Perdersi di Annie Ernaux | Recensione

Perdersi di Annie Ernaux | Recensione

Tra l’autunno dell’88 e l’estate dell’89, Annie Ernaux frequenta un uomo più giovane di lei di 13 anni conosciuto all’ambasciata francese, un diplomatico russo – corretto sarebbe utilizzare l’aggettivo ‘sovietico’, dal momento che l’URSS, all’epoca, era ancora in essere. Nel 2022, ben 25 anni dopo gli eventi accaduti, questo incontro diventa il punto di partenza per Annie Ernaux e la scrittura del suo libro Perdersi, pubblicato da L’orma editore. La frequentazione si mantiene regolare per tutto il tempo della sua durata, impostata su una modalità relazionale schematica e succinta, che non lavora mai di addizione o sottrazione, ma ripropone costantemente la stessa identica formula senza alcuna variazione degna di nota: si incontrano tendenzialmente due volte a settimana – durante il giorno o la notte che sia -, continuano a fare l’amore fino a che i desideri di entrambi non siano stati completamente appagati e si lasciano, nell’attesa di rivedersi al prossimo giro di boa e ricominciare tutto daccapo. 

Perdersi, la lotta di Annie Ernaux contro l’ennesimo amore morboso

È amore o è ossessione, ciò che lega Annie a S.? Si interroga spesso, la scrittrice, tra le pagine del suo diario, alternando momenti di cecità assoluta a momenti di feroce lucidità. Non può far a meno del suo amante, attende freneticamente il loro prossimo incontro, lascia che lo sfrenato egoismo di lui la svegli nel cuore della notte con improvvise telefonate, ma al contempo ne disprezza acutamente la completa assenza di intellettualità, l’isterismo per gli abiti griffati, le druidiche ed estreme tendenze antisemite ed omofobe.

Eppure, è più semplice mascherare questo legame tra le confortanti sembianze di un sentimento sincero – per quanto silente ed indimostrabile – piuttosto che chiamarlo con il suo vero nome: dipendenza affettiva. Del resto, il modo in cui chiami le cose è il modo in cui finisci per viverle, e lei questo sentimento se lo vive nella sua pienezza come se fosse il nutrimento più necessario di tutti, e così continuerebbe a fare, se non fosse per quel molesto barlume di consapevolezza che, attivandosi ad intermittenza, la porta a percepire chiaramente la stridente stonatura della relazione con S.: la sua totale ed infernale incapacità a dire di no. Il disprezzo verso il rifiuto dell’altro – estraneo o persona amata che sia – è, in fin dei conti, una predilezione per l’estremo: senza che nessun’altro ce lo chieda, ci fiondiamo ad occhi chiusi tra le fiamme ardenti, per comprendere fino a dove siamo davvero capaci di spingerci, quanto spazio riusciamo a riservare gratuitamente all’altro, a discapito del nostro, sacro e vitale.
«Tutto il mio dramma è qui, nella mia incapacità di dimenticare l’altro, di essere autonoma. Sono porosa alle frasi, ai gesti degli altri. Persino il mio corpo assorbe il corpo altrui». 

Dinanzi ad una dinamica universale – che Annie Ernaux in Perdersi riesce a riportare in maniera così limpida ed audace – è impossibile restarne ai margini, non farsi coinvolgere. La sua scrittura è acrobatica, rimbalza da uno stato d’animo a quello completamente opposto, specchio riflesso di un sentimentalismo spiritato che, in un anno, non le ha mai consentito di prendere posizione: preferisce trascinarsi giorno dopo giorno in un’angoscia irrazionale piuttosto che tranciare in un colpo solo le radici ormai marcescenti di una morbosità sempre più fagocitante. Ma cosa incide maggiormente nell’economia complessiva della rovina di Annie, l’asfissiante spirale di masochismo da lei sperimentata, o la dolorosa capacità di averne una nitida contezza? La percezione delle cose si capovolge, così, in un attimo: non responsabili dei nostri limiti, quanto dell’impossibilità di servircene per poter crescere. Lasceremo che le nostre inadeguatezze continuino a spingerci verso l’autosabotaggio o impareremo a viverle in una prospettiva di evoluzione emotiva?

A condire aspramente il tutto, per di più, è il fatto che Annie Ernaux in Perdersi sembra che con S. stia rivivendo, come fosse in un girone dantesco, una condizione esasperante già in altri casi sperimentata: il diario, infatti, è una crudele reminiscenza anche dei dolori del passato, delle immagini maniacali e persistenti di altri uomini – primo fra tutti il suo ex marito Philippe – che si mescolano tutti senza cappa filtrante in un’amalgama indistinta di amarezze e disgustose autocondanne. Ed è proprio sulla lunghezza d’onda di questi energici parallelismi che la penna mordace ci rifila, forse involontariamente, forse, ancora una volta con una cattiveria velenosissima, l’ennesimo spunto di riflessione: è realmente possibile ingaggiarsi in una nuova relazione in modalità diverse da come si è fatto co quella precedente? 

Risposte giuste a questi e altri interrogativi, nell’autobiografia sincopata del Premio Nobel per la Letteratura 2022, comunque non se ne ritrovano: la sua storia non ha la pretesa di insegnare, dimostra soltanto. È elogio sublime – primo e primordiale – della contraddizione, mappatura delle esperienze paradossali che qualificano l’esistenza claudicante di ciascuno di noi. No, impossibile che una donna brillante e acuta come lei, dichiarata femminista in ogni fibra del suo essere, si sia lasciata travolgere da una storia con un uomo talmente passionale da essere circoscritta allo spazio claustrofobico di una camera da letto, quella dove lei ed S. si incontravano periodicamente per fare l’amore, e fare solo ed esclusivamente quello. Eppure è davvero proprio così: l’autobiografia Perdersi di Annie Ernaux è il racconto di una tensione erotica cavalcante, di notti di passioni senza sosta e fantasie continue ricamate ad occhi aperti,  di quelle cose classificate troppo spesso come “indicibili”, e che portano i detrattori, non senza un atteggiamento assai borioso, a gridare presto e subito allo scandalo. 

Chi dovrebbe sentirsi più di una spanna al di sopra della media, invece, è proprio la scrittrice: serve coraggio a vivere le cose con il proprio nome, e ne serve ancora di più per riviverle in eterno attraverso la scrittura, perché come lei stessa afferma «[…] finché le cose non vengono dette, non esistono. Dopo, non finiscono mai di essere». Non esiste, dunque, moralità pontificata che tenga se in gioco c’è l’atto della (ri)scoperta di sé.   

Fonte immagine di copertina: L’orma editore 

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