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Eroica Fenice

Anima Popolare, cabaret e libero pensiero | Intervista a Flavio Oreglio

Anima Popolare, cabaret e libero pensiero | Intervista a Flavio Oreglio

Cabarettista, cantautore, scrittore nonché laureato in Biologia con specializzazione in Ecologia, Flavio Oreglio, conosciuto al grande pubblico come il poeta catartico di Zelig, ha fatto della sperimentazione, della creatività e del rigore gli assi portanti della sua arte.

Anima Popolare è la sua ultima fatica artistica realizzata insieme al gruppo folk degli Staffora Bluzer e pubblicata dall’etichetta discografica di Luca Bonaffini, la Long Digital Playing Edizioni Musicali. In questi anni Flavio Oreglio si è distinto anche per la ricerca e la documentazione della storia del cabaret, cosa che, prima della fondazione dell’Archivio Storico Cabaret Italiano sito a Peschiera Borromeo (MI), risultava alquanto deficitaria. Erroneamente da quanto si pensa, il cabaret come forma artistica ha poco a che vedere con la comicità trasmessa in tv.

Esso affonda le sue radici nell’opera dell’impresario teatrale e pittore dell’800 Rodolphe Salis che, nel 1881, riunì nel locale Cabaret Artistique, poi divenuto l’iconico Le Chat noir, gruppi eterogenei di poeti e artisti d’avanguardia. Il suo fu un tentativo di dare un taglio maggiormente poetico ed elevato al varietà, inserendo componenti umoristiche e satiriche. Da lì nacquero i poeti performer, poeti che non si limitavano soltanto a scrivere poesie, ma che si esibivano recitandole e in seguito mettendole in musica.

Incontrato e intervistato il 16 Maggio, durante la prima giornata del FIM, Flavio Oreglio c’ha spiegato della profonda connessione esistente tra il cabaret e la canzone d’autore. Possono infatti essere considerati membri della tradizione cabarettistica artisti come De André, Fo e Jannacci. Cabaret, dunque, forma molto lontana da quelle televisive con le quali viene spesso identificato, che esauriscono invece un’altra forma del ridere: la comicità.

Oltre agli interessi musicali, cabarettistici e storici, Flavio Oreglio ha anche coltivato interessi scientifici. Autore di libri di divulgazione scientifica come i tre della serie “Storia curiosa della scienza”, Oreglio concepisce la scienza come disciplina meticolosa e rigorosa ma che allo stesso tempo deve risultare leggera, per stimolare la curiosità e la creatività. Soprattutto, questa sua idea di scienza è strettamente legata alla filosofia nel suo senso più antico e originario. Una forma di pensiero critico e libero dall’esito parresiasta, ovvero quell’esito di verità destabilizzante che trova le sue origini proprio nella filosofia dell’antica Grecia.

Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga e stimolante intervista.

Intervista a Flavio Oreglio

Come sono nati Anima Popolare e questa collaborazione con gli Staffora Bluzer?

Dunque, questo disco nasce del tutto casualmente e la progettualità nasce altrettanto casualmente, è stata una delle cose strane che succedono nella vita. Sostanzialmente cos’è successo? È successo che dal 2015 al 2018 ho festeggiato il trentennale di carriera. Avevo creato il contesto del gruppo dei poeti catartici nell’oltrepò pavese, nel Passo del Brallo. Se hai presente la cartina della Lombardia, che ha quella punta che va verso il basso, è quell’ultimo comune della punta il Passo del Brallo. Lì ho costituito questo circolo dei poeti catartici e, durante una delle feste, si presentarono due ragazzi, Stefano Faravelli e Matteo Burrone, che sono un due che coltivano la “musica della quattro province”. È una musica che viene coltivata lì.

Quella punta della Lombardia si incunea tra la Liguria, l’Emilia-Romagna e il Piemonte, questa zona abbraccia queste quattro regioni e lì, da centinaia di anni, fanno una musica stranissima che è fatta con strumenti antenati dell’oboe. Queste musiche sono collegate a dei balli e animano tutte le feste popolari.

Abbiamo iniziato sperimentando qualcosina insieme, poi la cosa è piaciuta tanto al pubblico che ci ha spinto ad andare avanti. Quindi diciamo che il progetto Anima Popolare è un progetto che coniuga la canzone d’autore e la musica delle quattro province. Le mie canzoni vengono rivestite musicalmente con queste sonorità tipiche.

Hai detto che la musica popolare è la custode della tradizione e dell’anima di un popolo. Puoi dirmi qualcosa di più a riguardo?

