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Eroica Fenice

Libri

All’inizio del settimo giorno di Luc Lang per Fazi Editore

Finalista del premio Goncourt, All’inizio del settimo giorno di Luc Lang è stato pubblicato il 10 maggio a cura della casa editrice Fazi. Complesso e articolato tanto nella struttura quanto nei contenuti, questo romanzo francese si presenta, a prima vista, come un thriller psicologico ma, procedendo nella lettura, assume sfumature ben più articolate. Il thriller si trasforma, quindi, ora in epopea familiare, ora in un romanzo di ricerca delle proprie origini e della propria identità più profonda. Punto di partenza e filo conduttore del romanzo è il dolore. L’intera vita di Thomas, personaggio centrale e multiforme, sembra attraversata da dolori antichi, risalenti all’epoca in cui, ancora bambino, viveva con un padre assente e una madre succube di quest’ultimo. A questo dolore, si sovrappone quello, ben più recente, legato ai ventotto giorni di coma dell’amata Camille, che da quel coma non si risveglierà più. Proprio la morte della moglie, spinge Thomas a cercare le proprie radici, e a intraprendere un viaggio che lo condurrà in luoghi remoti alla ricerca delle proprie radici. All’inizio del settimo giorno di  Luc Lang, la trama All’inizio del settimo giorno si presenta suddiviso in tre parti, in cui domina la figura di Thomas Texier: sebbene egli non sia l’unico protagonista delle tre sezioni, è in realtà l’elemento che crea un collegamento tra di esse. Nella prima parte facciamo la conoscenza di Thomas, uomo di successo, marito devoto di Camille, padre amorevole di Anton ed Elsa, fratello minore di Jean e Pauline. Una notte, una telefonata della polizia lo avverte che Camille ha avuto un incidente mentre guida a velocità sostenuta lungo una strada secondaria ben lontana da quella che porta a casa. Camille è in coma e l’auto distrutta. Pensieri vorticosi attanagliano la mente di Thomas: che cosa faceva Camille in auto da sola in quella zona sconosciuta? Chi doveva incontrare? La seconda parte si apre con Thomas che percorre sentieri impervi delle montagne dov’è nato, i Pirenei. Sono passati alcuni mesi dall’incidente di Camille e dalla sua morte. Il protagonista con i figli è in visita dal fratello Jean che, al contrario di Thomas, ha scelto di restare ancorato alle tradizioni di famiglia, diventando un pastore. In questo ambiente idilliaco, lontano dal trambusto cittadino, il protagonista del romanzo intraprende una serie di escursioni alla riscoperta della natura e del proprio vero io, ormai sopito da tempo. Durante la permanenza sui Pirenei, infatti, Thomas si ritroverà a pensare a eventi che, nascosti in un cassetto in fondo alla sua memoria, aveva cercato di cancellare: ripenserà alla morte del padre in un incidente in montagna, alla sua infanzia, alla fuga della sorella Pauline. Proprio Pauline è il nodo centrale della terza parte, ambientato in Africa, dove quest’ultima vive e lavora da anni. In contatto con questo mondo lontano e totalmente differente, le prospettive di Thomas mutano radicalmente. Proprio in Africa, grazie anche al contatto quotidiano con la fame e la miseria, decide di dare una svolta alla sua vita e cercare un lieto fine. Considerazioni finali A primo acchito All’inizio […]

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Libri

Alessio Romano e il suo D’amore e baccalà (Recensione)

D’amore e baccalà, è difficile spiegarlo. Non è un romanzo, non è un diario di viaggio, non è un guida turistica. Eppure, il nuovo lavoro di Alessio Romano, edito da EDT, è tutto questo insieme. D’amore e baccalà si presenta come un prodotto unico nel suo genere, in grado di unire una trama divertente e leggera a notizie utili per chi volesse intraprendere un viaggio alla scoperta della vera protagonista del libro, Lisbona. La capitale portoghese, infatti, con i suoi profumi, sapori e colori è la vera regina di questa colorata narrazione. Alessio Romano, evidentemente innamorato di ciò che Lisbona è e rappresenta, dispensa al lettore una serie di consigli pratici, ovviamente soprattutto gastronomici, ma anche riguardanti musei, negozi e attrazioni, così che il suo libro diventi, come detto, un prodotto a metà strada fra la narrazione di viaggio, la guida turistica e il puro romanzo narrativo. Al centro, l’amore. Amore in tutte le sue forme: per il cibo, per le tradizioni di un popolo antico e fiero, per le donne, per la vita. Scritto in prima persona, D’amore e baccalà racconta, per prima cosa, di un viaggio: protagonista è Alessio, un giovane scrittore, giunto a Lisbona per esplorarne le peculiarità gastronomiche. Appena arrivato, però, ha la disavventura di cadere dal tram numero 28, quello che, per tradizione, si dovrebbe prendere al volo per visitare le bellezze della città. La botta gli procura un bernoccolo che, di quando in quando, gli causerà una serie di allucinazioni, durante le quali incontrerà la regina del Fado Amalia Rodriguez, Fernando Pessoa e altri personaggi della cultura portoghese, oltre al nostro Antonio Tabucchi. La caduta dal tram lo porterà anche a fare la conoscenza della bella Beatriz. Alessio si innamora a prima vista, lei no. Lui la insegue per tutta la città e, pur incontrando sulla sua strada nuovi amici, continua a cercare quella donna che, con un solo sguardo, gli ha rapito il cuore. Infine, Alessio e Beatriz si trovano, ma un nuovo momento allucinatorio, spinge il protagonista a chiedersi se la bella Beatriz sia mai stata reale o meno. D’amore e baccalà di Alessio Romano: un libro sospeso tra sogno e realtà Alessio Romano costruisce questo suo racconto come un continuo altalenare tra due dimensioni, quella immaginifica e quella reale, che si compenetrano, rendendo quasi impossibile, in alcuni momenti, capire dove inizi l’una e dove l’altra finisca. Il protagonista della vicenda e, insieme a lui, il lettore, si trova ad essere sottoposto ad una continua oscillazione tra sogno e realtà e, nell’uno e nell’altro caso, sono le sensazioni a farla da padrone. Più che per la storia, di per sé abbastanza leggera, sebbene godibile grazie allo stile ironico e fresco, è l’elemento impressionista che permea tutto il libro a renderlo interessante: leggendo D’amore e baccalà, sono le “impressioni” a dominare. Quindi è come se l’autore invitasse il lettore, o il viaggiatore, a scoprire il mondo che lo circonda non solo attraverso la vista, ma mediante tutti i sensi. Così, insieme al protagonista, ascoltiamo il dolce e struggente canto del Fado; […]

