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Eroica Fenice

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Topeka School: il nuovo romanzo di Ben Lerner è arrivato in Italia

Topeka School, edito in Italia da Sellerio, è il nuovo romanzo di Ben Lerner: tra gare di oratoria, la psicoanalisi e l’eterno conflitto tra progressisti e reazionari si descrive il baratro della società americana. Un’auto-fiction che gli ha fatto sfiorare il Pulitzer per la Narrativa 2020

Ben Lerner è tornato, con la sua narrazione fluviale e una certa dose di cinismo.
In Topeka School (2020, Sellerio) ritroviamo Adam Gordon, l’alter ego di Ben Lerner, già protagonista di Un uomo di passaggio (2011, in originale Leaving the Atocha Station), suo esordio nella narrativa. In Un uomo di passaggio Adam è a Madrid grazie ad una borsa di studio per poeti, esattamente come fu per il vero Lerner, a sperimentare stupefacenti, la vita e l’arte. Topeka School può essere definito un prequel di Un uomo di passaggio e tutto sommato anche del successivo Nel mondo a venire (2014), in cui il narratore è chiamato Ben, per comporre la trilogia di Lerner dedicata all’attuale società americana.

Direttamente dal passato – nel romanzo siamo nel bel mezzo degli anni ’90 – Lerner ci descrive come la società americana, che ambisce ad essere la società tutta, sia giunta ad essere quella che apertamente è adesso: rabbiosa, intollerante, competitiva e, tema molto caro alla critica americana, permeata di mascolinità tossica.

Topeka School è quello che potrebbe essere definito un romanzo “corale”: ci sono Adam, i genitori Jonathan e Jane, e il rapporto tra Adam e i suoi genitori, tra i genitori di Adam e i loro genitori, tra Adam e le sue figlie; tutte queste relazioni si intrecciano componendo una fitta trama intergenerazionale, ricordando la famiglia Lambert de Le Correzioni di Jonathan Franzen.

Raccontando l’adolescenza di Adam Gordon, Lerner racconta l’America, ‹‹perché l’America è un’eterna adolescente››.

Topeka School: gare di oratoria, femminismo e intolleranza

Topeka è la cittadina del Kansas dove è nato e cresciuto Lerner e dove è ambientato in buona sostanza quasi tutto il romanzo. È qui che si trova la Fondazione, innovativo ed elitario centro di cura psichiatrica, dove lavorano e vivono Jonathan e Jane, i genitori di Adam, psicanalisti progressisti e colti, e il loro anziano collega Klaus, berlinese che ha collaborato con Jung dopo aver trascorso il periodo della guerra ‹‹nascosto in un pollaio, sognando di riunirsi alla famiglia, scrivendo pièce teatrali mentalmente per non impazzire››, e in grado di dare ‹‹tocco di feuilleton weimariano alla burocrazia della Fondazione››.
La Fondazione è il centro di gravità anche per gruppi di autocoscienza maschile, cantanti folk, attivisti politici, esperti di sesso, scrittori e studiose femministe.
In questo contesto sofisticato Adam cresce, (iper)educato alla sensibilità, al dialogo introspettivo e al femminismo, ed è istruito a parlare in pubblico nelle gare di oratoria tra licei, in cui è un temutissimo avversario (anche Lerner è stato da ragazzo campione nazionale di dibattito pubblico).

Sono le gare di retorica l’inizio e il vero fulcro del romanzo: è in queste competizioni che si addestrano i giovani americani, più che all’arte dell’oratoria, a quella dell’‹‹asfaltare›› gli avversari, ‹‹vale a dire, di presentare più argomentazioni, e portare più prove a loro sostegno, di quante ne possa confutare l’altra squadra nel tempo assegnato […] a prescindere dalla sua qualità, dal suo contenuto. (Chi pratica il dibattito a livello agonistico passa ore a fare esercizi di velocità: leggendo con una penna fra i denti, ad esempio, il che costringe la lingua a sforzarsi di più, la bocca a pronunciare con più enfasi; ci si allena a leggere le prove al contrario in modo da sganciare l’atto fisico dell’enunciazione delle parole dallo sforzo di comprenderle, che fa rallentare).››

La capacità di ‹‹asfaltare›› (in originale, il termine usato è “spread”) avviene a spese della coerenza, della verità e della logica, al punto che i dibattiti linguistici si trasformano improvvisamente in ‹‹rituali glossolalici››: sono i ring su cui si sfogano atti di violenza adolescenziale, metafora neanche troppo complessa di quel modo di fare politica che si stava facendo strada e di cui il capitalismo, capace di fagocitare ogni aspetto della vita, amplifica le ripercussioni. Questo è un libro (anche) sul modo in cui sono stati sviliti sia il discorso pubblico che il discorso sul discorso pubblico negli anni, tanto che “l’asfaltare” – la sopraffazione del dibattito ragionato da parte di chi in maniera strumentale demolisce il discorso altrui, senza lasciare via d’uscita – è arrivato a dominare la politica con il compiacimento dei più, come la vera meta da raggiungere.

