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Pierfranco Bruni e La leggenda nera | Recensione

Nato in Calabria, archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, Pierfranco Bruni ricopre numerosi incarichi istituzionali riguardanti la cultura e la letteratura anche all’estero. Dopo la pubblicazione di saggi, racconti, raccolte di poesie e romanzi, occupandosi soprattutto di letteratura italiana ed europea del Novecento, è oggi in libreria con La leggenda nera. L’Inquisizione tra storia e cinema, pubblicato dalla Ferrari editore.

Cos’è la leggenda nera? Il saggio breve di Pierfranco Bruni

Un saggio breve ma pieno di parentesi e considerazioni storico-filosofiche quello del Professore Pierfranco Bruni, che si dipana attraverso i secoli alla ricerca dei momenti topici della “leggenda nera” dell’Inquisizione. Prima però di addentrarci nelle attente valutazioni di Pierfranco Bruni sull’Inquisizione tra storia e cinema, è utile ricordare cos’è la “leggenda nera” e cosa è stato detto a riguardo.

Siamo nel Cinquecento quando contendendosi l’Atlantico, l’Inghilterra inizia una dura lotta propagandistica contro la nemica Spagna, allora centro nevralgico di grande potenza; al fine di limitarne sia la grandezza politica che la nomea di terra di conquistatori, secondo una recente teoria revisionista, la verità sull’Inquisizione – che secondo la documentazione storica funzionava come un qualsiasi tribunale – sarebbe stata distorta per infamare l’Impero spagnolo, che ben presto assunse le caratteristiche di una realtà terrificante e crudele.

Al termine Inquisizione quindi venne ben presto affiancato quello di “leggenda nera”, a causa delle sue procedure di giudizio, dell’utilizzo indiscriminato della violenza e delle torture inferte agli imputati, privi di qualsivoglia possibilità di difesa. Una visione alla quale ha partecipato anche la Chiesa ufficiale, per stabilire l’ordine tra il giusto e lo sbagliato. Infatti, tuttora nei libri di storia ci viene insegnato che l’Inquisizione fu davvero così atroce e va considerata come un’eccezione.

Passeggiando attraverso un percorso che va dai fatti storici, tra l’Inquisizione spagnola e poi cattolica, Pierfranco Bruni compie, senza dimenticare il rigore logico e accademico, un confronto con quella parte della cinematografia che si è occupata della “leggenda nera”; dando ovviamente risalto alle eclatanti condanne tra le più celebri come quella inferta a Giordano Bruno e Galileo Galilei, l’autore vi inserisce nell’excursus anche la caccia alle streghe, legata alla violenza e alla persecuzione proprie dell’Inquisizione.

«C’è uno stretto legame tra Inquisizione e immaginario. […] È doveroso affidarsi ai fatti, alle storie, alle cronache, ma il più delle volte diventa necessario percepire, intuire e lasciarsi catturare dalle emozioni di una storia, di un vissuto, di un destino. Inquisire è accusare, ma non significa avere ragione».

Piacere, innocenza e fuoco. Sono questi tre concetti che Pierfranco Bruni dice di ritrovare nella cinematografia dedicata alla “leggenda nera”; ciò sottintende come, alla luce di tutto il saggio, l’arte può imbellettare il tragico e rappresentarlo come il bello: ed è alla fine proprio ciò che fa un film o un libro, con l’immaginazione, la fantasia, la “spettacolarizzazione”.

Come utile confronto tra Inquisizione e cinema, con lo zampino sempre presente della letteratura, nel saggio è citato Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud, il celebre film tratto – si deve assolutamente sottolineare  che fu liberamente tratto –  dall’omonima opera di Umberto Eco. Nel 1300 il francescano Guglielmo di Baskerville (interpretato nel film da Sean Connery) giunge in una abbazia benedettina del Nord Italia per cercare di capire cosa c’è dietro gli omicidi che sconvolgono la quotidianità, insieme all’allora suo novizio. Ne nasce una “spettacolarizzazione” del romanzo, che ha in sé molte più digressioni storiche e filosofiche, e anche teologiche,  ad esempio sul concetto di eresia, che tendono ovviamente ad una risoluzione critica nella maggior parte dei casi non puntuale.

Dall’Inquisizione medievale (della cui rappresentazione cinematografica l’autore ricorda anche Giovanna d’Arco di Luc Besson del 1999) Pierfranco Bruni passa al setaccio la realtà/fantasia dell’Inquisizione spagnola; e subito c’è un importante analisi de L’ultimo inquisitore del regista ceco Miloš Forman del 2006: il potere di questa inquisizione è più che mai da carnefice, in cui la spettacolarizzazione della tortura spagnola è presente.

Teologia e filosofia sono cardini della filmografia sull’Inquisizione romana, dal Giordano Bruno di Giuliano Montaldo a La città del sole di Gianni Amelio, fino a Galileo di Liliana Cavani: la Chiesa diventa una seconda maschera dell’Inquisizione e qualsiasi pensiero rivoluzionario e intellettuale viene represso, una chiesa che non ammette altra realtà all’infuori di se stessa. E qui è la storia a parlare, anche se Bruni ci avverte con una scottante verità: «non è la storia che si tramanda. Non solo le verità o le menzogne o le finzioni che si tramandano come fossero tradizione di un vissuto reale o meno. Si trasmette l’immaginario». Non sapremo mai, continua, cosa è accaduto davvero, perché di inquisizioni ed eresie si discute tantissimo, e ormai non si comprende più cosa sia leggenda e cosa sia reale.

L’autore continua ricordando la storia di Zenone e quella della cortigiana veneziana Veronica Franco, da cui fu tratto il film Padrona del suo destino del 1998: fu accusata di stregoneria perché faceva degli uomini vittime a causa delle sue capacità di seduzione, un’accusa che cadde però solo grazie alle sue conoscenze. Ancora altri personaggi tra leggenda e realtà sono Giacomo Casanova e Cagliostro, i “due magi” che agli occhi dell’obiettivo di una telecamera la loro vita è diventata fantasia, apparenza probabilmente, ma che ben si presta a ciò che di queste due personalità si ricorda.

Infine, l’ultimo capitolo è dedicato alla stregoneria, che rientra a pieno titolo nella “leggenda nera” dell’Inquisizione. L’autore conclude come il cinema abbia modificato l’immaginario collettivo, poiché parte del contesto storico è stato per forza di cose plasmato in favore della finzione.  Sta allo studioso rimettere le carte in tavola: «La filmografia sull’Inquisizione, che ricalca o rafforza luoghi comuni, senza una critica complessiva sul piano culturale, corre il rischio di avvicinarsi troppo allo spettacolo».

Ilaria Casertano

Fonte immagine: Pagina Facebook di Ferrari Editore

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