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Recensioni

La foresta assassina, il nuovo romanzo di Sara Blaedel

La foresta assassina, edito da Fazi, riporta sulla scena del crimine l’investigatrice Louise Rick, alle prese con un nuovo caso. Con questo nuovo thriller, Sara Blaedel torna con una nuova avvincente avventura. Lsa vicenda si colloca a poche settimane di distanza dagli eventi narrato ne ”Le bambine dimenticate“: Louise, tornata in ufficio dopo la permanenza in ospedale a causa dei traumi fisici subiti durante il suo ultimo caso, viene scelta per indagare sulla scomparsa del quattordicenne Sune, allontanatosi da casa il giorno del suo compleanno. Il ragazzo, cresciuto nella comunità neopagana di Hvalsø, quella notte avrebbe dovuto partecipare ai riti tradizionali che segnano il passaggio all’età adulta, giurando fedeltà alla confraternita. Ma qualcosa va storto nel bosco della Quercia Sacra, e di Sune non si hanno più tracce. Quello che inizialmente sembra un caso di facile risoluzione, metterà Louise di fronte ai fantasmi della sua giovinezza, vissuta proprio a Hvalsø. Si crea così un doppio filone narrativo, l’uno collocato nel presente, l’altro in un mistero lontano, il cui ricordo è ancora motivo di dolore per la protagonista. La foresta assassina. I punti di forza del romanzo Il secondo capitolo della saga di Louise Rick risulta ancora più incisivo e coinvolgente  del romanzo precedente. Sebbene in una fase iniziale al narrazione proceda un po’ più lenta, il ritmo aumenta man mano che si procede nella lettura. Nonostante l’incedere via via più spedito, tuttavia, la Blaedel riesce a far sì che il lettore riesca a godere anche delle pause nella narrazione, excursus descrittivi legati alle storie mitologiche e l trascorso emotivo dei personaggi. Anche ne La foresta assassina,infatti, troviamo una precisa caratterizzazione psicologica dei caratteri, non solo di quelli principali ma anche di quelli “secondari“. Soprattutto l’interiorità della protagonista, Louise, viene scandagliata nel profondo, facendo emergere sfaccettature impensate. Vediamo così che dietro la corazza dell’investigatrice, esiste una donna fragile, una madre amorevole, un’innamorata addolorata. Ciò che è stato l’ha resa ciò che è, e trovando il coraggio di andare a fondo e scavare nella melma riuscirà a ricomporre tutti i pezzi della sua anima. La stessa attenzione viene posta anche nella costruzione dei personaggi di contorno, da Camille al macellaio, da Elinor al Bue. Oscillando tra passato e presente, tutti i fili vengono annodati magistralmente, contribuendo a delineare i due piani narrativi da cui il romanzo è costituito. A completare la complessa struttura architettonica de La foresta assassina, è l’inserimento di riferimenti alla mitologia pagana svedese, leitmoriv di tutto il romanzo. Quest’ultimo aspetto rende La foresta assassina un prodotto ancora più originale e accattivante, portando il lettore in contatto con una realtà lontana e folkloristicamente intrigante. I carri percorrono la via dei morti Questa frase, pronunciata in maniera quasi ossessiva dall’anziana Elinor, racchiude perfettamente l’atmosfera cupa e, allo stesso tempo, mistica, che permea l’intero romanzo. Ancora più che nel capitolo precedente, infatti, l’ambientazione è colonna portante della narrazione. Come nel libro precedente, ci troviamo nei boschi della Selandia, ma l’atmosfera generale non è quella apparentemente idilliaca de Le bambine dimenticate. In questo nuovo […]

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Libri

La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani

La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani è un libro che arriva dritto al cuore. Edito da Fazi e in libreria dal 1° febbraio 2018, racconta in modo semplice e diretto una storia straordinaria. Una storia di salvezza, di cambiamento e di accettazione. Potrebbe essere definito un romanzo di formazione, e sarebbe corretto, certo, ma limitante: La manutenzione dei sensi, infatti, è sicuramente incentrato su un percorso di crescita interiore ma, allo stesso tempo, tocca temi importanti, come la morte, la solitudine, la diversità. E lo fa in maniera così semplice, così naturale, da far quasi dimenticare la grandezza degli argomenti trattati. Leonardo e Martino, protagonisti del romanzo, rinascono a poco a poco dalle ceneri delle loro vite sull’orlo del burrone. L’uno, attraverso la solitudine, cerca di elaborare la perdita della moglie; l’altro rifugge i contatti umani per la sua stessa natura. Eppure, Leonardo e Martino vivono bene insieme. A loro modo, si creano un equilibrato ecosistema in cui vivere, in cui essere se stessi. A loro modo, sono una famiglia. E si salvano a vicenda. La prima lezione che si può trarre da La manutenzione dei sensi è proprio questa: la famiglia è composta da coloro che ti accettano e ti amano per quello che sei e, al contempo, ti rendono migliore.  Non è necessario che vi siano legami di sangue, ma è necessario che si instauri un vincolo spirituale. La seconda lezione  che Faggiani impartisce è: “non fermarti alle apparenze, vai oltre le etichette“. Nella vita di tutti i giorni siamo abituati ad etichettare tutto, anche le persone. E così, ci può capitare di abbinare mentalmente dei “cartellini di identificazione” ai personaggi che incrociamo durante la lettura del romanzo. Leonardo sarà indicato, magari, come il “vedovo triste”; sua figlia Nina come “assenteista dei sentimenti”; Augusto come “vecchio burbero”. Eppure, più si procede nella lettura, più ci si rende conto che ogni definizione ha un sapore di provvisorietà, non solo perché i caratteri tendono a mutare, ma perché dietro alle apparenze, dietro alle etichette, c’è sempre di più. Il caso emblematico è proprio quello di Martino, che ha ben due etichette appiccicate addosso: è un orfano, ed è affetto dalla sindrome di Asperger. Eppure, Martino non è la sua sindrome: è un ragazzo intelligente, a suo modo sensibile. Certo, è schivo e spesso taciturno, ma è anche capace di regalare sorrisi che ti bloccano il cuore. A scuola ci sono cose in cui non riesce a brillare, ma in altre eccelle: è creativo ed esperto conoscitore della natura. Certo, continuerà a non parlare a vanvera, ad aggiustarsi continuamente il ciuffo che gli ricade sugli occhi, a fare domande spiazzanti e a rispondere con estrema sincerità, ma negli anni sarà in grado di farsi degli amici, di esprimere le sue emozioni anche con il contatto fisico. La manutenzione dei sensi è quindi un romanzo ricco di pregi, a partire dalla scrittura posata e scorrevole. Belle anche le descrizioni vivide, che immettono il lettore direttamente all’interno delle ambientazioni. Infine, la leggerezza con cui Faggiani riesce […]

