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Eroica Fenice

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Absence 3. La memoria che resta di Chiara Panzuti

Absence. La memoria che resta è il terzo e ultimo capitolo dell’omonima trilogia dell’autrice Chiara Panzuti. Edito da Fazi, questo romanzo young adult si ambienta, come i precedenti, in una visione distopica del quotidiano, in cui un gruppo di ragazzi si ritrovano letteralmente ad essere invisibili per il mondo che li circonda, a causa di un siero l’NH1, che è stato loro iniettato da una branca dell’intelligence inglese allo scopo di testarlo prima di renderlo fruibile all’esercito. Absence: i capitoli precedenti I protagonisti della trilogia sono Faith e Jared, entrambi adolescenti ed entrambi, per motivi differenti, si sentono “invisibili” al mondo che li circonda. Forse proprio questa loro invisibilità emotiva li renderà, loro malgrado, le cavie perfette per testare l’NH1, un siero che ti rende invisibile davvero, e che cancella ogni traccia del tuo passaggio, persino nella memoria delle persone care. Come accade a Faith e Jared, anche a Scott, Christabel, Abigail ed Ephraim viene iniettato il siero e vengono coinvolti in un terribile gioco il cui premio è la sopravvivenza. I protagonisti, divisi nelle tre squadre degli Alfa, Beta e Gamma, combatteranno gli uni contro gli altri per arrivare alla fine, guidati nelle loro mosse da un uomo, vestito di nero, che si fa chiamare l’Illusionista. Si ritroveranno a viaggiare in luoghi a cui non avevano mai pensato da un giorno all’altro, ad affrontare nemici senza scrupoli vinti solo da un’insaziabile voglia di trionfare sugli altri e a girare in un labirinto senza uscita alcuna, mentre il percorso fisico per avvicinarsi al traguardo, e all’antidoto che li renderà di nuovo visibili, si accompagna ad un processo di crescita e maturazione di tutti i personaggi coinvolti. Absence. La memoria che resta: sinossi In questo episodio conclusivo della serie di Absence, la squadra Gamma è di nuovo riunita, ma i rapporti sono tesi e le liti frequenti: Jared e Christabel non si fidano più di Faith, dopo il periodo che ha trascorso con gli Alfa sull’isola di Bintan mentre Scott è l’unico a non dubitare della sua lealtà. Decisa a proteggere i suoi amici e a conoscere il vero scopo del gioco spietato che li ha resi invisibili al mondo, Faith segue le indicazioni della mappa lasciatale da Ephraim, prima dell’ultima prova a Clyde River. Raggiunge così la squadra Alfa a Iqaluit, Canada, dove la ragazza comincia a scoprire la vera identità di Davon − l’uomo in nero − i fantasmi che abitano l’impetuosa Abigail e la natura della sua attrazione verso Ephraim. A poco a poco tutti i tasselli andranno finalmente al loro posto, componendo il disegno crudele congegnato dall’Illusionista, un uomo ossessionato dal proprio passato e divorato dal desiderio di vendetta. Nella prova finale, il suo piano perverso condurrà Faith e i suoi amici a scontrarsi con i propri limiti, il dolore e la morte, ma soprattutto svelerà loro il valore dell’amicizia e la forza interiore maturata da ciascuno durante quell’atroce esperienza. Tornare a essere visibili è davvero essenziale per realizzare se stessi? La memoria che resta, un romanzo […]

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Libri

I provinciali: recensione del romanzo di Jonathan Dee

In libreria dal 4 aprile “I Provinciali” di Jonathan Dee, già finalista al premio Pulitzer. Edito da Fazi con la traduzione di Stefano Bertolussi, I Provinciali è un romanzo corale in cui, attraverso i pensieri e le voci dei vari personaggi, si mette in scena il vero volto dell’America moderna, ben diverso da quello perfetto e patinato che è parte dell’immaginario comune. Se, infatti, pensiamo all’America, immaginiamo villette monofamiliari abitate da persone ricche, felici, bionde e sorridenti; creiamo, nella nostra mente, l’immagine di scuole bellissime e funzionanti e di piccole cittadine in cui tutti aiutano tutti. Ebbene, il romanzo di Jonathan Dee non fa altro che scardinare tutte le nostre false convinzioni, mostrando un’America cinica e animata dal rancore e dal desiderio di rivalsa, fotografata negli anni dal post undici settembre fino alla crisi economica. I Provinciali di Jonathan Dee: la trama Howland, Massachusetts. Mark Firth è un imprenditore edile con grandi ambizioni ma scarsa competenza negli affari, tanto da aver affidato tutti i suoi risparmi a un truffatore; lo sa bene sua moglie Karen, preoccupata per l’istruzione della figlia: sarebbe davvero oltraggioso per lei se la piccola dovesse ritrovarsi nei pericolosi bassifondi della scuola pubblica. Il fratello di Mark, nonché suo eterno rivale, è un agente immobiliare che ha mollato la precedente fidanzata sull’altare e ha una relazione con la telefonista della sua agenzia. C’è poi Candace, la sorella, che è insegnante alla scuola pubblica locale e coltiva una storia clandestina con il padre di una delle sue allieve. Gli abitanti della cittadina sono tutti accomunati dalla diffidenza nei confronti dei turisti della domenica, abitanti della grande metropoli che possono permettersi una seconda casa in provincia: gente disposta a spendere cinque dollari per un pomodoro, perché ignora il valore di un pomodoro quanto quello di cinque dollari. Sarà proprio uno di loro a far precipitare il fragile equilibrio della comunità. In seguito all’Undici Settembre, infatti, il broker newyorkese Philip Hadi, sapendo grazie a “fonti riservate” che New York non è più un posto sicuro, decide di traslocare a Howland insieme a moglie e figlia. Arriverà a tentare la carriera nella politica locale, suscitando idolatria in alcuni e odio feroce in altri. Lo spietato ritratto dell’uomo medio Attraverso la sua scrittura spigolosa, pungente e divertente, Jonathan Dee crea un microcosmo in cui tutti  i rapporti appaiono guidati dalla logica dell’utilitarismo e dalla disillusione comune. È l’autore stesso che, attraverso le parole di uno dei personaggi, mette in guardia il lettore dal finto buonismo e dalla carità fasulla che anima i Newyorkesi del post-11 settembre. Egli pare volerci dire, fin dall’inizio del romanzo, che non bisogna tener conto delle impressioni, perché ciò che appare non sempre coincide con ciò che realmente è.  Dietro la linda e compunta facciata di empatia e interessamento per il prossimo, si nasconde un cinico risentimento e un desiderio di sopravvaricare gli altri. Di fregare il prossimo prima che lui freghi te.  D’altra parte, tutti i personaggi dell’ecosistema provinciale creato da Jonathan Dee, sono estremamente complessi  e […]