Non è che c’è molto di più da dire. Resta il fatto che queste tradizioni sono sparse in tutta Italia tutto il mondo. Sono tradizioni che ci danno delle opportunità espressive straordinarie. Ora, noi viviamo un momento storico in cui la discografia impone dei paletti e dei limiti agli artisti e questa è una cosa che non va bene. Io sono figlio degli anni ’70, avevo 13 anni quando i Pink Floyd pubblicavano “The Dark Side of the Moon” e uscivano dei dischi che non stavano né in cielo né in terra. In quel momento, gli artisti se ne sbattevano altamente di quello che diceva la discografia, anzi è stata la discografia a doversi adeguare agli artisti, tirando fuori l’LP. Negli anni ’60 erano abituati a fare le canzoni di 3 minuti con il 45 giri, ma la musica che facevano i nuovi gruppi sul 45 giri non ci stava.

Tra l’altro, quel mondo lì, il mondo della musica rock progressiva, era un mondo di grande sperimentazione e io sono cresciuto con quella mentalità e la conservo ancora oggi. A me piace sperimentare ed ho avuto un lungo percorso musicale. Io vengo dalla musica ed ho sempre fatto musica. Poi lascia stare che sono conosciuto come poeta catartico che faceva le poesie a Zelig. Per esempio, anche lo spettacolo del poeta catartico, che nel 2005 ho portato in giro per i teatri di tutta Italia, era uno spettacolo musicale dove avevo un gruppo che suonava con me, e dove cantavo le mie canzoni. Facevo i monologhi e di poesie ce n’erano tre, su uno spettacolo di un’ora e mezza, due. Quindi il concetto è che le tradizioni popolari ci offrono una gamma di sonorità fenomenale ideale per sperimentare.

Nelle follie varie di sperimentazione di questo disco, ho sperimentato l’idea di suonare il valzer con l’intenzione blues ed è nato appunto il brano Bluzer Revoliscion, che è appunto la rivoluzione del liscio.

Poi racconto storie di balera, di pensiero semplice, storie anche molto elevate ma trattate in maniera semplice. Se ascolti i testi di questo disco, sono testi chiari.

A proposito di testi. Nel brano “La vita è una brugola” dici che la vita è una brugola ma anche un po’ una spatola, qual è il significato?

Queste sono le sperimentazioni che ti dicevo. È un gioco surreale, sono immagini strane ed è quello che devono scatenare: ma cosa sta dicendo questo? Però, se lo canti con enfasi, diventa quasi un inno: la vita è una brugola! (canta, nda). Stimola no? Può essere legata magari al mondo del lavoro, che ne so, al mondo del bricolage per cui devi essere attivo per essere presente in quello che fai.

Passando invece al discorso discografico, Anima Popolare è stato pubblicato dalla Long Digital Playing Edizioni Musicali, etichetta discografica di Luca Bonaffini con cui collaborasti in Musicomedians. Cosa puoi dirmi di Luca e di questo progetto?

Luca Bonaffini è un caro amico, tanto per cominciare. È un grande artista. Noi ci siamo conosciuti l’anno in cui ho esordito, nel 1985 che eravamo casualmente iscritti ad una stessa associazione di artisti che faceva dei raduni. Proprio in occasione di uno di questi raduni ho conosciuto Luca. Ci siamo trovati in sintonia, abbiamo continuato a chiacchierare.

Le nostre sono storie parallele che però si incontrano tantissime volte.
Infatti, nel corso della mia carriera l’ho incontrato tante volte e, ogni volta che ci siamo incontrati, abbiamo fatto nascere delle cose interessanti. Una di queste cose è stato appunto il progetto Musicomedians che è nato nel 2000 e di cui abbiamo fatto un’edizione zero a San Benedetto Po, vicino Mantova.

L’idea era quello di creare il primo festival della canzone umoristica italiana, ma non era solo quello perché c’era tutto un mondo che gravitava attorno questa cosa. Con il tempo è infatti diventato il ricettacolo dell’archivio storico del cabaret, perché da lì sono iniziate delle ricerche sul mondo storico del cabaret che hanno portato alla fondazione dell’archivio che si è insediato da un anno a Peschiera Borromeo.

Come hai iniziato a fare queste ricerche?

Io ho iniziato nel 1985 e in quegli anni eravamo dei giovani virgulti ignoranti che cercavano di fare qualche cosa, cercando di seguire le orme dei grandi artisti che a quel tempo erano in auge. Io volevo fare cabaret e frequentavo quel mondo che era conosciuto come cabaret, ma erroneamente. Ci si rendeva conto che non tutti facevano la stessa cosa e che c’era sempre la necessità di specificare la diversità: il cabaret di parola, il cabaret di situazione, il cabaret demenziale… Si moltiplicavano, non si capiva e nessuno sapeva cosa fosse davvero il cabaret. La risposta che il più delle volte ci davamo era “per me il cabaret è…”, ma questo “per me” non l’ho mai sopportato: il cabaret deve essere una cosa specifica.