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Cinema & Serie tv

The Place: Paolo Genovese indaga nell’animo umano

Dopo il successo di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese torna nelle sale italiane con “The Place“, film particolare e sicuramente ambizioso (qui il trailer). Innovativo quanto basta, sebbene la sceneggiatura non sia tutta “farina del sacco” di Genovese: alla base, infatti, c’è la serie tv statunitense The Booth and the End, disponibile su Netflix ma che in Italia non ha avuto grande visibilità.  Sebbene non sia, comunque, una scrittura originale, la pellicola ha la sua forza nel voler portare sotto i riflettori l’abisso dell’animo umano, attraverso i ben nove protagonisti. Il cast eccezionale, formato da Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwaker, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli e Giulia Lazzarin, dà vita a personaggi sfaccettati e dilaniati. Tutto il film, infatti, è permeato da un’aura di disperazione profonda, emanata dai diversi personaggi che, di volta in volta, siedono al tavolino del The Place. Sì, perché il luogo che dà il titolo al film è, in effetti un dinner, abbastanza anonimo se non fosse per un uomo misterioso, interpretato da Valerio Mastrandrea. L’uomo senza nome mangia, scrive continuamente su una enorme agenda e parla con le persone. O meglio, le persone parlano con lui e gli chiedono di realizzare dei desideri. Il misterioso personaggio può farlo, può avverare  qualunque desiderio, a patto di ottenere qualcosa in cambio. Con un tipico meccanismo “azione-reazione” deve infatti assegnare una missione da svolgere, mettendo a dura prova la moralità di ciascuno. La domanda che muove tutta la sceneggiatura è, infatti, “cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che desideri?”. E, per dare una risposta, ognuno deve guardarsi dentro, capire quali limiti è pronto a valicare pur di essere felice. The Place è quel posto, nell’anima, dove tutto può cambiare The Place racconta una storia che porta a riflettere. Per tutta la durata del film, lo spettatore non può far altro che chiedersi “Io cosa sarei disposto a fare? Mi sarei seduto di fronte all’uomo senza nome?”. E, mentre trascorrono i minuti, la mente si spoglia del facile perbenismo a cui siamo abituati e si inizia a provare empatia per quegli uomini e quelle donne che, più o meno egoisticamente, si dimostrano disponibili a far del male agli altri per vivere meglio. Man mano che il film procede, allora, ci si rende conto che l’uomo misterioso non è il diavolo del Faust e neppure un demone. È, piuttosto, il daimon neoplatonico, quella sorta di scintilla divina che guida le azioni umane.  Esso non rappresenta l’abisso peccaminoso in cui si cade se si vuole troppo, ma uno specchio. Attraverso gli occhi di Valerio Mastrandrea, gli otto protagonisti scoprono sé stessi, penetrano nella loro stessa anima, andando ad indagare senza eccessivi moralismi il loro lato oscuro e a decidere autonomamente. Perché nel mondo di The Place non c’è Fato ma Libero Arbitrio. E allora devi essere tu a scegliere la tua strada, devi essere tu a decidere fin dove vuoi spingerti. L’uomo senza nome lo sa, e lo sanno anche i suoi interlocutori. Alla fine, lo sa […]

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Libri

Il Paradiso che vorrei, il viaggio eterno verso mondi infiniti di Pier Giorgio Lelli

Come sarà il Paradiso? Questa è la domanda che si pone Pier Giorgio Lelli, autore del romanzo-saggio ‘‘Il Paradiso che vorrei”. Edito da Aracne, il romanzo propone una diversa idea di Aldilà, totalmente differente rispetto a quella radicata nell’immaginario collettivo. L’idea da cui parte l’autore è quella della morte come un viaggio eterno verso mondi infiniti, popolati da creature terrestri e provenienti da universi differenti. A metà tra i racconti di esperienze premorte e il celeberrimo viaggio intrapreso dal Piccolo Principe di Saint-Exupéry, questo romanzo apre a nuovi scenari filosofico-religiosi, andando a prefigurare una vita ultraterrena piena di gioia e luce: il romanzo può, infatti, essere idealmente diviso in due sezioni, che potremmo chiamare “il viaggio” e “l’approdo”. Nella prima parte, che più ricorda il girovagare del Piccolo Principe, Lelli vaga di pianeta in pianeta, descrivendo ciò che vede; la seconda parte, invece, rappresenta il raggiungimento della meta ultima di queste peregrinazioni, ovvero il ricongiungersi con Dio. Questa è la sezione più spirituale, quella in cui si avverte maggiormente lo spirito da credente dell’autore, il quale immagina di essere ammesso al cospetto del Creatore, ascendendo a Lui accompagnato da cori angelici. Il paradiso che vorrei. Molti pregi e qualche pecca  Con il suo linguaggio scorrevole e colloquiale, “Il Paradiso che vorrei” mostra l’amore di Dio verso tutti i suoi figli, ai quali anche dopo la morte concede la possibilità di vivere e aspirare alla crescita interiore, seppure in una forma diversa. L’Aldilà di Pier Giorgio Lelli ha poco a che vedere con quello biblico: niente distinzione tra Inferno e Paradiso, né tra peccatori e santi. Anche con Dante ha poco a che vedere, dal momento che “Il Paradiso che vorrei” non fa accenno alle terribili punizioni divine di cui è pregna la Commedia. L’idea – o meglio il desiderio – di Lelli è innovativa e fortemente intrisa di religione, ma di una religiosità genuina, non intaccata dai retaggi culturali medievali cui la Chiesa è ancora troppo legata. Lelli parte dal presupposto che Dio è amore e, in quanto amore, non può praticare altro che il perdono verso tutti i suoi figli. Ecco perché “Il Paradiso che vorrei” non contempla l’esistenza del Purgatorio, né tanto meno dell’Inferno: Dio perdona tutti e, per coloro che hanno commesso dei peccati, l’unica punizione è quella di non poter godere della vista del Signore fino alla loro completa purificazione. In questo senso, il viaggio immaginato dall’autore si presenta come una metafora del percorso che bisogna compiere sulla Terra: un viaggio come percorso di conoscenza e di auto-miglioramento, così da vivere pienamente ogni secondo. Il pregio fondamentale del romanzo è proprio quello di portare una visione dell’Aldilà che, non essendo strettamente ancorata a una specifica religione, riesce ad arrivare al cuore di tutti, credenti e non credenti, per infondere la speranza che vi sia un mondo migliore dopo la morte. Nonostante l’estrema brevità del testo, “Il Paradiso che vorrei” è un romanzo scorrevole e ben scritto. Anzi, l’unica pecca potrebbe essere proprio la troppa concisione, soprattutto nella prima metà dell’opera che […]