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Solo uno stupido sabato sera di Luca Puggioni (Recensione)

Solo uno stupido sabato sera è il primo romanzo dell’emergente Luca Puggioni, classe 1994. Il romanzo è stato pubblicato dalla casa editrice Scatole Parlanti di Viterbo, che fa parte del gruppo editoriale Alter Ego e si propone la promozione della letteratura italiana, spaziando attraverso diversi generi e ponendo grande attenzione soprattutto alle realtà emergenti. Questo romanzo, di 170 pagine, è strutturato come una pulp story che si svolge in sole 24 ore, densa di omicidi sanguinosi e scene splatter, di probabile derivazione tarantiniana, e apparentemente privi di senso. Protagonista di Solo uno stupido sabato sera è colui che si fa chiamare Salvatore Marianella. Dietro questo nome si nasconde un uomo dalle molteplici identità, una delle quali è quella di Ranedo, proprietario di una grande azienda informatica, che offre ad un ragazzo qualsiasi un’imbarazzante somma di denaro, senza un evidente motivo. Poco dopo, però, il giovane scopre che dietro questa misteriosa operazione si cela un motivo ben preciso: quello che lui conosce come signor Ranedo è un killer, un uomo che uccide con nonchalance, per il semplice gusto di farlo, e i soldi sarebbero dovuti essere il suo pagamento per smembrare e far sparire il cadavere di un uomo che si trovava nel bagagliaio della Porche dorata del suo “datore di lavoro”. Tuttavia, qualcosa, in quel sabato sera, va storto, e il ragazzo si ritrova con una pallottola in testa, morto stecchito. Per ripulire il disastro, Ranedo/Marianella chiama Sofia (che lo ha conosciuto quando si faceva chiamare Paolo), una specialista nel campo e sua ex moglie, incapace di dire di no a quest’uomo tanto irritante quanto brillante. Terzo ed ultimo personaggio centrale della storia è Nikolaj, potente e spietato come Ranedo e intenzionato a distruggerlo. Nel corso del romanzo si scoprirà che le vite di Nikolaj e Ranedo sono legate a doppio filo, a causa di un passato comune. Solo uno stupido sabato sera. La noia di vivere 2.0 Solo uno stupido sabato sera potrebbe sembrare un romanzo pulp-noir in cui unici punti di interesse siano i fiumi di sangue (inutilmente versati) e le sagaci battute di Salvatore Marianella alias Ranedo alias Paolo. In realtà, questo lavoro poggia le sue fondamenta su qualcosa di più  profondo: nucleo e motore delle azioni del protagonista è infatti la noia. Gli omicidi, i continui cambi di identità, appaiono come meri tentativi di sfuggire al senso di inedia che pervade l’animo di un uomo che, avendo già  tutto, non ha più  nulla da chiedere alla vita. Ranedo è  la metafora della società odierna, o meglio, di una parte di essa. Quella parte che ottiene ogni cosa senza  sforzo e senza fatica; quella parte che non ha più la reale capacità  di desiderare qualcosa, che non sa più  provare sensazioni autentiche. Anche per questa  realtà quotidiana, come per l’esistenza del signor Ranedo, la noia si traduce in male di vivere, in pulsione autodistruttiva che spinge oltre i limiti consentiti. Eppure, anche il superare tale limite imposto, non produce quel senso di completezza e di ebbrezza che […]

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Scopri il mondo di M. de Montaigne pubblicato da Fazi editore| Recensione

Scopri il mondo è il quarto volume dei Saggi di Montaigne, pubblicato dalla casa editrice Fazi in una nuova e più moderna traduzione e secondo percorsi tematici che permettono al lettore di orientarsi in un testo spesso complesso e multiforme. Il volumetto parte da una domanda apparentemente banale, ma che cela altre mille domande: Com’è possibile aprirsi al mondo senza perdere se stessi e, anzi, affermarsi in questa apertura? Detto in altre parole, Montaigne si chiede come sia possibile stare nel mondo, vivere, senza lasciarsi imbrigliare negli schemi imposti dalla società stessa.  La risposta che il filosofo fornisce attraverso Scopri il mondo è l’abbandonarsi volontariamente e coscientemente ad esperienze totalizzanti, che portano l’individuo ad entrare in contatto con il suo limite estremo e, in questo modo, a riappropriarsi di sé stesso in maniera attiva.  Ognuno dei saggi di cui è composto Scopri il mondo, ripropone dunque una di queste “esperienze totalizzanti”: l’ozio, la paura, la memoria, divengono tutti motivo di scoperta di sé e dell’altro. Montaigne parte proprio dall’ozio, descritto da lui come il momento in cui, ritirandosi dalla quotidianità, l’individuo può cominciare a dialogare con la propria anima, ad osservare i fenomeni della vita concreta senza farsene condizionare.  Come l’ozio, anche la memoria e la paura del diverso o di ciò che, comunque, ci è estraneo, se indagate e affrontate attraverso una matrice filosofica, generano nuove modalità di conoscenza del concreto. Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessario presupporre l’esistenza di uno  strumento fondamentale che funga da mediazione tra il mondo e la mente: l’immaginazione. Per Montaigne, l’immaginazione è il vero motore della nostra comprensione del mondo e, nello stesso tempo, lo strumento principale per cogliere il mondo come un orizzonte nel quale possiamo agire concretamente. L’immaginazione si configura come la facoltà essenziale per l’apertura del soggetto al mondo e, quindi, per la sua scoperta. Scoprire il mondo non significa accumulare conoscenze sui dati che lo costituiscono, ma ricrearlo affinché ne emergano aspetti che non riusciamo a vedere immediatamente e che, tuttavia, vi sono impliciti e ne arricchiscono il senso. La presenza di numerosi esempi all’interno del saggio servono, quindi, a sollecitare l’immaginazione del lettore, ad immergerlo più profondamente in questo clima di lavorìo mentale che conduce alla destrutturazione delle conoscenze pregresse e alla creazione di un nuovo universo conoscitivo. È attraverso questa ricostruzione, resa possibile da un’educazione della nostra anima alla saggezza e alla virtù, che possiamo sfidare le nostre paure a la deformità del reale, trasformando la scoperta del mondo in senso del mondo. Scopri il mondo: alcune considerazioni Scopri il mondo non è un testo dalla facile lettura: la presenza di lunghi esempi, tra l’altro molto numerosi, tendono a distogliere l’attenzione dal concetto generale a cui si fa riferimento. La scrittura di Montaigne appare, infatti, disordinata e farraginosa, quasi come se l’autore volesse stordire il suo lettore utilizzando un vero e proprio fiume di parole. La difficoltà di lettura è, ovviamente, maggiore per chi si approccia a questo saggio senza avere una conoscenza filosofica basilare e non sia […]