Topeka School è l’elaborazione del trumpismo già strisciante in America prima di Trump, ma senza molta difficoltà può essere adattato anche all’Italia, pur non essendo diffusa nel nostro paese la cultura del dibattito pubblico. Adam vive in uno stato repubblicano, il Kansas, evidente modello trumpiano, che fuori dalla Fondazione si manifesta in tutto il suo furore, ‹‹un posto fuori di testa, pieno di metanfetamine e ragazzi bianchi annoiati e con le pistole››. Oscilla tra il mondo della sua famiglia democratica ed istruita e quello esterno, rozzo, preda del populismo e del maschilismo. Per non restare schiacciato tra i due estremi – comunque un po’ retorici – cerca il suo equilibrio, e ha gli strumenti migliori per poterlo fare: la poesia, l’arte, la psicanalisi, un virtuoso uso del linguaggio. Non sarà così per Darren, personaggio misterioso, problematico, uno dei ‹‹ragazzi perduti›› seguiti da Jonathan, che troverà le sue risposte e il suo equilibrio con gli strumenti derelitti di cui dispone.

Ben Lerner: tra David Foster Wallace e Philip Roth

È diffusa l’opinione, da più parti condivisa, che Ben Lerner abbia preso il posto di David Foster Wallace come “scrittore guida della nuova generazione americana”, così definito da Francesco Pacifico su Repubblica. Anche Luca Biasco, nel suo Americana, individua una scuola “d’Avanguardia” di romanzi americani che discendono da David Foster Wallace, e Ben Lerner è tra gli autori riuniti sotto questo grande cappello. Non è un caso, infatti, che la traduzione in italiano di Topeka School sia curata da Martina Testa, storica traduttrice di Wallace.
In effetti i due autori condividono la capacità di concepire straordinari romanzi senza trama, scandagliare l’animo di una nazione e svelare con potenza delle verità solo apparentemente nascoste. Entrambi sono tanto padroni del linguaggio quanto ne sono ossessionati, e lo sforzo di spiegarsi e rispiegarsi emerge dalle pagine anche mediante il loro stile originale.

Negli ultimi anni l’attenzione alle opere di Wallace ha finito per concentrarsi, tristemente e con miopia, su quegli indizi dai quali avremmo potuto riconoscere la depressione che gli è stata fatale, trascurando invece la sua critica al linguaggio della pubblicità e della propaganda, braccio armato del capitalismo.
È vero che questo tema è il punto di contatto più evidente tra Wallace e Lerner, ma è anche ciò che più li distanzia: Wallace ha divinato, con la sua prosa dal magnetismo quasi fisico, quello che sarebbe avvenuto 20 anni dopo. Infinite Jest è stato pubblicato nel 1996, un anno prima rispetto ai fatti raccontati in Topeka School, e ha osservato, smontato e ricomposto in una forma nuova il futuro lasciando frastornati e sedotti i suoi lettori.
Ben Lerner, invece, 20 anni dopo ha svelato con la sua prosa poetica in cosa negli anni ’90 si nascondevano i germogli del nostro presente. Non c’è stato, in Lerner, quel guizzo geniale e divinatorio che rende Wallace ancora unico. E più di tutto, a Lerner manca l’ironia irresistibile di Wallace.

Sembra piuttosto che con Topeka School Ben Lerner si sia candidato apertamente ad essere l’erede di Philip Roth. Adam Gordon è per Lerner il Nathan Zuckerman di Roth, alter ego che appaiono come narratori o come protagonisti nelle loro trilogie dedicate alla società americana.  Pastorale americana, il capolavoro di Roth pubblicato nel 1997, lo stesso anno raccontato in Topeka School, ripercorre i precedenti 20 anni di vita dello svedese per mettere in prospettiva il presente. In entrambi c’è quell’atmosfera tutta americana di sfrenata ed esasperata competizione – sportiva in Roth, nell’oratoria per Lerner – , la violenza pronta a deflagrare da un momento all’altro, l’intolleranza razziale di Newark e quella omofoba di Topeka, la rassegnazione alla collera e alla disillusione.

Il poeta Lerner supera la prova da romanziere perché l’architettura è esattamente quella di un romanzo, con frequenti flashback e cambi di narratore, tanto da aver sfiorato il Premio Pulitzer per la Narrativa del 2020. Topeka School è comunque un’opera molto complessa e ambiziosa, e in alcuni punti la narrazione sovraccarica e troppo clinica attenua lo slancio verso la storia, con il rischio che il lettore si sganci dalla narrazione con la vaga impressione di essere stato “asfaltato”.

Topeka School, 2020, Sellerio, pp. 384. Collana Il contesto n. 109. 16,00 euro, disponibile in ebook.

Foto in evidenza: da Sellerio

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