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Libri

Il castello Rackrent, epopea di una generazione

Irlanda, terra di castelli. Uno di questi è scenario del romanzo “Il castello Rackrent” di Maria Edgeworth, pubblicato per la prima volta agli inizi dell’Ottocento e riedito dalla casa editrice Fazi. Corredato anche da un glossario, voluto dall’autrice stessa per agevolare i lettori non irlandesi, Il castello Rackrent è, di fatto, il primo romanzo storico europeo. Un romanzo storico sui generis però, dal momento che le vicende del castello e dei suoi abitanti non sono raccontati con l’occhio critico e imparziale dello storico, bensì da quello, ben più inaffidabile, del “vecchio Thady”, servitore dei Rackrent. Thady descrive i Rackrent uno dopo l’altro, seguendo l’albero genealogico ereditario: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick; Sir Kit, giocatore incallito che, alla fine, è costretto a vendere la proprietà proprio al figlio di Thady che diviene, alla fine, il nuovo signore del castello. Ambientato “prima del 1783”, il castello Rackrent tratteggia sapientemente vizi (tanti) e virtù (poche) della società Irlandese di fine Settecento, nel periodo immediatamente precedente all’unione politica tra Irlanda ed Inghilterra. Attraverso il linguaggio colorito e, a tratti, arcaico del vecchio inserviente, l’autrice riporta alla luce una società ormai decaduta, con valori ben differenti rispetto a quelli dell’Inghilterra del suo tempo. il castello Rackrent e le sue storie di altri tempi Gli abitanti del castello di Rackrent fanno parte di un mondo in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, un mondo in cui si spende più di quanto si guadagna, si beve fino a svenire e si fa festa per tutta la notte. In questo mondo, il castello Rackrent è scenario e simbolo di un passaggio sociale: è il suicidio di una certa aristocrazia che disperde denaro e salute correndo dietro alle perversioni più disparate mentre un nuovo ceto più povero ma più istruito tenta il sorpasso. Il castello, descritto dal vecchio Thady, unico caso in tutto il romanzo, porta su di sé gli effetti del passare del tempo e rappresenta, anche visivamente, la decadenza sociale dei suoi abitatori: attraverso piccoli dettagli come il crollo delle pietre sull’ingresso principale, il soffitto fatiscente, il teatro smantellato per avere legna da ardere mostra la mutevolezza del mondo e il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova società. Il castello diventa, agli occhi del lettore, il simbolo della parabola discendente del potere arcaico basato sulla proprietà terriera e su un impianto economico di tipo medievale: prima lo sfarzo, l’abbellimento per le feste, sotto il regno di Sir Patrick; poi la ristrettezza e il risparmio, con Sir Murtagh; infine la miseria e il crollo definitivo. Come sottolinea la stessa autrice nella prefazione originale all’opera, ”le Nazioni, come gli individui, perdono a poco a poco ogni attaccamento alla loro identità, e l’attuale generazione trova divertente, invece che offensivo, che vengano ridicolizzati i suoi antenati”. Ed è proprio in questa ironia tragicomica, che permea il racconto, che troviamo la cifra più identificativa del romanzo della Edgeworth […]

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Libri

Tè Verde, Joseph Sheridan Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario secondo Joseph Sheridan Le Fanu Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Joseph Sheridan Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere […]

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Recensioni

Storie di matti, il nuovo libro di Anna Porcelli Safonov

La casa editrice Fazi non sbaglia un colpo e ci regala un altro splendido libro: Storie di matti, scritto dalla talentuosa Anna Porcelli Safonov, già autrice di Fottuta campagna, pamphlet umoristico sulle gioie e i dolori della vita bucolica. Se nel primo volume la Safonov era stata in grado di smontare l’antico mito della vita campestre senza cadere nella banalità, con la stessa verve si accosta al tema della follia. Il rischio di cadere nello stereotipo ci sarebbe eccome, visto il largo uso che della pazzia si è fatto nella letteratura e al cinema, con personaggi estremi e anomali, che fanno paura proprio per la loro anormalità. Eppure, Storie di matti è tutt’altro che banale e guarda al “problema” attraverso un’ottica completamente diversa. Il libro, infatti, parte da un assunto semplice eppure che spinge alla riflessione: i matti sono tra noi. La loro versione 2.0 è composta per la maggior parte da persone dichiarate normali, pregevoli, da conoscere, imitare o invitare alle feste. I nuovi matti non si trovano nei manicomi, chiusi nel 1978 con la legge Basaglia, ma per le strade, nelle nostre case, alla guida di partiti politici. In linea di massima, si tratta di persone tranquille nelle quali ad un certo punto scatta qualcosa che li porta a denudarsi della maschera sociale. Questo è l’aspetto inquietante del libro, cioè il fatto che le storie di follia raccontate da Anna Porcelli Safonov parlano di persone che potremmo aver incontrato nella vita quotidiana.  Il libro è strutturato come una serie di racconti autonomi tra loro, sebbene legati dal fil rouge della pazzia, nei quali l’autrice associa ogni personaggio ad una città d’Italia, scenario della tragicommedia che di lì a poco si metterà in atto. Andando da Palermo a Voghera, passando per Alghero e Bologna,  a ogni tappa ci racconta la storia di un folle contemporaneo. Per lei sono Patrizio, Tamara, Leonardo e Mimmo. Per noi lettori potrebbero assumere ogni altro nome, senza modificare la sostanza dei fatti. I matti sono tra noi  secondo Anna Porcelli Safonov Attraverso il su romanzo, l’autrice studia il fenomeno sociale della “pazzia 2.0” ponendo l’accento su un elemento fondamentale, sebbene fatto passare in  sordina, come dato di fatto: la pazzia è un prodotto sociale. Cosa vuol dire? Semplicemente che essere folli non dipende solo da fattori genetici. Certo, alcune persone sono più fragili di altre e, come una pentola a pressione, accumulano dentro insicurezze, umiliazioni, rabbia, disperazione, fin quando la maschera della “normalità” inizia a sgretolarsi. Ma è la società,con le sue regole, che determina cosa sia normale e cosa non lo sia: le regole del “vivere civile”, il “non si dice, non si fa” che ci viene ripetuto fin dalla più tenera età, portano l’individuo a reprimere costantemente ogni impulso che non sia standardizzato,   costringendolo a fare costantemente buon viso a cattivo gioco. E la società siamo anche noi, quando guardiamo da un’altra parte, quando abbiamo paura di verità scomode, quando ci nascondiamo dietro un finto perbenismo. Ma quando qualcosa si rompe e l’individuo perde l’equilibrio ottenuto con tanta fatica e […]