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“Totò con i quattro” di Ciro Borrelli e Domenico Livigni

“Totò con i quattro” di Ciro Borrelli e Domenico Livigni è il primo volume della collana dedicata al Cinema, e secondo della linea SERIE ORO ideata e diretta dalla giornalista Anita Curci, in collaborazione con la casa editrice Apeiron. Con le introduzioni di Borrelli, Mauro Macario, Andrea Jelardi e Ennio Bìspuri, il libro, corredato di foto inedite appartenenti alla collezione privata di Livigni, ci racconta il personaggio Totò attraverso i ricordi di quattro dei suoi più famosi colleghi: Peppino De Filippo, Erminio Macario, Nino Taranto e Aldo Fabrizi. Non a caso, il titolo del libro rievoca quello di un famoso film, Totò contro i quattro, che vede schierati proprio questi cinque attori insieme. “Totò con i quattro” è un volume in bilico tra la biografia scientifica, di cui conserva l’attenta e puntuale ricerca delle fonti, e il romanzo vero e proprio, come dimostra la capacità, messa in atto dai due autori, di trasformare il materiale bibliografico a loro disposizione in un prodotto nuovo, da cui traspaiono l’umanità e la pienezza di sentimenti che legava Totò  ai suoi colleghi-amici. Borrelli e Livigni ricordano, infatti, la vita pubblica e privata del Principe della risata, i suoi esordi più o meno fortunati e i suoi successi attraverso gli occhi di chi con lui ha condiviso le scene, riuscendo a costruire un rapporto di reciproca stima e di autentica amicizia. “Totò con i quattro” è strutturato, appunto, in quattro capitoli, uno per ogni personaggio, ugualmente suddivisi tra i due autori: Borrelli si è occupato delle parti di De Filippo e Taranto, Livigni di quelle di Macario e Fabrizi. Il risultato è una rievocazione commossa della vita di Antonio De Curtis, ricca di aneddoti piacevoli che diventano punto di forza di questo volume. “Totò con i quattro”. Omaggio al Principe della risata Totò è un vero e proprio pilastro del cinema italiano. Un personaggio iconico, grazie al suo particolare stile macchiettistico, ai movimenti burattineschi, alla straordinaria mimica facciale e all’inventiva che hanno caratterizzato i suoi lavori. Le doti recitative di Totò rendevano godibili anche film dalla trama non particolarmente brillante, creando delle situazioni o dei giochi di parole che sono rimasti irrimediabilmente scolpiti nella memoria collettiva. Chi è cresciuto a “pane e Totò”, non può non avere dei ricordi legati ai suoi film, non può non recitare a memoria i surreali dialoghi tra Totò e Peppino De Filippo. Eppure, non tutti gli amanti dei suoi film conoscono anche gli aspetti privati della vita del Principe. Non tutti, ad esempio, sono a conoscenza della “ossessione di nobiltà” che ha caratterizzato gran parte della sua giovinezza, spingendolo a fare ricerche sempre più approfondite per appurare la nobiltà del suo lignaggio. Ancora, c’è chi non immagina che dietro quella maschera allegra, saltellante e spigolosa, potesse esistere una personalità seria, profonda e riflessiva. “Totò con i quattro” fa luce soprattutto su questi aspetti “nascosti” della biografia del Principe, evidenziandone l’umanità, la bontà. Attraverso le parole di chi lo ha conosciuto e ha instaurato con lui un’amicizia duratura, gli autori riescono nella […]

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Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali (Recensione)

Madonna col cappotto di pelliccia, in uscita il 10 Gennaio per la casa editrice Fazi Editore, può essere definito “il romanzo dimenticato di Sabahattin Ali“. Pubblicato per la prima volta negli anni ’40, è stato a lungo relegato nell’oblio e solo nel nuovo millennio è tornato alla ribalta grazie alla predilezione che gli hanno riservato i giovani che occupavano Gezi Park nel 2013. Il romanzo, ristampato in milioni di copie, da allora è divenuto un oggetto di culto non solo in Turchia ma in moltissimi altri Paesi sia occidentali che orientali,acclamato dalla critica e dal pubblico. La forza di questo romanzo, apparentemente romantico e politicamente disimpegnato, sta non solo nella scrittura limpida, pulita e, allo stesso tempo, forte: l’aspetto che colpisce più di ogni altro è quello della caratterizzazione dei personaggi, che tendono a ribaltare gli stereotipi sociali e di genere, profondamente radicati nella società turca degli anni ’40. I due protagonisti di Madonna col cappotto di pelliccia si muovono in un mondo fortemente patriarcale, in cui gli uomini devono essere forti e le donne possono abbandonarsi alla debolezza. Maria e Raif, invece, sovvertono tale equilibrio naturale, mescolando le carte e mostrando, più o meno liberamente, caratteristiche che vanno  oltre la solita stereotipia. Maria, giovane pittrice berlinese, è indipendente, fiera, un po’ sopra le righe. Raif Effendi, turco, sembra apparentemente un uomo mite, quasi estraneo al mondo che lo circonda. Eppure, guardando oltre le apparenze, si scopre un animo sensibile, capace di emozioni alte, vere e totalizzanti. Con la figura di Raif Effendi, Sabahattin Ali mette anche in evidenza che troppo spesso non riusciamo a considerare la profondità degli altri, limitandoci solo alle apparenze, semplicemente perché non abbiamo il tempo e l’interesse di conoscere le persone che abbiamo davanti. È proprio questo voler guardare in profondità le cose che, forse, ha reso questo romanzo tanto caro ai giovani turchi, che cercano di resistere ad un regime repressivo grazie ad un approccio romanticamente eroico alla vita. Madonna col cappotto di pelliccia. La trama Madonna col cappotto di pelliccia è scritto come un “romanzo nel romanzo”. La sua struttura a cornice ricorda un po’ quella delle scatole cinesi, nelle quali l’involucro più interno nasconde un gioiello prezioso, in questo caso, il racconto della vita giovanile di Raif Effendi e del suo amore eterno per Maria Puder. La voce narrante della cornice esterna è quella di un anonimo impiegato di Ankara. Siamo negli anni ’30 e il giovane, impiegato di banca disoccupato, viene assunto da una ditta che commercia macchine industriali. Come ultimo arrivato, si trova a condividere l’ufficio con Raif Effendi, il cui compito è tradurre in tedesco i documenti. Uomo solitario e schivo, Raif colpisce subito il suo compagno per la sua apparente mediocrità. Tutti lo trattano con sufficienza, tanto al lavoro quanto in casa. Nonostante ciò, i due entrano sempre più in confidenza, e il giovane comincia a sospettare che, dietro quell’apparenza così dimessa e subalterna, possa nascondersi dell’altro. Ma quale può essere la ragione di vita di una persona simile? Il taccuino di Effendi, […]

