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Eroica Fenice

Vigdis Hjorn

Vigdis Hjort, il marchio indelebile del trauma in Eredità

Eredità di Vigdis Hjort è un romanzo che si inserisce nella vasta tematica dei drammi familiari, raccontando il trauma di una donna legato alla sua famiglia

Fazi editore ha pubblicato all’interno della collana Le strade l’ultimo romanzo della scrittrice norvegese Vigdis Hjort, Eredità. Pubblicato nel 2016 e acclamato in madrepatria come libro dell’anno, questo romanzo si prefigura come un cupo dramma familiare dal sapore scandinavo.

Vigdis Hjort, biografia

Vigdis Hjort è nata a Oslo il 19 luglio 1959. Studia letteratura, filosofia e scienze politiche e nel 1983 pubblica Pelle-Ragnar i den gule gården, romanzo per ragazzi che le vale il premio Norsk kulturråd per l’opera di debutto. Nel 2001 passa ai romanzi per adulti con Om bare, considerata la sua opera più importante. L’autrice ammette l’influenza che hanno avuto su di lei autori come Bertolt Brecht e Louis-Ferdiand Céline.

Eredità di Vigdis Hjort: la trama

La storia narrata in Eredità ruota intorno a due case che affacciano sul mare, lasciate da due genitori anziani ai loro quattro figli. Bergijot e Bård, la sorella e il fratello maggiori, vengono esclusi dal testamento e le due sorelle minori, Asa e Astrid, ricevono in eredità le case.

C’è una motivazione a tutto ciò. Bård subisce continuamente soprusi dai genitori e l’essere escluso dal testamento ne è l’ennesima prova, mentre Bergijot ha tagliato da anni qualsiasi rapporto con la famiglia. Madre di tre figli e docente universitaria, la donna si porta dietro un trauma che l’ha portata al già citato allontanamento dai fratelli e dai genitori. Ripercorrendo tutta la propria vita Bergijot si ritrova così a rivivere il segreto che si porta dietro e a confrontarsi con i propri familiari.

Eredità. Il peso del ricordo e l’ipocrisia di facciata

Se ci mettessimo a dire che con Eredità Vigdis Hjort ha apportato innovazioni a un genere narrativo come quello del dramma familiare, mentiremmo spudoratamente. La letteratura di ogni lingua e di ogni tempo è piena zeppa di romanzi e saghe familiari dalle tinte morbose, con descrizioni accurate di come quella che dovrebbe essere l’istituzione per eccellenza in cui regnano l’amore, la fiducia e il rispetto sia in realtà un’enorme gabbia oppressive e con segreti oscuri da entrambi i lati che ne rappresentano la sporcizia.

Eppure non si può dire che il romanzo non sia interessante. La storia, raccontata dal punto di vista della protagonista Bergijot, si divide tra presente e passato attraverso l’uso di analessi che, grazie anche alla scorrevolezza dello stile di scrittura (e che la traduzione di Margherita Podestà Heir, la più importante e rinomata traduttrice di autori scandinavi, riesce a restituire in italiano) fanno sì che la narrazione non si chiuda nel circolo vizioso della lentezza e dell’ampollosità, difetto che contraddistingue questo genere di romanzi.

Il merito di Vigdis Hjort è quindi quello di riuscire a dare linearità a una storia dall’argomento sicuramente non semplice, dove il trauma che la protagonista si porta dietro conficcato nelle pieghe più profonde della propria anima giunge per gradi alla sua rivelazione. Una rivelazione che si può considerare una sorta di eredità spirituale, oltre a quella fisica costituita dalle due case oggetto della contesa tra i fratelli (il bifrontismo semantico del titolo è chiaramente voluto) e capace, come macchie di sangue che imbrattano un candido abito di seta, di sporcare per sempre la facciata di una famiglia borghese.

Perché, qualora si possa dimenticarlo, ogni famiglia ha il suo sacco pieno di panni sporchi da lavare; ma anche un sacco di scheletri appesi nell’armadio.

Immagine copertina: Ufficio Stampa

 

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