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Attualità

Amazon meal kits, la nuova frontiera della cucina

In Internet, si sa, si può acquistare di tutto ormai, dall’ abbigliamento agli utensili da giardinaggio, ai kit per preparare il vero sushi comodamente a casa propria. Alcuni siti hanno fatto la loro fortuna vendendo i prodotti in giro per il mondo. Tra questi, Amazon cavalca da anni l’onda del successo e pare abbia trovato il modo per restare sulla cresta:  il re degli e-commerce sta infatti per lanciare un nuovo prodotto, i Meal Kits, nuova frontiera del cibo “per chi non sa cucinare”.  Nell’era dei cooking games, da quello condotto da Antonella Clerici a quelli di Benedetta Parodi, tutti vorremmo essere dei cuochi provetti. Riuscirci è una questione più complicata. Per molti è  già tanto riuscire a cucinare la pasta al burro senza scuocerla. Allora, proprio per coloro che sono “negati in cucina”, Amazon ha lanciato la nuova linea di prodotti dall’intuitivo nome Meal Kits. Cosa sono gli Amazon Meal kits Lo slogan, che ha segnato la campagna pubblicitaria messa in piedi dal colosso di Seattle per questo nuovo prodotto, è indicativo: “ We do de prep. You be the chef“. Come a dire che tutti possono cucinare bene con un piccolo aiutino. L’immissione nel mercato culinario da parte di Amazon è avvenuto con l’acquisizione  della catena americana Whole Food e la creazione del servizio Amazon Fresh con il quale l’azienda dà ai propri clienti la possibilità di acquistare on line prodotti alimentari deperibili. Amazon kits rappresenta quindi un ulteriore passo in avanti sul mercato alimentare, proponendo agli acquirenti dei pacchetti contenenti gli alimenti necessari per una determinata preparazione, oltre alle istruzioni da seguire passo per passo.  I kit sono a base di pollame, carni, frutta e verdure fresche, pesce, ma anche surgelati, riso e pasta. I primi, già  immessi sul mercato a Seattle ad un costo che va dagli 8 ai 10 dollari, sono pensati per chi ha poco tempo da dedicare alla cucina o per chi non è  in grado di affrontare preparazioni complesse. Gli ingredienti dei Meal kits infatti sono già  porzionati e tagliati e, in alcuni casi, precotti. Tra le ricette offerte, per ora a Seattle, ci sono il laksa con pollo e noodles, l’hamburger di manzo wagyu e i noodles con salmone, che qualcuno ha già provato, per poi parlare di una “preparazione molto semplice e una qualità eccellente”. I Meal kits rappresentano quindi un nuovo modo di approcciare al mondo della cucina, grazie al quale tutti possono diventare dei veri chef.

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Libri

Nuvole di fango, l’esordio di Inge Schilperoord

Nuvole di fango, recensione del romanzo di Inge Shilperoord – Nuvole di fango, opera prima della psicologa Inge Shilperoord edito da Fazi, è un romanzo che cattura e travolge il lettore, guidandolo nella mente di un criminale: Jonathan, un pedofilo. Non vi sono altri termini per definire la morbosa attenzione che riserva alle bambine che, a poco a poco, diventano l’oggetto dei suoi pensieri più nascosti ed erotici. Per questo, il ragazzo ha affrontato un periodo in carcere dal quale è uscito per mancanza di prove schiaccianti a suo carico. Eppure, il lettore che si accosti a Nuvole di fango non riesce a odiare davvero questo giovane che ci appare così umile, così spaventato dal mondo tanto da vivere una vita defilata, chiuso in un isolamento autoinflitto che gli permette di innalzare barriere insormontabili tra sé e il resto della comunità in cui vive. Il romanzo ruota tutto intorno a Jonathan o, meglio, intorno al suo tentativo di redenzione da una colpa che non sente davvero sua. Egli è, in fondo, un bravo ragazzo che si è sempre preso cura della madre e della casa, che ha sempre lavorato per portare avanti la famiglia. È un ragazzo che ama pescare in solitudine e prendersi cura del suo acquario. Un ragazzo normale che ha commesso un errore, uno stupido errore e ne ha pagato le conseguenze. Questo è quello che Jonathan si ripete ogni giorno, mentre esegue gli esercizi assegnatigli dallo psicologo del carcere e disegna grafici per tenere il passo dei suoi progressi. Il ritorno di Jonathan al mondo reale è segnato da una serie di tentativi di riabituarsi a vivere secondo quella routine all’interno della quale si sente calmo e protetto, e tutto sembra procedere bene, sebbene un po’ a fatica, fino a che un pesce e una bambina irrompono nella sua quotidianità fatta di gesti e di parole sempre uguali. Nuvole di fango nel cuore e nella mente Jonathan, la tinca ed Elke. Tre elementi fondamentali di Nuvole di fango appaiono intrecciati non solo per il ruolo che essi svolgono nella trama, ma anche a livello più profondo. Jonathan pesca la tinca, quasi morta, in un laghetto nei pressi della sua casa e decide di portarla a casa, nel suo acquario ormai vuoto e desolato come il resto del villaggio. Con il passare dei giorni, si convince che salvando il pesce dalla morte fisica salverà se stesso dalla morte interiore; così si impegna anima e corpo in questo progetto, instaurando un rapporto quasi morboso con la tinca: nel pesce, costretto a vivere lontano dal suo habitat per non morire, Jonathan rivede se stesso, obbligato a restare nell’ambiente triste e claustrofobico del suo paesino per non dover affrontare il mondo di fuori, pronto a puntare il dito contro i suoi errori. L’autrice ci informa su una caratteristica importante della tinca: d’estate si immerge nella melma dei fondali e, quando poi torna a muoversi, inevitabilmente solleva nuvole di fango. Questo, ancora di più, accomuna il pesce a Jonathan, un ragazzo “difettoso” che cerca di […]