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Libri

Il ladro gentiluomo di Alessia Gazzola. (Recensione)

Proseguono le avventure di Alice Allevi, personaggio nato dalla sagace penna di Alessia Gazzola ed è appena uscito in libreria Il ladro gentiluomo, ottavo romanzo della serie L’allieva, edito come gli altri da Longanesi. (acquistalo QUI) Il ladro gentiluomo. Sinossi. Alice Allevi, finalmente specialista in medicina legale, ha dovuto affrontare scelte difficili sia sul piano professionale che su quello sentimentale. Dopo un lungo e burrascoso corteggiamento, sembrava che tra lei e Claudio Conforti, l’affascinante e imprevedibile medico legale con il quale ha condiviso ogni disavventura dai tempi della specializzazione, fosse nato qualcosa. Per un attimo, Alice ha creduto finalmente di aver raggiunto un periodo di serenità, almeno al di fuori dell’Istituto di medicina legale. Ma in un momento di smarrimento sentimentale chiede un trasferimento. E lo ottiene: a Domodossola. Per sua fortuna, o suo malgrado, Alice non avrà molto tempo per indugiare sul proprio destino, perché subito un nuovo caso la travolge. Durante quella che credeva essere un’autopsia di routine, Alice trova un diamante nello stomaco del cadavere. Una pietra di notevole caratura e valore, ma anche una prova materiale importante per il caso. Per questo, Alice si premura di convocare un ufficiale giudiziario a cui consegnarlo in custodia. L’ufficiale, che si presenta con il nome di  Alessandro Manzoni, è un uomo distinto ed elegante, dai modi cortesi ed impeccabili, e Alice non esita ad affidargli il diamante. Ed è a quel punto che il fantomatico ufficiale sparisce nel nulla e i guai per Alice iniziano a farsi enormi. Il ladro gentiluomo, una storia in giallo e rosa.  Per prima cosa, devo ammettere che, prima di imbattermi ne il ladro gentiluomo, non avevo mai letto nulla della Gazzola, né avevo mai visto la serie tv tratta dal ciclo dell’Allieva. Eppure, dopo aver letto tutto d’un fiato il romanzo in questione, ho sentito la necessità di rimettermi in pari e di seguire le avventure della Allevi sin dalla sua prima comparsa. Così, in meno di due settimane ho praticamente divorato anche i sette volumi precedenti e ne sono rimasta piacevolmente colpita. Addentrandomi sempre più nelle vicende di Alice, ho imparato a conoscerla e ad amarla, con tutti i suoi pregi e difetti, come si farebbe con un’amica. Mi sono immedesimata nella sua tormentata vicenda amorosa col “bel dottorino” Claudio Conforti; ho odiato (ma appena un pochino) la perfida Wally. In effetti, alla fine di questo percorso letterario mi sono resa conto che Il ladro gentiluomo, già molto godibile in sé stesso, lo diviene ancora di più se collegato all’intera saga di cui fa parte. Sì, perché questo non è soltanto un romanzo giallo-poliziesco: è un romanzo che si potrebbe definire forse “psicologico” e, a tratti, con sfumature rosa. Partiamo col dire che questo nuovo capitolo della storia vede un’Alice più matura e consapevole rispetto al passato. Certo, resta sempre un poco maldestra e impacciata, abbastanza incasinata anche sentimentalmente…ma è anche una donna più ferma in alcuni frangenti, pronta a prendere delle decisioni importanti e a sopportarne le conseguenze, per quanto emotivamente dolorose. Complice anche […]

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Cinema e Serie tv

Snuff la webserie: una miniserie made in Napoli

Snuff, una nuova webserie visibile su Youtube e “made in Napoli” firmata da Claudia Canfora e Giovanni Bellotti assieme al collettivo Napoli Nord Snuff è la nuova webserie firmata da Claudia Canfora e Giovanni Bellotti, visibile sulla piattaforma di condivisione video Youtube. “Le motivazioni – dice Bellotti – che mi hanno spinto a lavorare ad una seconda serie web, sono le medesime con cui ho avviato il lavoro de Il nastro di Möbius, ovvero la possibilità di continuare un percorso avviato anni prima a partire dai laboratori cinematografici svolti con i ragazzi delle scuole superiori di Napoli Est. Oggi, nonostante ognuno di loro abbia concluso gli studi liceali, hanno deciso di continuare a lavorare in gruppo, diventando parte di un collettivo cinematografico. Il collettivo è un progetto che vede la concretizzazione di uno spazio in cui i giovani (sotto i 35 anni) possano dare vita alle loro creazioni cinematografiche curandone i diversi aspetti: dalla scrittura alla produzione. L’obiettivo cardine del collettivo, così come quello della serie web Snuff, è quello di fare cinema a partire dal basso, che diventi poi un vero e proprio cantiere aperto di idee e talenti volti alla diffusione della cultura cinematografica indipendente, mediante l’impegno della sperimentazione attraverso nuovi contenuti, forme e linguaggi dell’audiovisivo”. Questa miniserie, composta da quattro episodi della durata di circa 5 minuti e un quinto episodio di 10, affonda le sue radici nei cosiddetti Snuff Movies che circolano, purtroppo, nel Dark web. La sceneggiatura, ben costruita, vede il sapiente uso di colpi di scena al termine di ogni episodio, così da rendere la visione godibile nonostante l’argomento forte di cui si tratta. Snuff la webseries: la sinossi Alice e Luca, laureandi in cinema, inizino il proprio tirocinio presso un’associazione. Convinti di poter approcciare sin da subito al mondo del lavoro per cui hanno studiato, si ritroveranno invece coinvolti in un terrificante mistero. Proprio Alice, infatti, ritroverà per caso, nello scantinato dell’associazione, uno Snuff Movie nel quale la protagonista viene torturata fino alla morte. I due laureandi si metteranno quindi sulle tracce del misterioso autore della registrazione. Gli interpreti sono: Noemi Esposito, Mario Donato Pilla, Vincenzo Carotenuto, Giuseppe Carosella, Carmela Abbacuccio, Ilenia Briuolo. link episodi Cosa sono gli Snuff movies Il fenomeno degli Snuff movies, relativamente recente, trae la propria forza dal piacere morboso che alcuni individui possono provare nell’assistere alla sofferenza che un essere umano infligge ad un altro: si tratta, infatti, di filmati amatoriali, spesso girati con scarsi mezzi tecnici, che mostrano un’escalation di torture ai danni di animali e altri esseri umani. Torture che culminano con la morte del soggetto. Tali filmati, realizzati dietro compenso, rispondono in qualche modo ad un bisogno voyeuristico estremo che la rete riesce a soddisfare grazie al suo lato oscuro. Il deep web sembra infatti essere fonte inesauribile per le persone che ricercano questo genere di filmati. Eppure, cercando notizie in rete, ci  si trova di fronte a opinioni discordanti: c’è chi parla di leggenda metropolitana, chi invece sostiene che si possa parlare di snuff movies solo […]

