empatia e interessamento per il prossimo, si nasconde un cinico risentimento e un desiderio di sopravvaricare gli altri. Di fregare il prossimo prima che lui freghi te.  D’altra parte, tutti i personaggi dell’ecosistema provinciale creato da Jonathan Dee, sono estremamente complessi  e […]

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