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Libri

Le bambine dimenticate di Eliselund

Le bambine dimenticate è una storia di perdita e di abbandono. È una storia di segreti portati dietro da sempre e di dolori che si vorrebbe non dover provare. È il dolore del diverso che la società emargina, pensando che fingere che non esista equivalga a cancellarlo. È il dolore di chi non ha voce per urlare. Da questo presupposto si sviluppa la trama del nuovo lavoro di Sara Blaedel Le bambine dimenticate, edito in Italia da Fazi. La Bleadel, regina del crime danese, colloca la vicenda in Selandia, regione lussureggiante e dall’atmosfera quasi magica, ricca di boschi e ruscelli. Proprio tra i boschi avviene il ritrovamento di un cadavere, una donna dai tratti bambineschi e senza identità. Le indagini porteranno la detective Louise Rick e il suo collega Eik Nordstrom ad indagare su fatti avvenuti molti anni prima: un’ex infermiera dell’ospedale psichiatrico infantile di Eliselund riconosce, nella donna morta, una paziente dell’istituto di nome Lisemette. L’unico problema è che Lisemette dovrebbe esser morta a 17 anni, insieme alla sorella gemella, anch’essa affetta da menomazione mentale. Le due gemelle, Lise e Mette, abbandonate dai genitori in tenera età, hanno sempre vissuto in perfetta simbiosi. Tanto che, a distanza di anni, nei ricordi di chi le ha conosciute esse si sono fuse in un’unica persona. L’evento condurrà la detective Louise ad indagare nelle pieghe più oscure della mente umana e a fare inaspettate scoperte. Le bambine dimenticate, un mistero lungo una vita. Sebbene la storia de Le bambine dimenticate si svolga tutta nel presente, condensata nei pochi mesi delle indagini, l’autrice dipinge scorci e scenari di tempi remoti, in cui i valori di riferimennto erano altri rispetto a quelli ai quali siamo abituati. Sara Blaedel dimostra, proprio in questi passaggi tra passato e presente, una maturità artistica evidente che le permette di costruire personaggi sfaccettati e realistici. Attraverso Le bambine dimenticate si entra in contatto con la realtà contadina della Selandia, in cui dimenticare è meglio che ricordare. La reticenza è uno dei tratti fondamentali del romanzo, non solo perché proprio intorno al “non detto” gira tutta la trama, ma anche per il modo in cui sono stati tratteggiati i personaggi: tutti gli attori di questo romanzo hanno dei segreti, che accrescono l’alone di mistero di cui tutto il libro si nutre. A poco a poco ci si accorge che le vite di tutti sono intrecciate, in un modo o nell’altro. Così, attraverso flashback abilmente disseminati nel testo, veniamo a conoscenza di episodi particolari nella vita di Louise e Eik, delle gemelle dimenticate e degli abitanti sospettati degli omicidi. L’impianto della narrazione porta, dunque, ad entrare in empatia con i personaggi del romanzo al punto da penetrare nelle loro menti e non riuscire a provare per loro altro che pietà. Tra colpi di scena e atmosfere particolari Le bambine dimenticate cattura il lettore spingendolo a seguire le indagini fino all’epilogo finale, in un’escalation di suspence coinvolgente oltre ogni aspettativa.

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Recensioni

L’arte di morire di Anna Grue: quando la vita e la morte diventano un reality

L’arte di morire dell’autrice danese Anna Grue è il terzo volume della saga del detective Calvo, pubblicato in Italia dalla Marsilio Editore. Come nei due episodi precedenti, Nessuno conosce il mio nome e Il bacio del traditore, ritroviamo come protagonisti il detective Flemming Torp e l’amico-nemico Dan Sommerdhale, impegnati in un nuovo, intrigante caso, che terrà il lettore letteralmente incollato alle pagine. Con questo nuovo volume la Grue crea un prodotto innovativo sia rispetto al genere letterario cui afferisce, sia rispetto alla sua produzione precedente. Ciò che caratterizza L’arte di morire è, infatti, non solo l’estrema originalità della trama ma soprattutto l’attenta costruzione di personaggi e di scene “secondarie” di grande impatto emotivo nel corso della narrazione principale. Tutti i personaggi, infatti, da quelli centrali come Dan e Flemming, a quelli apparentemente seondari sono analizzati nei loro comportamenti e nella loro psicologia. Di tutti loro, Anna Grue porta a galla sentimenti, emozioni, pensieri nascosti. Di tutti racconta la storia, rendendo il lettore in grado di comprenderne il modo di essere anche dietro la maschera che portano. La complessità psicologica dei personaggi è  accentuata dalla particolare situazione in cui l’Autrice decide di inserirli: gran parte del romanzo è infatti ambientato in un particolare  – quanto a suo modo macabro – reality show. Il microcosmo creato dalla moderna macchina dello show-biz funziona nel mondo reale come nel romanzo della Grue come cassa di risonanza per sentimenti ed emozioni, che vengono percepite in maniera estremamente ampliata rispetto alla  vita “fuori”. Ne L’arte di morire la vita sull’Isola dei sospiri diventa teatro di odii, amori, paranoie e morte. La spettacolarizzazione estrema dell’esistenza raggiunge il suo apice non tanto nell’omicidio ma piuttosto nello svolgimento delle indagini alla ricerca del colpevole. Nel loro svolgimento, la realtà assume i contorni della finzione e le due sfere, quella della vita e quella dello show televisivo, si compenetrano fino a disperdersi l’una nell’altra. È in questo frangente che le storie dei tanti personaggi coinvolti si intrecciano in modi imprevedibili, portando alla luce degli scheletri nell’armadio che inducono il Lettore a sospettare di tutti. I numerosi colpi di scena contribuiscono a tenere alta la tensione fino all’epilogo dell’intricata vicenda. Anche lo stile fluido e scorrevole, mai sopra le righe eppure mai noioso, contribuisce a fare de L’arte di morire un’ottima prova letteraria: Anna Grue riesce a tenere avvinto il lettore senza dover necessariamente indugiare su particolari macabri e scene violente, risultando al contempo equilibrata e appassionante. Per questo modo ”leggero” di raccontare e per l’impianto della narrazione emergono numerose le analogie con Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, a cui la stessa autrice lascia intendere di essersi ispirata. L’arte di morire: la trama Il romanzo ruota intorno alle vicende che vedono protagonista la scultrice danese Kamille Schwerin, donna molto potente e moglie di uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese. Contro di lei sembra rivolgersi l’odio di un misterioso personaggio che, dopo essersi introdotto in casa sua e aver distrutto decine e decine di opere che Kamille avrebbe dovuto esporre di lì a poco, uccide l’anziana […]