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Libri

Il tremore del falso di Sebastiano Cenere. La recensione

Il  tremore del falso segna l’esordio letterario di Sebastiano Cenere, pseudonimo dietro cui si cela un gruppo di scrittori, sceneggiatori e documentaristi. Il romanzo è tra i  finalisti del torneo letterario gratuito IoScrittore, prodotto dal gruppo editoriale Mauri Spagnole ed è disponibile in versione e-book e cartacea. SI tratta di un testo a cavallo tra il genere biografico e il romanzo storico. Sebbene, infatti, si incentri principalmente sul rapporto, a tratti ambiguo, che si viene a creare tra le protagoniste, Il tremore del falso offre anche uno scorcio dell’Italia tra le due Guerre. Il tremore del falso di Sebastiano Cenere. Sinossi 1920. Il sodalizio personale e artistico di Irma ed Emma Gramatica, sorelle e dive incontrastate della scena teatrale italiana, si incrina quando la giovane Caterina viene assunta come assistente nella loro compagnia teatrale. Decisa a ritirarsi dalle scene, Irma va a vivere con Caterina, che diventa la figlia che non ha mai avuto e la compagna ideale. Emma, esclusa dal nuovo ménage e privata in teatro del partner più prestigioso, ordisce una sofisticata vendetta durante l’ultimo spettacolo che interpreta con la sorella. Il tremore del falso – la finzione del teatro che drammaticamente si svela a contatto con la vita vera – è una biografia romanzata, liberamente ispirata alle vite di due grandi attrici del passato, in cui gli avvenimenti più verosimili sono inventati e quelli più incredibili sono veri. Una vicenda di sentimenti proibiti, scelte audaci e talentuose ostentazioni che dagli anni Venti al Secondo dopoguerra attraversa la storia e la società del Novecento italiano suggerendo un’immagine della nostra epoca meno evoluta di quanto crediamo. Il tremore del falso nella vita vera Il romanzo di Sebastiano Cenere presenta numerosi aspetti positivi, a partire dalla scrittura piacevole, delicata e sempre scorrevole, anche nelle lunghe descrizioni, che di solito non amo particolarmente. Attraverso immagini realistiche e ben costruite, il lettore si trova a crearsi una mappa mentale dettagliata dei luoghi in cui la vicenda si svolge, riuscendo a percepire tutta l’atmosfera dell’Italia degli anni Venti. Un secondo pregio è quello di aver portato alla ribalta due personalità complesse quali quelle delle sorelle Gramatica, delle quali viene messa a nudo non soltanto la dimensione lavorativa, ma anche quella emotiva e personale. Anzi, è proprio quest’ultima che rappresenta il nucleo centrale e più profondo della narrazione, incentrata proprio sul rapporto di odio-amore tra le due artiste. Il tremore del falso ci mostra la parabola emozionale di queste due donne, che per gran parte della loro vita hanno condiviso la quotidianità dentro e fuori dal palcoscenico, vivendo l’una nell’ombra dell’altra, cercando di superarsi a vicenda pur rispettandosi, tanto come artiste quanto come esseri umani. Il rapporto tra Irma ed Emma è lo stesso che si instaura tra tutte le sorelle, in ogni epoca e in ogni parte del mondo, un rapporto fatto, si, di alti e bassi, ma saldo e profondo. Eppure, la comparsa di Caterina riesce a rompere l’equilibrio, forse già precario, che si era instaurato: poiché tra lei e Irma non sussiste […]

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All’inizio del settimo giorno di Luc Lang per Fazi Editore

Finalista del premio Goncourt, All’inizio del settimo giorno di Luc Lang è stato pubblicato il 10 maggio a cura della casa editrice Fazi. Complesso e articolato tanto nella struttura quanto nei contenuti, questo romanzo francese si presenta, a prima vista, come un thriller psicologico ma, procedendo nella lettura, assume sfumature ben più articolate. Il thriller si trasforma, quindi, ora in epopea familiare, ora in un romanzo di ricerca delle proprie origini e della propria identità più profonda. Punto di partenza e filo conduttore del romanzo è il dolore. L’intera vita di Thomas, personaggio centrale e multiforme, sembra attraversata da dolori antichi, risalenti all’epoca in cui, ancora bambino, viveva con un padre assente e una madre succube di quest’ultimo. A questo dolore, si sovrappone quello, ben più recente, legato ai ventotto giorni di coma dell’amata Camille, che da quel coma non si risveglierà più. Proprio la morte della moglie, spinge Thomas a cercare le proprie radici, e a intraprendere un viaggio che lo condurrà in luoghi remoti alla ricerca delle proprie radici. All’inizio del settimo giorno di  Luc Lang, la trama All’inizio del settimo giorno si presenta suddiviso in tre parti, in cui domina la figura di Thomas Texier: sebbene egli non sia l’unico protagonista delle tre sezioni, è in realtà l’elemento che crea un collegamento tra di esse. Nella prima parte facciamo la conoscenza di Thomas, uomo di successo, marito devoto di Camille, padre amorevole di Anton ed Elsa, fratello minore di Jean e Pauline. Una notte, una telefonata della polizia lo avverte che Camille ha avuto un incidente mentre guida a velocità sostenuta lungo una strada secondaria ben lontana da quella che porta a casa. Camille è in coma e l’auto distrutta. Pensieri vorticosi attanagliano la mente di Thomas: che cosa faceva Camille in auto da sola in quella zona sconosciuta? Chi doveva incontrare? La seconda parte si apre con Thomas che percorre sentieri impervi delle montagne dov’è nato, i Pirenei. Sono passati alcuni mesi dall’incidente di Camille e dalla sua morte. Il protagonista con i figli è in visita dal fratello Jean che, al contrario di Thomas, ha scelto di restare ancorato alle tradizioni di famiglia, diventando un pastore. In questo ambiente idilliaco, lontano dal trambusto cittadino, il protagonista del romanzo intraprende una serie di escursioni alla riscoperta della natura e del proprio vero io, ormai sopito da tempo. Durante la permanenza sui Pirenei, infatti, Thomas si ritroverà a pensare a eventi che, nascosti in un cassetto in fondo alla sua memoria, aveva cercato di cancellare: ripenserà alla morte del padre in un incidente in montagna, alla sua infanzia, alla fuga della sorella Pauline. Proprio Pauline è il nodo centrale della terza parte, ambientato in Africa, dove quest’ultima vive e lavora da anni. In contatto con questo mondo lontano e totalmente differente, le prospettive di Thomas mutano radicalmente. Proprio in Africa, grazie anche al contatto quotidiano con la fame e la miseria, decide di dare una svolta alla sua vita e cercare un lieto fine. Considerazioni finali A primo acchito All’inizio […]

