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Eroica Fenice

Il mosaico: storia e tecniche dall’antichità all’età bizantina

Il mosaico: storia e tecniche dall’antichità all’età bizantina

Il mosaico è una tecnica pittorica assai diffusa nel mondo antico, consistente nell’accostare con determinato disegno, frammenti marmorei o anche vitrei detti “tessere”. Di derivazione orientale, questa tecnica fu particolarmente apprezzata ad Alessandria, introdotta tardi nel mondo ellenico, e assai cara ai Romani che l’usarono con diversi sistemi, l’opus sectile, l’opus tessellatum e l’opus vermiculatum, sia per pavimenti, sia per rivestimenti parietali, in bianco e nero o a colori. Il procedimento era lo stesso che si usa ancor oggi: su uno strato di stucco fresco, tracciato il disegno da seguire, si applicavano tessere, che i Romani usavano assai minute, di formato maggiore invece nell’età medievale e rinascimentale. Marmoree per i pavimenti, le tessere erano miste con paste vitree colorate per le pareti, e spesso dorate per i fondi, specie nell’arte ravennate e bizantina. Per far aderire le tessere al fondo, oltre al cemento, può essere usato uno speciale mastice, che rende l’opera più leggera. Sembra che l’uso di smalti colorati fosse noto già nelle antiche dinastie dell’Egitto e presso i Sumeri.

Il mosaico e la sua diffusione: dalla Grecia a Roma

Nell’antichità erano celebri i mosaici pavimentali del tipo detto asàroton, «non spazzato», come quello del palazzo reale di Pergamo, e, in Italia, alcuni resti nel museo di Aquileia; di età alessandrina è la stupefacente scena con la Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III, nella pavimentazione della casa del Fauno a Pompei, ora nel Museo Nazionale di Napoli: eseguita forse nel II a.C., è di certo la trascrizione di un dipinto greco più antico. Tipiche del gusto alessandrino sono le scene con animali, le nature morte e le scene di genere, come quella firmata da un Dioscuride di Samo, con musici ambulanti. Tra i mosaici che riproducono aspetti della vita quotidiana, si ricorda il mosaico del Gladiatore di Roma, che raffigura una scena di combattimento, nel quale ogni gladiatore è sormontato dal proprio nome.

Musici ambulanti (scena da commedia), Dioscoride di Samo, II sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Le prime testimonianze di mosaico a tessere nell’antica Roma si collocano intorno alla fine del III secolo a.C., giacché solo in seguito all’espansione in Grecia e in Egitto, e ai derivanti scambi commerciali e culturali, sorge un interesse per la ricerca estetica e la raffinatezza delle esecuzioni; esso si autonomizzerà progressivamente dalla tradizione greca, sviluppando una preferenza per i temi figurativi stereotipati, con motivi geometrici e vegetazione stilizzata. Valutato inizialmente come bene di lusso e non fruibile da tutti, il mosaico si diffonde lentamente, finché a partire dal I secolo a.C. la sua propagazione è così capillare da essere ormai presente in tutte le case, con un successivo impoverimento della qualità. Tra i resti di case romane e terme a Pompei, Ercolano e Roma, sono presenti spesso mosaici pavimentali a riquadri con scene figurate, mitologiche o allegoriche, ritratti, animali, intercalati da disegni geometrici.

Cave canem da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

In queste domus, il mosaico parietale era utilizzato anche per rivestire le esedre, spesso decorate con una fontana, come nel caso del mosaico di Nettuno e Anfitrite ad Ercolano (in copertina), e quello di Venere nella Casa dell’Orso a Pompei, entrambi impreziositi dall’inserimento di conchiglie. Tra i più notevoli esempi giunti fino a noi del periodo adrianeo va ricordato il mosaico firmato da Monno, a Treviri, mentre i mosaici della Sicilia romana provenienti dalla Villa Romana del Casale, di III secolo d.C., nella cui galleria è raffigurata una scena di caccia combattimento di animali su un’area di 300 m2, rappresentano il segno distintivo dell’arte musiva nel periodo tardo imperiale. Infine, i mosaici di Piazza Armerina, che rievocano una scena con dieci giovani donne intente a giocare con la palla in quella che sembrerebbe una gara di atletica, sono noti per la presenza dibattuta di quello che sembra essere una sorta di “proto-bikini”.

Dai luoghi sacri del Cristianesimo all’età bizantina

Nel II secolo l’Impero vive un periodo di crisi economica, politica e culturale, che si riflette anche sul piano artistico, con l’abbandono della tradizione greca e la nascita di un nuovo linguaggio formale, orientato verso l’astrazione, con forme più essenziali, un uso ridotto del colore e la predilezione per le composizioni in bianco e nero, derivate anche dall’esigenza di risparmio sui materiali. Per concludere, nei primi secoli di diffusione del nuovo credo cristiano, l’arte del mosaico viene assimilata ed entra largamente nella decorazione dei luoghi sacri, nei quali si fa uso dapprima di motivi pagani, modificandone il linguaggio con allusioni simboliche e religiose: vi compaiono allegorie e scene ispirate al Cristianesimo, intercalate da motivi di derivazione pagana: fregi geometrici, motivi floreali, uccelli e altri animali. A seguito della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il mosaico conosce le sue espressioni più fulgide, allorquando al partire dal VI secolo i favolosi mosaici bizantini giungono anche in Italia grazie alla riconquista promossa da Giustiniano I.

Pulpito del Duomo di Ravello, Giona inghiottito dal cetaceo, 1130

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