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Eventi nazionali

Parco Conocal: luogo di memoria e impegno, luogo di speranza

Ci sono dei luoghi in cui è difficile vivere “normalmente”. Luoghi in cui ai bambini rubano l’infanzia, agli adulti rubano i sogni. Sono queste le periferie delle grandi metropoli, dove la degradazione ambientale è la regola, dove le strade non sono sicure e la violenza criminale è all’ordine del giorno. Il Parco Conocal di Ponticelli è una delle tante periferie in cui “non si vive” perché l’intero quartiere è stato trasformato in una grande piazza di spaccio, dove anche i bambini girano armati e non esistono luoghi sicuri dove possano davvero vivere la propria età. Proprio  il Parco Conocal, luogo simbolo della violenza criminale in Campania, farà  da  scenario alla XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Parco Conocal, scenario per la memoria e il ricordo delle vittime della mafia L’evento, che si terrà  il prossimo 21 Marzo, ha come obiettivo non solo ricordare le 900 vittime innocenti di agguati a stampo camorristico, ma soprattutto far riflettere sulla necessità  di alzare  la testa dinanzi agli oppressori. La giornata è  organizzata in collaborazione con l’associazione  Libera, associazione nata nel 1995 allo scopo di sensibilizzare le masse sul problema, quanto mai attuale, della massiccia presenza delle mafie sul territorio italiano. La malavita è un’entità che prolifera nell’ombra, gode dell’ignoranza e si nutre di paura. Dove c’è malavita non può esserci crescita, né culturale né morale, tanto meno economica. Libera, attraverso la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, vuole ricordare l’unico mezzo per ribaltare il paradigma dominante è sperare nella rinascita. Ecco perché, per celebrare la speranza sceglie il 21 Marzo, primo giorno della primavera, rinascita della natura e, simbolicamente, della verità e della giustizia sociale. Questo spirito di rinnovamento è ancora più evidente quest’anno, visto che il fil rouge della manifestazione è “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. Come si legge sulla pagina facebook dedicata all’evento, l’intento dell’associazione è quella di testimoniare la bellezza di chi ogni giorno, nel Parco Conocal come in altre realtà simili, reagisce, di chi non sta fermo e non abbassa la testa. Attraverso i colori, i suoni e gli odori di questa nuova primavera delle coscienze, la manifestazione mira a riscoprire la speranza là dove le mafie hanno cancellato ogni colore, lasciando solo il grigio delle pistole e il rosso del sangue, spesso versato da vittime innocenti. Libera chiede a tutti di scendere in piazza al fianco dei tanti familiari testimoni ogni giorno di come dal dolore possa nascere la speranza, l’impegno, gli unici strumenti che conosciamo per cambiare il volto e il destino delle nostre città. L’impegno quindi è quello di essere lì il 21 Marzo, per far sì che i luoghi di morte diventino davvero luoghi di speranza. 

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Libri

Nuvole a Occidente di Robin Waterfield

«Se lascerete che le nuvole che ora si stanno addensando a occidente incombano sulla Grecia, temo che ci ritroveremo a implorare gli dei di concederci questo diritto, di fare la guerra e la pace gli uni con gli altri a piacimento e, in generale, di gestire  da noi le nostre dispute interne.» Da queste parole, pronunciate  secondo lo storico Polibio da Agesilao di Naupatto, ha origine Nuvole a Occidente, saggio storico di Robin Waterfield, edito in Italia dalla 21Editore.  Il volume si incentra sulla narrazione dell’espansione di Roma in quel lasso di tempo che andò  dalla Prima Guerra Illirica (229 a.C.) al rovesciamento della monarchia macedone (167 a.C). Il saggio, composto da 13 capitoli, non soltanto permette di ricostruire in maniera puntuale tutti i principali momenti bellici dell’ascesa di Roma, ma cala il lettore in un mondo nuovo, fornendogli tutti gli strumenti per comprendere a fondo la crescita non solo militare, ma soprattutto culturale e civile che ha portato Roma a diventare la più  grande potenza del mondo allora conosciuto. Nuvole a Occidente, la storia delle nostre origini Nuvole a Occidente non è solo una cronaca storico-militare, ma è anche il racconto di come la società romana sia mutata per sempre dopo essere venuta a contatto diretto con la cultura greca: quando i romani incominciarono la loro espansione, infatti, di certo non erano all’altezza dello spessore culturale del mondo ellenico, che aveva alle spalle un bagaglio artistico, letterario e di tradizioni già molto ampio e ben sviluppato. I romani, al contrario, erano un popolo ancora per certi aspetti rozzo, o meglio, acerbo, e proprio l’incontro con l’Ellade fornì loro gli strumenti per creare una identità più netta e per giocare un ruolo determinante nel Mediterraneo. Non a caso, Orazio coniò la frase, ormai celebre: “Graecia capta ferum victorem cepit” (“La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore“), proprio a sottolineare come i romani fossero stati influenzati e quasi idealmente sottomessi dalla civiltà e dalla società greca, culturalmente assai più sofisticata, facendo di ciò  il loro punto di forza. Ciò  che è  importante nell’approccio a questo volume, è  che capire la realtà della Roma antica vuol dire scoprire le origini dell’Occidente. Se, infatti, è  vero che gli eventi del passato non si ripeteranno mai allo stesso modo, è  anche vero che essi costituiscono il sostrato culturale e sociale del mondo moderno. L’Europa tutta è debitrice a Roma per diversi aspetti, che vanno dall’arte ai modi di dire. Scoprire, o riscoprire, la caparbietà di questo popolo che dal nulla ha creato un immenso impero, porta il lettore più vicino alla rivalutazione di valori propri dei nostri avi, che oggi sembrano messi da parte. La bravura di Waterfield sta, appunto, nello spingere il lettore verso questa direzione: attraverso le battaglie, ma non solo, fa venire voglia di conoscere e capire l’universo morale e sociale della Roma antica. Saggio storico o letteratura? Nuvole a Occidente è  indubbiamente un saggio e, in quanto tale, si avvale di una scrittura puntuale, ricca di rimandi alle fonti storiografiche, non solo moderne ma anche […]