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Libri

Alessio Romano e il suo D’amore e baccalà (Recensione)

D’amore e baccalà, è difficile spiegarlo. Non è un romanzo, non è un diario di viaggio, non è un guida turistica. Eppure, il nuovo lavoro di Alessio Romano, edito da EDT, è tutto questo insieme. D’amore e baccalà si presenta come un prodotto unico nel suo genere, in grado di unire una trama divertente e leggera a notizie utili per chi volesse intraprendere un viaggio alla scoperta della vera protagonista del libro, Lisbona. La capitale portoghese, infatti, con i suoi profumi, sapori e colori è la vera regina di questa colorata narrazione. Alessio Romano, evidentemente innamorato di ciò che Lisbona è e rappresenta, dispensa al lettore una serie di consigli pratici, ovviamente soprattutto gastronomici, ma anche riguardanti musei, negozi e attrazioni, così che il suo libro diventi, come detto, un prodotto a metà strada fra la narrazione di viaggio, la guida turistica e il puro romanzo narrativo. Al centro, l’amore. Amore in tutte le sue forme: per il cibo, per le tradizioni di un popolo antico e fiero, per le donne, per la vita. Scritto in prima persona, D’amore e baccalà racconta, per prima cosa, di un viaggio: protagonista è Alessio, un giovane scrittore, giunto a Lisbona per esplorarne le peculiarità gastronomiche. Appena arrivato, però, ha la disavventura di cadere dal tram numero 28, quello che, per tradizione, si dovrebbe prendere al volo per visitare le bellezze della città. La botta gli procura un bernoccolo che, di quando in quando, gli causerà una serie di allucinazioni, durante le quali incontrerà la regina del Fado Amalia Rodriguez, Fernando Pessoa e altri personaggi della cultura portoghese, oltre al nostro Antonio Tabucchi. La caduta dal tram lo porterà anche a fare la conoscenza della bella Beatriz. Alessio si innamora a prima vista, lei no. Lui la insegue per tutta la città e, pur incontrando sulla sua strada nuovi amici, continua a cercare quella donna che, con un solo sguardo, gli ha rapito il cuore. Infine, Alessio e Beatriz si trovano, ma un nuovo momento allucinatorio, spinge il protagonista a chiedersi se la bella Beatriz sia mai stata reale o meno. D’amore e baccalà di Alessio Romano: un libro sospeso tra sogno e realtà Alessio Romano costruisce questo suo racconto come un continuo altalenare tra due dimensioni, quella immaginifica e quella reale, che si compenetrano, rendendo quasi impossibile, in alcuni momenti, capire dove inizi l’una e dove l’altra finisca. Il protagonista della vicenda e, insieme a lui, il lettore, si trova ad essere sottoposto ad una continua oscillazione tra sogno e realtà e, nell’uno e nell’altro caso, sono le sensazioni a farla da padrone. Più che per la storia, di per sé abbastanza leggera, sebbene godibile grazie allo stile ironico e fresco, è l’elemento impressionista che permea tutto il libro a renderlo interessante: leggendo D’amore e baccalà, sono le “impressioni” a dominare. Quindi è come se l’autore invitasse il lettore, o il viaggiatore, a scoprire il mondo che lo circonda non solo attraverso la vista, ma mediante tutti i sensi. Così, insieme al protagonista, ascoltiamo il dolce e struggente canto del Fado; […]

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Attualità

La foresta assassina, il nuovo romanzo di Sara Blaedel

La foresta assassina, edito da Fazi, riporta sulla scena del crimine l’investigatrice Louise Rick, alle prese con un nuovo caso. Con questo nuovo thriller, Sara Blaedel torna con una nuova avvincente avventura. Lsa vicenda si colloca a poche settimane di distanza dagli eventi narrato ne ”Le bambine dimenticate“: Louise, tornata in ufficio dopo la permanenza in ospedale a causa dei traumi fisici subiti durante il suo ultimo caso, viene scelta per indagare sulla scomparsa del quattordicenne Sune, allontanatosi da casa il giorno del suo compleanno. Il ragazzo, cresciuto nella comunità neopagana di Hvalsø, quella notte avrebbe dovuto partecipare ai riti tradizionali che segnano il passaggio all’età adulta, giurando fedeltà alla confraternita. Ma qualcosa va storto nel bosco della Quercia Sacra, e di Sune non si hanno più tracce. Quello che inizialmente sembra un caso di facile risoluzione, metterà Louise di fronte ai fantasmi della sua giovinezza, vissuta proprio a Hvalsø. Si crea così un doppio filone narrativo, l’uno collocato nel presente, l’altro in un mistero lontano, il cui ricordo è ancora motivo di dolore per la protagonista. La foresta assassina. I punti di forza del romanzo Il secondo capitolo della saga di Louise Rick risulta ancora più incisivo e coinvolgente  del romanzo precedente. Sebbene in una fase iniziale al narrazione proceda un po’ più lenta, il ritmo aumenta man mano che si procede nella lettura. Nonostante l’incedere via via più spedito, tuttavia, la Blaedel riesce a far sì che il lettore riesca a godere anche delle pause nella narrazione, excursus descrittivi legati alle storie mitologiche e l trascorso emotivo dei personaggi. Anche ne La foresta assassina,infatti, troviamo una precisa caratterizzazione psicologica dei caratteri, non solo di quelli principali ma anche di quelli “secondari“. Soprattutto l’interiorità della protagonista, Louise, viene scandagliata nel profondo, facendo emergere sfaccettature impensate. Vediamo così che dietro la corazza dell’investigatrice, esiste una donna fragile, una madre amorevole, un’innamorata addolorata. Ciò che è stato l’ha resa ciò che è, e trovando il coraggio di andare a fondo e scavare nella melma riuscirà a ricomporre tutti i pezzi della sua anima. La stessa attenzione viene posta anche nella costruzione dei personaggi di contorno, da Camille al macellaio, da Elinor al Bue. Oscillando tra passato e presente, tutti i fili vengono annodati magistralmente, contribuendo a delineare i due piani narrativi da cui il romanzo è costituito. A completare la complessa struttura architettonica de La foresta assassina, è l’inserimento di riferimenti alla mitologia pagana svedese, leitmoriv di tutto il romanzo. Quest’ultimo aspetto rende La foresta assassina un prodotto ancora più originale e accattivante, portando il lettore in contatto con una realtà lontana e folkloristicamente intrigante. I carri percorrono la via dei morti Questa frase, pronunciata in maniera quasi ossessiva dall’anziana Elinor, racchiude perfettamente l’atmosfera cupa e, allo stesso tempo, mistica, che permea l’intero romanzo. Ancora più che nel capitolo precedente, infatti, l’ambientazione è colonna portante della narrazione. Come nel libro precedente, ci troviamo nei boschi della Selandia, ma l’atmosfera generale non è quella apparentemente idilliaca de Le bambine dimenticate. In questo nuovo […]

