Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Aimee Bender e L'inconfondibile tristezza della torta al limone

Aimee Bender e L’inconfondibile tristezza della torta al limone

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender, edito per la prima volta nel 2012 e ristampato nel 2018 dalla casa editrice minimum fax, è uno di quei romanzi che, una volta terminato, lascia al lettore l’impressione di aver appena salutato un amico che non si sa quando si rivedrà. O meglio, un’amica, Rose Edelstein, narratrice della sua infanzia e adolescenza.

La tristezza della torta al limone di Aimee Bender

Rose è una timidissima e golosa bambina di nove anni, molto legata alla mamma con la quale siede in cucina mentre svolge esercizi di calligrafia, assistendo alle sue “sedute di allenamento” in grembiule a fantasia ciliegie. Proprio dopo un pomeriggio trascorso a fare i compiti  in cucina, mentre la mamma preparava la sua torta di compleanno al limone e glassata al cioccolato, a Rose viene la curiosità di assaggiare, in assenza dalla mamma, il dolce perché- si sa- “i dolci sono al massimo appena usciti dal forno”.

Dopo aver staccato un pezzetto spugnoso di torta e averlo intinto nella glassa al cioccolato, la bambina prova uno strano senso di “vuoto”. Nella sua bocca e poi nella sua gola comincia a crearsi un groppo, un’inevitabile e inconfondibile tristezza. A cena il pollo con i fagiolini e il riso hanno lo stesso sapore di delusione e di solitudine.

«Quindi ogni cibo ha un sentimento riassunse George quando provai a spiegargli del rancore acido nella gelatina d’uva. Mi sa di sì, dissi. Un sacco di sentimenti, precisai».

Il “dono” di Rose, come lo definisce l’amico del fratello Joseph  unico e prediletto confidente, si trasforma ben presto in una maledizione, diventando sempre più perfetto, immancabilmente perfetto, per cui «il sensore non sembrava essere limitato al cibo preparato da mia madre, e c’era talmente tanto da analizzare, un torrente di informazioni». Assaggiando sandwich, bibite gassate, patatine, toast con il burro, latte e cacao durante un ‘test’ proposto dall’amico George, per Rose è «tutto sospeso sullo sfondo, e in primo piano le condizioni di chi aveva preparato il cibo». E così la panna sa di inconsistenza, il latte è stanco, il pasticcio di tonno vuoto, i biscotti con le gocce di cioccolato arrabbiati, le minestre della mensa scolastica sono annoiati e frustrati…

Dopo una fetta di crostata alle pesche e mirtilli della madre, Rose è disperata: presa da un attacco di panico, vorrebbe staccare la lingua e non sentire più nulla… Costretta suo malgrado a convivere con questa sua misteriosa dote, la ragazzina, sola e incompresa dalla sua famiglia dovrà tenere per sé questa sua capacità: prediligendo i prodotti confezionati dei distributori automatici (di cui riesce pian piano a distinguere perfino provenienza e contesto di produzione), nelle sue preghiere ringrazia «per il cibo che è finito» e impara che dietro alla vita perfetta delle persone che la circondano, si nascondono segreti, paure, gelosie (come quelle dell’amica Eliza), sensi di colpa (come quelli che prevalgono poi nelle cene della mamma che tradisce il marito) e frustrazioni, ma soprattutto che ognuno di noi, in fondo, conserva nel proprio cuore “non detti” e talenti particolari come quelli del padre e del fratello di Rose.

«Odiavo quella situazione: era come leggere il suo diario, contro la mia volontà. Molti bambini, a quanto pareva, ci mettevano anni e anni a rendersi conto che i loro genitori erano persone piene di difetti e scombinate, e a me proprio non andava di arrivare a saperlo in modo così intenso, e così precocemente».

Tra la madeleine di Proust e la torta al limone di Aimee Bender

A Proust, come racconta in un celebre passo tratto da Dalla parte di Swann, era bastato assaggiare una madeleine immersa nel tè di tiglio preparata dalla mamma per essere pervaso da una “gioia violenta”.

«Appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena».

Ad Alice, protagonista del noto romanzo di Carroll, mangiare un biscotto le aveva permesso di diventare piccola o grande, cambiando dunque le proprie dimensioni fisiche e cogliendo il piacere di crescere affrontando gli inevitabili ostacoli della vita senza perdere di vista cosa voler diventare o cosa voler essere. Rose Edelstein, la protagonista del romanzo di Aimee Bender, impara a conoscere le emozioni, a crescere emotivamente e non solo fisicamente, a conoscere attraverso la propria meravigliosa capacità quanto i sentimenti di ognuno siano cassa di risonanza della vita umana, mangiando “una grandissima varietà di cibi e di umori”. Il suo desiderio di essere “normale”, le sue paure, la sua tristezza, ma anche la sua vitalità e la sua caparbietà sono descritte, narrate, interiorizzate dall’autrice che coglie ogni sfumatura, sguardo, percezione, sensazione, costruendo immagini vivide, sottili, così inevitabilmente riconoscibili e note ad ognuno di noi.

Le emozioni descritte, assaggiate, percepite, odorate e raccontate da Aimee Bender sono le vere protagoniste de L’inconfondibile tristezza della torta al limone, a metà fra il romanzo psicologico e la favola moderna, che pulisce gli schermi mentali di chi legge che, dopo aver protestato per aver fatto cadere ogni certezza, si rende conto di quanto non vedesse prima di quella, a volte troppo crudele, pulizia.

«Io piango caramelle… prova quelle al miele, sono squisite!» (dal film Inside out)