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Napoli & Dintorni

Follow the Shape per vedere Napoli

Vedi Napoli e poi muori. Così Murat si espresse riguardo la bellezza della città partenopea, come a dire che è così bella, così affascinante -sotto tutti i punti di vista- che, dopo aver goduto di essa, nessun’altra esperienza potrà mai essere uguale. La particolare atmosfera che si respira camminando sul lungomare, con il Vesuvio che domina il golfo, è qualcosa che non si può spiegare appieno con le parole. C’è bisogno di vedere. E chi non può farlo? Proprio pensando alle esigenze dei non vedenti, è nata l’opera Follow the shape di Paolo Puddu. L’installazione permanente ha vinto il primo premio del contest artistico “Un’opera per il Castello”, giunta alla sua quinta edizione. Questa volta, si chiedeva agli artisti di guardare l’arte da un diverso punto di vista. E Puddu, con Follow the Shape lo ha fatto in maniera tanto innovativa quanto delicata. Follow the shape… of fantasy Letteralmente, “follow the shape” significa “segui la linea” . E, in effetti, l’opera d’arte di Puddu non è altro che questo, una linea da seguire. Si tratta di una balaustra, con scritte in braille, che illustra il panorama di Napoli. Installata a Castel Sant’Elmo, si snoda da Piazza d’armi fino al punto più panoramico,  guidando il fruitore attraverso un viaggio sensoriale. La particolarità dell’opera di Puddu risiede, infatti, in ciò che essa comunica.   La “linea” che l’utente è invitato a seguire non è quella dello sterile- per quanto elaborato- racconto puntuale della veduta che si gode da Castel Sant’Elmo. Piuttosto, si tratta di “visioni”, scorci, sensazioni: le scritte sul corrimano compongono una vera e propria Ode a Napoli attraverso le parole dei grandi scrittori, dei poeti, degli artisti che vi hanno soggiornato e che, irrimediabilmente, sono rimasti vittime del fascino ambiguo della città, fra cui Giuseppe De Lorenzo, geologo e geografo che nel 1919 pubblicò “La Terra e l’uomo”. Follow the shape, quindi, usa le parole. Parole per per ricreare immagini, colori, sensazioni. Parole per dare anche ai non vedenti la possibilità di guardare. Gli spalti panoramici divengono il luogo d’incontro tra esperienze sensoriali differenti, trasferendo le sensazioni visive all’ambito tattile e immaginifico. Follow the Shape è un regalo che Paolo Puddu ha voluto fare agli uomini: ha donato emozioni, quelle emozioni che si provano nel guardare il panorama di Napoli e che rafforzano l’amore per questa città.

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Libri

Una speranza ostinata: la vita dopo la morte

1963. Max Mannheimer, ricoverato in ospedale ed erroneamente convinto di essere prossimo alla fine, decise di scrivere un breve diario, per raccontare alla figlia la sua esperienza nei Lager nazisti. Nacque così Una speranza ostinata, solo ora pubblicato in Italia da Add Editore. Mannheimer racchiude in poco più  di cento pagine tutto l’orrore vissuto a vent’anni e che, da allora, ha continuato a portare con sé, inciso sulla pelle e nel cuore. Come in un diario, o in un libro di memorie, Mannheimer racconta la sua esperienza a partire dall’infanzia a Neutitschein, quando la percezione della propria “diversità” era labile e appena accennata. Ricorda le prime esperienze lavorative, l’amore, il matrimonio, ma lo fa senza soffermarcisi troppo, come se il riportare alla mente quei giorni tutto sommato felici fosse per lui fonte di una sofferenza, forse, ancora più grande della vita nei lager. Questi ricordi, dai contorni sfumati quasi come dei sogni, si oppongono a quelli, ben più vividi, che occupano tutta la seconda metà di Una speranza ostinata, in cui Mannheimer racconta del suo Olocausto personale, un orrore con dei volti e un nome. Il nome fu Nazismo e i volti furono quelli degli aguzzini nei Lager, in cui Max e tutta la sua famiglia furono deportati nel 1943. Lui soltanto, insieme al suo fratello più piccolo, usciranno vivi dal campo di concentramento nel 1945, nello stesso giorno in cui Hitler si suicidò. Una speranza ostinata, ovvero, la lotta per restare uomini È stato scritto tanto sull’Olocausto, dai saggi storico-antropologici ai romanzi, passando per i memoriali. Tutti hanno dei denominatori comuni: la percezione che la corruzione dell’umanità abbia, in quel periodo storico, toccato il fondo; la consapevolezza che, a farne le spese, siano stati degli uomini innocenti, la cui unica colpa fu quella di essere ciò che erano. Questi elementi si ritrovano anche in Una speranza ostinata, in quanto presupposti e risultati di esperienze di vita difficili da dimenticare. Non riusciamo neppure ad immaginare davvero cosa può essere stata la vita, lì dentro. Una speranza ostinata, così come altri testi che trattano lo stesso argomento, ci permette di avere una qualche percezione, per quanto vaga e lontana, di quella realtà terribile e disumana che ha  caratterizzato gli anni della dominazione nazista. Max Mannheimer racconta, con parole semplici e chiare, cosa ha significato tutto questo per lui, che nei Lager ha visto morire amici, genitori, fratelli. Racconta la lotta per la sopravvivenza, la sistematica organizzazione degli spazi, l’economia burocratica del campo, con le sue interminabili marce senza motivo, le punizioni, gli stenti, la fame. La morte. I forni. Tutti elementi che si ritrovano negli innumerevoli esempi di letteratura sullo sterminio, tra i quali sicuramente il più famoso è Se questo è un uomo. Leggendoli, tuttavia, si percepisce tutto il peso del dolore, un peso così forte che schiaccia, che mozza il respiro. Questo senso di pesantezza al cuore è ciò che caratterizza persino il solo pensare all’Olocausto ed è anche, in parte, ciò che si prova leggendo il memoriale di Mannheimer. Cosa, dunque, rende questo libro diverso dagli […]

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