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Libri

La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani

La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani è un libro che arriva dritto al cuore. Edito da Fazi e in libreria dal 1° febbraio 2018, racconta in modo semplice e diretto una storia straordinaria. Una storia di salvezza, di cambiamento e di accettazione. Potrebbe essere definito un romanzo di formazione, e sarebbe corretto, certo, ma limitante: La manutenzione dei sensi, infatti, è sicuramente incentrato su un percorso di crescita interiore ma, allo stesso tempo, tocca temi importanti, come la morte, la solitudine, la diversità. E lo fa in maniera così semplice, così naturale, da far quasi dimenticare la grandezza degli argomenti trattati. Leonardo e Martino, protagonisti del romanzo, rinascono a poco a poco dalle ceneri delle loro vite sull’orlo del burrone. L’uno, attraverso la solitudine, cerca di elaborare la perdita della moglie; l’altro rifugge i contatti umani per la sua stessa natura. Eppure, Leonardo e Martino vivono bene insieme. A loro modo, si creano un equilibrato ecosistema in cui vivere, in cui essere se stessi. A loro modo, sono una famiglia. E si salvano a vicenda. La prima lezione che si può trarre da La manutenzione dei sensi è proprio questa: la famiglia è composta da coloro che ti accettano e ti amano per quello che sei e, al contempo, ti rendono migliore.  Non è necessario che vi siano legami di sangue, ma è necessario che si instauri un vincolo spirituale. La seconda lezione  che Faggiani impartisce è: “non fermarti alle apparenze, vai oltre le etichette“. Nella vita di tutti i giorni siamo abituati ad etichettare tutto, anche le persone. E così, ci può capitare di abbinare mentalmente dei “cartellini di identificazione” ai personaggi che incrociamo durante la lettura del romanzo. Leonardo sarà indicato, magari, come il “vedovo triste”; sua figlia Nina come “assenteista dei sentimenti”; Augusto come “vecchio burbero”. Eppure, più si procede nella lettura, più ci si rende conto che ogni definizione ha un sapore di provvisorietà, non solo perché i caratteri tendono a mutare, ma perché dietro alle apparenze, dietro alle etichette, c’è sempre di più. Il caso emblematico è proprio quello di Martino, che ha ben due etichette appiccicate addosso: è un orfano, ed è affetto dalla sindrome di Asperger. Eppure, Martino non è la sua sindrome: è un ragazzo intelligente, a suo modo sensibile. Certo, è schivo e spesso taciturno, ma è anche capace di regalare sorrisi che ti bloccano il cuore. A scuola ci sono cose in cui non riesce a brillare, ma in altre eccelle: è creativo ed esperto conoscitore della natura. Certo, continuerà a non parlare a vanvera, ad aggiustarsi continuamente il ciuffo che gli ricade sugli occhi, a fare domande spiazzanti e a rispondere con estrema sincerità, ma negli anni sarà in grado di farsi degli amici, di esprimere le sue emozioni anche con il contatto fisico. La manutenzione dei sensi è quindi un romanzo ricco di pregi, a partire dalla scrittura posata e scorrevole. Belle anche le descrizioni vivide, che immettono il lettore direttamente all’interno delle ambientazioni. Infine, la leggerezza con cui Faggiani riesce […]

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Cinema e Serie tv

The Place: Paolo Genovese indaga nell’animo umano

Dopo il successo di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese torna nelle sale italiane con “The Place“, film particolare e sicuramente ambizioso (qui il trailer). Innovativo quanto basta, sebbene la sceneggiatura non sia tutta “farina del sacco” di Genovese: alla base, infatti, c’è la serie tv statunitense The Booth and the End, disponibile su Netflix ma che in Italia non ha avuto grande visibilità.  Sebbene non sia, comunque, una scrittura originale, la pellicola ha la sua forza nel voler portare sotto i riflettori l’abisso dell’animo umano, attraverso i ben nove protagonisti. Il cast eccezionale, formato da Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwaker, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli e Giulia Lazzarin, dà vita a personaggi sfaccettati e dilaniati. Tutto il film, infatti, è permeato da un’aura di disperazione profonda, emanata dai diversi personaggi che, di volta in volta, siedono al tavolino del The Place. Sì, perché il luogo che dà il titolo al film è, in effetti un dinner, abbastanza anonimo se non fosse per un uomo misterioso, interpretato da Valerio Mastrandrea. L’uomo senza nome mangia, scrive continuamente su una enorme agenda e parla con le persone. O meglio, le persone parlano con lui e gli chiedono di realizzare dei desideri. Il misterioso personaggio può farlo, può avverare  qualunque desiderio, a patto di ottenere qualcosa in cambio. Con un tipico meccanismo “azione-reazione” deve infatti assegnare una missione da svolgere, mettendo a dura prova la moralità di ciascuno. La domanda che muove tutta la sceneggiatura è, infatti, “cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che desideri?”. E, per dare una risposta, ognuno deve guardarsi dentro, capire quali limiti è pronto a valicare pur di essere felice. The Place è quel posto, nell’anima, dove tutto può cambiare The Place racconta una storia che porta a riflettere. Per tutta la durata del film, lo spettatore non può far altro che chiedersi “Io cosa sarei disposto a fare? Mi sarei seduto di fronte all’uomo senza nome?”. E, mentre trascorrono i minuti, la mente si spoglia del facile perbenismo a cui siamo abituati e si inizia a provare empatia per quegli uomini e quelle donne che, più o meno egoisticamente, si dimostrano disponibili a far del male agli altri per vivere meglio. Man mano che il film procede, allora, ci si rende conto che l’uomo misterioso non è il diavolo del Faust e neppure un demone. È, piuttosto, il daimon neoplatonico, quella sorta di scintilla divina che guida le azioni umane.  Esso non rappresenta l’abisso peccaminoso in cui si cade se si vuole troppo, ma uno specchio. Attraverso gli occhi di Valerio Mastrandrea, gli otto protagonisti scoprono sé stessi, penetrano nella loro stessa anima, andando ad indagare senza eccessivi moralismi il loro lato oscuro e a decidere autonomamente. Perché nel mondo di The Place non c’è Fato ma Libero Arbitrio. E allora devi essere tu a scegliere la tua strada, devi essere tu a decidere fin dove vuoi spingerti. L’uomo senza nome lo sa, e lo sanno anche i suoi interlocutori. Alla fine, lo sa […]

