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Eroica Fenice

Primule fuori stagione di Luciana Pennino

“Primule fuori stagione”, il brillante esordio letterario di Luciana Pennino

Primule fuori stagione è il primo romanzo della scrittrice napoletana Luciana Pennino, edito da Iuppiter   Edizioni. Il libro, uscito a fine novembre 2017, racconta, in modo tragicomico, le vicende di una donna che a 46 anni si ritrova senza lavoro ed è costretta a ricominciare tutto da capo.

Non a caso il romanzo si intitola Primule fuori stagione; la primula, infatti, è un fiore che rappresenta la speranza, i nuovi inizi. Come il fiore, anche la protagonista del racconto rifiorisce, ma fuori stagione, perchè non siamo in primavera. Le primule sono i primi fiori a sbocciare dopo il lungo inverno. Al contrario, le “primule” della Pennino rinascono proprio alla soglia della stagione fredda.

«Comunque vada tra noi, vorrei che la primula rimanesse la tua pianta preferita… è il simbolo della rinascita, della speranza, dei nuovi inizi…».

La storia è ambientata a Napoli, città in cui risiede anche l’autrice stessa, ma la protagonista – a cui la Pennino ha scelto di non dare un nome, perché, ha dichiarato, “sapevo che ciò avrebbe contribuito all’identificazione da parte di molte donne, creando un’empatia maggiore tra il soggetto di cui si narra e chi legge” – ha vissuto anche a Milano e rivive i ricordi legati al periodo trascorso nel capoluogo lombardo.

L’intero romanzo costituisce un lungo monologo della protagonista scandito dalle vicende dolorose e, allo stesso tempo, comiche della sua vita e dei personaggi che incontra sul suo cammino.

Primule fuori stagione: la forza di ricominciare raccontata da Luciana Pennino

Dato il clima di precarietà che caratterizza la società odierna, non è difficile immedesimarsi nella storia della protagonista del romanzo di Luciana Pennino: una donna di 46 anni, residente a Napoli, che, dopo una lunga carriera, perde il rassicurante posto fisso e si ritrova a fare i conti con la vita e la sua imprevedibilità. La perdita del lavoro comporta ovviamente smarrimento e coincide con la perdita della propria collocazione sociale e personale. La vita sembra subire una battuta d’arresto. La piatta ma confortante routine quotidiana della protagonista viene improvvisamente sconvolta da un terremoto che fa crollare ogni certezza, scombina tutti i suoi piani, costringendola a cambiare tutto, a rivedere le sue priorità, a rimettersi in discussione alla soglia dei cinquant’anni, proprio quando credeva di aver raggiunto finalmente un equilibrio personale, avendo fatto pace col passato. Inizia, invece, un lungo e doloroso percorso, un viaggio verso l’ignoto, un salto nel vuoto.

“Nel reagire a questa notizia sconquassante, mi si rivela l’esistenza di un vasto assortimento di stati d’animo, balordamente antitetici, che vanno da un infinito senso di scoramento a un’esaltazione immotivata, da una rabbia acuta e sorda a un abbandono fatalistico a quel che sarà, da uno sconvolgente smarrimento a una reattività incontrollata. Nulla, però, rispetto all’emozione che mi scorterà a lungo: la paura!”.

Tuttavia, è proprio quando la terra sotto ai piedi viene a mancare, che la protagonista – tornata a lavorare a Napoli dopo una parentesi lavorativa a Milano e una storia d’amore finita male – riscopre se stessa, trovando la forza di ripartire. Determinazione e una buona dose di ironia e autoironia sono gli ingredienti fondamentali che l’aiutano ad affrontare questa bufera che la vita le ha riservato.

Il lettore viene inevitabilmente coinvolto nelle vicende narrate da Luciana Pennino. Primule fuori stagione è un romanzo che si rivolge ad un ampio pubblico, dunque a diverse fasce d’età. Che si tratti di una donna o di un uomo, più o meno giovane, chiunque abbia dovuto affrontare la drammatica esperienza della perdita del lavoro, chiunque sia stato costretto, per qualsiasi motivo, a ripartire dopo una battuta d’arresto, si identifica nella vita della protagonista del romanzo.

Primule fuori stagione è, in definitiva, un inno alla speranza, intesa non come attesa inerte di eventi felici, ma come convinzione di possedere determinazione e strumenti per riuscire a cambiare le condizioni infelici.

“Che poi noi attribuiamo sempre una connotazione negativa al termine speranza, perché ci martellano con «chi di speranza vive, disperato muore!». Ma sperare non vuol dire attendere inerti eventi felici, che semmai non si produrranno mai.
Sperare è essere convinti di possedere determinazione e strumenti per riuscire a cambiare le condizioni infelici.
Dovrei rimpinzarmi di nuovo di sogni e di speranza, senza alcuna paura di ingrassare, e così riuscirei a vivere con più leggerezza e a sviluppare più difese immunitarie!”

Ironia e resilienza

Quella di Luciana Pennino è un’opera narrativa fresca e innovativa. L’autrice riesce a raccontare con leggerezza, che non vuol dire superficialità, momenti particolarmente difficili della vita. È l’ironia, infatti, il punto di forza della narrazione, mai scontata e noiosa;  oltre ad un linguaggio moderno, semplice e autentico che consente una  lettura scorrevole e veloce. Piace soprattutto la scelta di inserire parti in dialetto napoletano, che si mescola a termini nuovi e contaminati dalla lingua inglese, e la descrizione esilarante che la protagonista fa dei personaggi che incrocia sul suo percorso. Elementi che contribuiscono a restituire maggior veridicità al racconto.

Il risultato è un romanzo dinamico e divertente nonostante la drammaticità degli eventi narrati. Una storia, quella raccontata dalla scrittrice partenopea, che costituisce  un vero esempio di resilienza, ovvero della capacità di resistere agli urti della vita e di ripartire, cogliendo, nella tragedia, una nuova occasione, una nuova sfida, un nuovo inizio.

“Esco per qualche attimo da me stessa e mi osservo con addosso gli ultimi 26 anni, quelli che conto dal debutto nell’adultità. In questo tempo, ho vissuto, semplicemente vissuto; e mi sono persuasa che l’essenza assoluta del mio fluire sta nel prendere in carico, opposti eppur sempre congiunti, il buio e la luce, le macerie come la ricostruzione, gli occhi pieni di pianto e le risate fino alle lacrime. 26 anni fa, però, non portavo, in valigia, le tisane per favorire il mio transito intestinale né, in un sacchetto, una piantina di primule…”