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Riccardino

Riccardino: recensione dell’ultimo Montalbano di Camilleri

A un anno dalla morte di Andrea Camilleri la sua storica casa editrice Sellerio dà alle stampe Riccardino, l’ultima avventura del commissario Montalbano.

La nostra recensione di Riccardino

“Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto.” È questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Riccardino, scritto tra il 2005 e il 2006 e poi rivisto una decina d’anni dopo dal suo autore che, nel 2016, volle ridare un’occhiata a quella geniale lingua sicula creata nell’altrettanto inventata cittadina di Vigata. Nell’introduzione curata dalla casa editrice Sellerio, vengono svelati i retroscena della stesura di Riccardino a mo’ di preambolo alla lettura del romanzo. È con questo spirito che viene ripercorsa la “quarantennale avventura di amicizia, di libri, di lavoro, di divertimento, iniziata nei primi anni ’80”, quando Andrea Camilleri – allora regista teatrale e docente all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio D’Amico” a Roma – consegnò a Leonardo Sciascia un faldone di documenti su una “Strage dimenticata avvenuta a Porto Empedocle nel 1848“. Sciascia studiò le carte ricevute e se ne appassionò a tal punto che non volle limitarsi a scriverne una cronaca, bensì propose allo scopritore dell’interessante vicenda locale, ripescata dal lontano passato, di raccontarla a modo suo, impegnandosi a sostenerne la successiva pubblicazione. Un’avventura che in tal modo ha segnato sia l’avvenire di Andrea Camilleri e del suo futuro di scrittore quanto il successo e il destino tout-court della casa editrice palermitana, fortemente legata al “Tiresia di Porto Empedocle” e indimenticabile creatore del commissario di Vigata.

«Ancora un momento, Montalba’»: il continuo “dialogo tra le righe” tra il creatore Andrea Camilleri e la creatura Salvo Montalbano

Gli affezionati lettori di Camilleri, nonché sostenitori del commissario Montalbano, non potranno non inforcare gli occhiali della malinconia nel leggere questo “romanzo di congedo”, dove il titolo stesso, inizialmente scelto dal Maestro come provvisorio, suona come un’invocazione che risuona dell’eco del definitivo.

Così succede con la tastiera di un pianoforte, dove tonalità deboli danno armonia alle note forti e tutte sono inevitabilmente necessarie per una composizione in grande stile. Rispetto alla solidità di altre creazioni letterarie di Camilleri, la trama di Riccardino sembra infatti deboluccia. Montalbano riceve una telefonata per errore dopo una notte insonne e a comporre il numero è la vittima prossima e ventura, un uomo che si rivelerà poi “un mandrillo” ed è contorniato da tre amici così stretti da esserlo fin troppo, sino all’inevitabile gioco di specchi e sospetti che daranno corpo e piega all’indagine, leggermente “sottotono” rispetto ai ritmi narrativi a cui il Maestro aveva generosamente abituato i suoi fedeli lettori.

Ci sono parole magnifiche, destinate a far parte dell’alfabeto camilleriano come di quello italiano: «mammalucchigna» per dire «magica», o «’nturciunata» per rendere tutto il complesso senso del contorto. Ma a spiazzare sono le incursioni del Camilleri eterno ammiratore del conterraneo Pirandello e dei suoi personaggi in cerca d’autore: vi è un Andrea che di continuo “parla” col suo Salvo, lo bacchetta perché è stanco e glielo fa notare, gli ricorda che sta invecchiando e glielo lascia fare. E poi torna il Camilleri forte del suo esercito di “cinquecentomila lettori” che gioca a prendersela con il Montalbano televisivo visto e amatissimo da “milioni di telespettatori”: un vero e proprio gioco delle parti tra chi dice che “scrivere comincia a stancarmi” e lo annuncia proprio scrivendo, e chi vive sulla pagina quella stessa storia e invece ha voglia di viverla e non finirla.

A un certo punto, nel bel mezzo della vicenda intricata, ecco che viene citato il politologo statunitense Walter Lippmann e la sua teoria criminologica secondo cui ogni indagine ha un respiro, un suo ritmo endemico che non si può né rallentare, né accelerare. È forse così che bisogna leggere questo Riccardino di Andrea Camilleri: seguendo i tempi dal Maestro stesso creati e scanditi, senza forzarne o affrettarne le conclusioni, ammesso che un finale per il gran commissario si possa sul serio trovare.

Questo giallo è un guazzabuglio che pare scritto da un principiante” (Andrea vs Salvo)

Gli stili presenti nel romanzo sono molteplici, così come gli intrecci al suo interno o i riferimenti letterari, restituiti in forma di letture dello stesso Montalbano, che vanno da Roberto Bolaño a Philip Roth, dalla Difesa del Mèola del già citato Luigi Pirandello a Sandro Penna. Una mano è curiosamente tesa alla filosofia, passione greca per eccellenza e tanto cara al visionario scrittore siciliano, alle prese con questioni cruciali inviate via fax da un fantomatico esponente del clero e che il più pragmatico commissario è costretto a tradurre in gergo comprensibile condensando il suo stesso credo etico e civile.

Molto bella un’immagine che nel corso del romanzo torna due volte e che in sé è un rimando alla realtà e prova a contenere le caratteristiche di autore eda ttore, di Camilleri e Montalbano, di scrittore e personaggio: si tratta della famosa fotografia in piazza Tienanmen in cui un giovane, da solo, sembra fermare un carro armato. È allora che il Commissario di Vigata chiosa così:

«Ha detto che quel giovane “ferma” un carro armato. Ma il giovane in realtà non è in grado di fermare niente e il carro armato non potrebbe fermarsi da solo. Il carro armato viene fermato dal soldato che ne è alla guida e che noi non vediamo perché è all’interno del suo mezzo. Ecco, a me interessa questo soldato invisibile ma esistente che in quel momento, disubbidendo a un ordine ricevuto, compie un atto di coraggio almeno pari a quello del giovane dritto e fermo davanti al suo carro armato».
Sono belle e ribelli queste parole di Montalbano e saranno riprese sul finire di Riccardino come immaginario lascito ed eterno monito di Andrea Camilleri, interessato in prima persona a quel “soldato invisibile” immesso nell’animo del “suo” Montalbano, fermo e coraggioso come il giovane della foto, e al tempo stesso schermo, filtro e riflesso dell’immortale autore che osò crearlo, l’unico davvero in grado di vedere, ben oltre le soglie della cecità a cui di fatto pervenne, “chi c’è dentro il carro armato”.
Fonte immagine: Ufficio Stampa
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