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Libri

Il Paradiso che vorrei, il viaggio eterno verso mondi infiniti di Pier Giorgio Lelli

Come sarà il Paradiso? Questa è la domanda che si pone Pier Giorgio Lelli, autore del romanzo-saggio ‘‘Il Paradiso che vorrei”. Edito da Aracne, il romanzo propone una diversa idea di Aldilà, totalmente differente rispetto a quella radicata nell’immaginario collettivo. L’idea da cui parte l’autore è quella della morte come un viaggio eterno verso mondi infiniti, popolati da creature terrestri e provenienti da universi differenti. A metà tra i racconti di esperienze premorte e il celeberrimo viaggio intrapreso dal Piccolo Principe di Saint-Exupéry, questo romanzo apre a nuovi scenari filosofico-religiosi, andando a prefigurare una vita ultraterrena piena di gioia e luce: il romanzo può, infatti, essere idealmente diviso in due sezioni, che potremmo chiamare “il viaggio” e “l’approdo”. Nella prima parte, che più ricorda il girovagare del Piccolo Principe, Lelli vaga di pianeta in pianeta, descrivendo ciò che vede; la seconda parte, invece, rappresenta il raggiungimento della meta ultima di queste peregrinazioni, ovvero il ricongiungersi con Dio. Questa è la sezione più spirituale, quella in cui si avverte maggiormente lo spirito da credente dell’autore, il quale immagina di essere ammesso al cospetto del Creatore, ascendendo a Lui accompagnato da cori angelici. Il paradiso che vorrei. Molti pregi e qualche pecca  Con il suo linguaggio scorrevole e colloquiale, “Il Paradiso che vorrei” mostra l’amore di Dio verso tutti i suoi figli, ai quali anche dopo la morte concede la possibilità di vivere e aspirare alla crescita interiore, seppure in una forma diversa. L’Aldilà di Pier Giorgio Lelli ha poco a che vedere con quello biblico: niente distinzione tra Inferno e Paradiso, né tra peccatori e santi. Anche con Dante ha poco a che vedere, dal momento che “Il Paradiso che vorrei” non fa accenno alle terribili punizioni divine di cui è pregna la Commedia. L’idea – o meglio il desiderio – di Lelli è innovativa e fortemente intrisa di religione, ma di una religiosità genuina, non intaccata dai retaggi culturali medievali cui la Chiesa è ancora troppo legata. Lelli parte dal presupposto che Dio è amore e, in quanto amore, non può praticare altro che il perdono verso tutti i suoi figli. Ecco perché “Il Paradiso che vorrei” non contempla l’esistenza del Purgatorio, né tanto meno dell’Inferno: Dio perdona tutti e, per coloro che hanno commesso dei peccati, l’unica punizione è quella di non poter godere della vista del Signore fino alla loro completa purificazione. In questo senso, il viaggio immaginato dall’autore si presenta come una metafora del percorso che bisogna compiere sulla Terra: un viaggio come percorso di conoscenza e di auto-miglioramento, così da vivere pienamente ogni secondo. Il pregio fondamentale del romanzo è proprio quello di portare una visione dell’Aldilà che, non essendo strettamente ancorata a una specifica religione, riesce ad arrivare al cuore di tutti, credenti e non credenti, per infondere la speranza che vi sia un mondo migliore dopo la morte. Nonostante l’estrema brevità del testo, “Il Paradiso che vorrei” è un romanzo scorrevole e ben scritto. Anzi, l’unica pecca potrebbe essere proprio la troppa concisione, soprattutto nella prima metà dell’opera che […]

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Libri

Il castello Rackrent, epopea di una generazione

Irlanda, terra di castelli. Uno di questi è scenario del romanzo “Il castello Rackrent” di Maria Edgeworth, pubblicato per la prima volta agli inizi dell’Ottocento e riedito dalla casa editrice Fazi. Corredato anche da un glossario, voluto dall’autrice stessa per agevolare i lettori non irlandesi, Il castello Rackrent è, di fatto, il primo romanzo storico europeo. Un romanzo storico sui generis però, dal momento che le vicende del castello e dei suoi abitanti non sono raccontati con l’occhio critico e imparziale dello storico, bensì da quello, ben più inaffidabile, del “vecchio Thady”, servitore dei Rackrent. Thady descrive i Rackrent uno dopo l’altro, seguendo l’albero genealogico ereditario: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick; Sir Kit, giocatore incallito che, alla fine, è costretto a vendere la proprietà proprio al figlio di Thady che diviene, alla fine, il nuovo signore del castello. Ambientato “prima del 1783”, il castello Rackrent tratteggia sapientemente vizi (tanti) e virtù (poche) della società Irlandese di fine Settecento, nel periodo immediatamente precedente all’unione politica tra Irlanda ed Inghilterra. Attraverso il linguaggio colorito e, a tratti, arcaico del vecchio inserviente, l’autrice riporta alla luce una società ormai decaduta, con valori ben differenti rispetto a quelli dell’Inghilterra del suo tempo. il castello Rackrent e le sue storie di altri tempi Gli abitanti del castello di Rackrent fanno parte di un mondo in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, un mondo in cui si spende più di quanto si guadagna, si beve fino a svenire e si fa festa per tutta la notte. In questo mondo, il castello Rackrent è scenario e simbolo di un passaggio sociale: è il suicidio di una certa aristocrazia che disperde denaro e salute correndo dietro alle perversioni più disparate mentre un nuovo ceto più povero ma più istruito tenta il sorpasso. Il castello, descritto dal vecchio Thady, unico caso in tutto il romanzo, porta su di sé gli effetti del passare del tempo e rappresenta, anche visivamente, la decadenza sociale dei suoi abitatori: attraverso piccoli dettagli come il crollo delle pietre sull’ingresso principale, il soffitto fatiscente, il teatro smantellato per avere legna da ardere mostra la mutevolezza del mondo e il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova società. Il castello diventa, agli occhi del lettore, il simbolo della parabola discendente del potere arcaico basato sulla proprietà terriera e su un impianto economico di tipo medievale: prima lo sfarzo, l’abbellimento per le feste, sotto il regno di Sir Patrick; poi la ristrettezza e il risparmio, con Sir Murtagh; infine la miseria e il crollo definitivo. Come sottolinea la stessa autrice nella prefazione originale all’opera, ”le Nazioni, come gli individui, perdono a poco a poco ogni attaccamento alla loro identità, e l’attuale generazione trova divertente, invece che offensivo, che vengano ridicolizzati i suoi antenati”. Ed è proprio in questa ironia tragicomica, che permea il racconto, che troviamo la cifra più identificativa del romanzo della Edgeworth […]

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Libri

Tè Verde, Joseph Sheridan Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario secondo Joseph Sheridan Le Fanu Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Joseph Sheridan Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere […]

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