Album di Yung Lean: 6 da ascoltare

Album di Yung Lean: 6 da ascoltare

Yung Lean è uno degli artisti più enigmatici della scena musicale degli ultimi dieci anni. Nato nel 1996 a Stoccolma, Lean è molto più che un rapper. È un artista totale: scrittore, produttore, poeta visivo. Le sue opere attraversano i generi e sfuggono le definizioni, muovendosi tra sad rap, lo-fi, ambient, punk e cantautorato indie.

Album di Yung Lean: quali ascoltare?

Nel corso della sua carriera, Yung Lean ha costruito attraverso la sua musica e il suo senso estetico una narrazione fatta di solitudine, alienazione, perdita e rinascita. Alcuni album di Yung Lean sono diventati veri e propri culti, colonne sonore di una generazione disillusa.

In questo articolo, esploriamo 6 album imprescindibili del suo percorso artistico. Per ciascuno, una canzone simbolo che ne incarna l’essenza.

  1. Unknown Death 2002 (2013)

Canzone simbolo: Ginseng Strip 2002

Il mixtape di debutto di Yung Lean è qualcosa di inusuale: basi evanescenti (grazie al lavoro dei fedelissimi Yung Gud e Yung Sherman), suoni eterei, voce impastata, testi che oscillano tra nonsense e profonda malinconia. Ginseng Strip 2022 diventa virale sul web, e lo ha fatto anche a più riprese nel corso degli anni, anche dopo l’avvento di TikTok. Qui nasce il sad boy, archetipo di una gioventù attraversata da emotività e meme.

  1. Unknown Memory (2014)

Canzone simbolo: Yoshi City

Il primo vero album di Yung Lean segna la transizione da fenomeno virale, da meme online, a cantante vero e proprio, ad artista di culto. I beat si fanno più puliti, l’estetica più compatta e riconoscibile. Si riconosce una forte influenza dub. In Yoshi City, ancora oggi una delle canzoni più popolari dell’artista, Jonatan è ironico, distante, eppure carico di senso. La tristezza diventa postura, ma anche verità. Il brano Ghosttown, che vede la collaborazione di Travis Scott, rappresenta un punto culminante dell’album, mostrando la capacità di Lean di collaborare con artisti di fama internazionale.

  1. Warlord (2016)

Canzone simbolo: Miami Ultras

Durante la lavorazione di questo album, Lean si trasferisce a Miami. Immerso in un ambiente segnato da un uso eccessivo di sostanze come Xanax, lean, marijuana e cocaina, il cantante affronta un crollo psicotico per il quale viene ricoverato. Il risultato è il suo disco più oscuro: distorto, brutale, disturbante. L’estetica è oscura, misteriosa, graffiante. L’intero album riflette il caos e la complessità del suo stato mentale. Miami Ultras è un’esplosione di paranoia e disincanto. Il rap si dissolve nella rabbia, l’identità artistica si sfalda e si riforma, più vera che mai.

Il documentario Yung Lean: In My Head approfondisce questa fase critica, mostrando come l’artista affrontò la fama, la dipendenza e la salute mentale. Per un’analisi dettagliata di questo periodo, l’articolo di The FADER intitolato “Yung Lean’s Second Chance” fornisce ulteriori informazioni.

  1. Stranger (2017)

Canzoni simbolo: Red Bottom Sky e Agony

La rinascita. Stranger è un disco etereo, dolente, bellissimo. La voce si fa canto, i beat si trasformano in paesaggi sonori. Red Bottom Sky è una carezza notturna, una richiesta d’amore sospesa. Qui Yung Lean lascia entrare la luce. Non è più solo l’idolo dei tristi: è un artista adulto, consapevole della propria fragilità. Menzione d’onore anche per Agony. Nessuna base trap, nessun beat: solo una fragile melodia di pianoforte e la sua voce stanca, sussurrata, quasi spezzata. È una confessione pura, disarmante. È carne viva: le maschere cadono e lasciano spazio al dolore fattosi arte.

  1. Starz (2020)

Canzone simbolo: Boylife in EU

Registrato in una casa in campagna nel sud-ovest della Svezia insieme al producer Whitearmor, Starz è forse l’album più contemplativo e astratto di Yung Lean. È un disco pieno di fantasmi, di memorie sfilacciate, di paesaggi interiori. La pandemia era alle porte e il mondo sembrava sospeso: Starz suona proprio così.

Le sonorità oscillano tra ambient, indie cloud, synthwave e pop depresso. Ci sono momenti di distacco glaciale, ma anche frammenti di dolcezza malinconica. Lean non urla, non piange: parla sottovoce, come se stesse confidando i suoi sogni a un registratore spento. Brani come Butterfly Paralyzed, Violence e soprattutto Boylife in EU suonano come vere e proprie confessioni.

Starz è anche il disco dove la poetica di Yung Lean si fa più cinematografica: loop dilatati, uso minimale della batteria, testi rarefatti. È meno immediato di Stranger, ma più maturo. Un’opera che rappresenta l’eco di un’identità sempre in fuga, ma più consapevole del proprio smarrimento.

  1. Jonatan (2025)

Canzoni simbolo: Forever Yung e I’m Your Dirt, I’m Your Love

Il suo disco più personale. Intitolato col suo vero nome, Jonatan è la somma e la sintesi di tutto ciò che è stato: trap, sogno, dolore, rinascita. La produzione si basa su melodie di chitarra e pianoforte minimaliste, con influenze indie rock e art pop. Il singolo Forever Yung, accompagnato da un video diretto da Aidan Zamiri, rappresenta simbolicamente un funerale per il suo passato, segnando una rinascita artistica e personale. I’m Your Dirt, I’m Your Love è una ballata d’amore epica e minimale allo stesso tempo. L’album è il picco di maturazione dell’artista: affronta tematiche come la maturità, la fine di relazioni e la riflessione sull’identità, mostrando un Lean più vulnerabile e introspettivo.

Yung Lean: una carriera oltre la musica

Yung Lean non si è fermato alla musica. Negli ultimi anni ha lavorato come ceramista, ha realizzato dipinti, e ha esposto le sue opere in gallerie d’arte. Il suo immaginario prende vita anche fuori dallo studio, tra argilla, colore e performance.

Inoltre, nel 2025 è atteso sul grande schermo in Sacrifice, film diretto da Romain Gavras, dove recita accanto a Anya Taylor-Joy, Chris Evans e Charli XCX. Un passo ulteriore nella sua evoluzione da artista musicale a figura culturale a tutto tondo.

Album di Yung Lean: conclusione

Oltre agli album di Yung Lean, vale la pena esplorare anche i suoi side project, in cui l’artista sperimenta linguaggi più intimi e ruvidi. Con lo pseudonimo jonatan leandoer96, Lean abbandona la trap per avvicinarsi a sonorità lo-fi, acustiche e indie-folk: canzoni come Hotel in Minsk e Sugar World sembrano lettere mai spedite, scritte in una stanza piena di echi.

Insieme al producer Gud, forma invece il duo Död Mark, votato a un post-punk abrasivo e sgangherato, come dimostra Drabbad av sjukdom, un urlo nichilista in svedese.

Gli album di Yung Lean non sono solo musica. Sono ambientazioni mentali e sogni febbrili. Non è rap. Non è pop. È un mondo a parte.

Fonte immagine: Wikipedia – Stuart McAlpine

 

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