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Eroica Fenice

donne curde

Le donne curde e la lezione sul femminismo all’Occidente

Le donne curde sono donne coraggiose. Perchè imbracciano le armi, innanzitutto. Perchè rivendicano una dicotomia che ci pare irrealizzabile tra la religione islamica e una piena parità tra gli uomini e le donne. Un concetto semplice solo all’apparenza, perchè assolutamente rivoluzionario.

In “Kobane calling” di Zerocalcare, è riportato un passaggio fondamentale per rappresentare perfettamente il femminismo delle soldatesse curde che hanno combattuto per l’indipendenza del proprio popolo.

“Noi donne curde abbiamo abolito i matrimoni combinati, insegnavamo la libertà”

“E cosa rappresenta per voi lo scontro con l’Isis, l’oppressione religiosa…”

“La religione non c’entra. Noi siamo musulmane. Sono quelli dell’Isis a non essere musulmani”

Certo, qualcuna tra le donne curde combatte perché gli uomini che combattevano prima di loro non ci sono più. Ma tante altre hanno scelto la strada della lotta a prescindere da qualsiasi eredità morale. E troppe, veramente troppe, hanno pagato questa scelta con la vita.

Tra tutte, Asia Ramazan Antar, 22 anni, nota ai più come “l’Angelina Jolie del Rojava”, per via la sua bellezza. E Ayse Deniz Karacagil, conosciuta come “Cappuccio Rosso”, morta il 29 maggio del 2017 a Raqqa. Cappuccetto Rosso era una militante Turca, ed era stata così soprannominata per il foulard che indossava durante le proteste di Gezi Park del 2013, a causa delle quali era stata arrestata dalle autorità Turche con l’accusa di essere una terrorista,  e condannata a 103 anni di carcere. Inizialmente scappata sulle montagne, si era poi unita al popolo Curdo nella lotta all’auto-proclamato Califfato Islamico, contribuendo così alla difesa dell’autonomia del Rojava.

Più recentemente, invece, è stata assassinata Hevrin Khalaf, poco meno di quarant’anni, segretaria del Partito del Futuro, paladina delle libertà civili e dei diritti delle donne. È stata violentata e lapidata dai filo-turchi durante la folle invasione del Kurdistan da parte del Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan.

La brigata femminile della milizie curde prende il nome di Yekîneyên Parastina Jin (YPJ), fondata nel 2013, all’interno della principale forza armata del territorio autonomo del Rojava, lo YPG.

Nella striscia di terra nel Nord della Siria, si è costituita una società in cui regna la parità tra i generi, fondata sugli ideali del Pkk, (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerato un’organizzazione terroristica daTurchia, Stati Uniti e Unione Europea), da sempre in prima linea contro il patriarcato. Nell’area di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis in Siria, è stato emanato un decreto che equipara uomini e donne, definendoli “uguali in tutte le sfere della vita pubblica e privata”, e abolendo al tempo stesso i delitti d’onore e le nozze forzate. Sempre nel Rojava, nel villaggio di Jinwar, è nata una comunità autogestita di sole donne yazide; mentre a Qamishli, capitale non ufficiale del territorio, c’è un’università aperta a uomini e donne.

La Gineologia, conosciuta anche come la “Scienza delle Donne”, rappresenta uno dei pilastri della rivoluzione sociale del Rojava. Questo innovativo concetto fu teorizzato per la prima volta dal leader del PKK, Abdullah Öcalan, e rappresenta un importante passo avanti per il movimento di liberazione femminile, reggendosi sulla famosa affermazione di Öcalan: “Un paese non può dirsi libero finchè le donne non sono libere”.

“Sono piena di ammirazione per le donne curde che combattono non solo per difendere un territorio, ma per difendere la libertà del loro popolo e i diritti che come donne hanno conquistato” – ha detto Dacia Maraini intervistata dallHuffington Post – “Rappresentano un esempio, una speranza. Per questo, chiunque di noi abbia una coscienza democratica, soprattutto noi donne, non possiamo non dirci “curde” ed essere a fianco di queste straordinarie combattenti”.

La repressione della Turchia, invece, nei confronti dell’emancipazione femminile è terribile e il Paese si attesta al primo posto tra le Nazioni con più giornalisti incarcerati (di cui la maggior parte donne) al mondo. Zehra Dogan, ad esempio, è stata arrestata per aver realizzato un dipinto di denuncia della violenza e dei soprusi perpetuati sul popolo curdo. In prigione, dipinge con il proprio sangue mestruale. Giornalista, pittrice e attivista del Pkk , sta pagando con la propria libertà la volontà di non chinare la testa di fronte al regime.

Moltissime sono le donne costrette a subire ogni tipo di sopruso, in cella come nella società civile, che ha visto un aumento esponenziale di violenze domestiche, femminicidi e violenze sessuali. Ad ogni denuncia, spesso corrisponde l’umiliazione di essere additate come “provocatrici” e ai carnefici spettano pene irrisorie: uno stupratore, ad esempio, è stato “condannato” a recitare cento preghiere.

Le femministe Curde hanno impartito al mondo intero una lezione sulla difesa e l’avanzamento dei diritti e del progresso sociale. La loro battaglia di liberazione è, a tutti gli effetti, la battaglia di tutte le donne del mondo.

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