All’epoca, inoltre, andando a vedere sulle enciclopedie e sui libri c’erano poche notizie. Una delle cose che si trovava spesso era che il cabaret si differenzia dal varietà perché ha origini letterarie, ma queste origini letterarie non venivano spiegate. Anche gli artisti della generazione precedente alla mia non sapevano la risposta. Allora ho cominciato io a ricercare, ho iniziato a chiamare i protagonisti storici del cabaret, a documentarmi. Sono vent’anni che mi occupo di questa ricerca e in Italia la storia del cabaret non è mai stata raccontata. In Inghilterra, dove non hanno una storia di cabaret, sanno la storia del cabaret, noi invece abbiamo una tradizione ma non conosciamo la storia. È un’assurdità.

Non è certo la sua unica ricerca con approccio critico e scientifico, hai infatti scritto tre libri di divulgazione scientifica.

Sì, io ho una formazione scientifica, ho fatto il liceo scientifico e sono laureato in biologia con specializzazione in ecologia e quindi diciamo che la scienza l’ho frequentata parecchio. La mia mentalità è quella lì. Con i tre libri di “Storia curiosa della scienza” mi venne lo schiribizzo di raccontare la storia della scienza in maniera divertente e leggera, ma comunque rigorosa.

È stata una sfida ed ho dato vita a questi tre libri più ad uno spettacolo basato sui libri, “Sulle spalle dei giganti”. È stato un progetto davvero riuscito perché ne è emerso qualcosa di veramente carino. L’idea è stata quella di trattare un argomento che mi stava molto a cuore- la scienza sarebbe dovuta diventare il mio mestiere, ma alla fine è stata la mia passione a diventare il mio mestiere- in maniera divertente. Perché non si può parlare della scienza in maniera divertente? È stata una sfida.

Non esistono argomenti su cui ridere, esiste un modo divertente di parlare degli argomenti. La storia della scienza è infatti ricca di cose bellissime.

Poi io concepisco la scienza in accordo con la filosofia. La filosofia nella sua accezione originaria è il libero pensiero. L’amore per il sapere partiva da un presupposto di libero pensiero ed è proprio dal libero pensiero che nasce il metodo scientifico. I primi filosofi, come Talete e la scuola di Mileto, si occupavano della natura, della physis, erano un po’ i primi scienziati in un certo senso. Il libero pensiero è uno dei temi che mi stanno più a cuore ed ho scritto la Storia curiosa della scienza anche per questo. Anche in Anima popolare c’è una canzone dedicata al libero pensiero: Il Bounty. Il Bounty è una metafora, l’ammutinamento del Bounty è l’ammutinamento del libero pensiero al mainstream.

Degli anni a Zelig come poeta catartico cosa puoi raccontarmi?

Sono stati anni bellissimi che io ho avuto il piacere di vivere. Il rapporto con Zelig comunque è sempre stato di amore e screzio, ma sempre con grande stima reciproca. Screzio perché su certi aspetti artistici non andavamo d’accordo. Io ero per la linea dura del cabaret perché stavo già effettuando gli studi, invece Zelig parla di comicità e la comicità non c’entra con il cabaret.

Prima di tutto noi identifichiamo come cabaret, qualcosa che cabaret non è. Colorado Cafè è cabaret? No, non c’entra assolutamente niente, non è cabaret. È comicità e i comici fanno un altro lavoro. Altro luogo comune da sfatare: pensare che il comico esaurisca il concetto comune del ridere. Quello che fa ridere è comico? No, la comicità è solo uno degli aspetti del ridere. Ce ne sono altre, c’è l’umorismo, c’è la satira, c’è l’ironia, c’è il sarcasmo, il grottesco, il ridicolo. Non è vero che tutto ciò che fa ridere è comico. La comicità è qualcosa più legata alla fisicità, Stanlio e Ollio erano comici, col fatto che i film erano muti la loro comicità era gestuale.

Prima parlavamo di comicità e cabaret. Cosa ne pensi di questo nuovo movimento di stand up comedy che sta crescendo in Italia?

Ti faccio vedere una cosa (prende il telefono per farmi vedere delle foto del Santeria Social Club di Milano, nda). Questo è uno dei locali dove si fa la stand up a Milano, ieri ero lì con Giulio D’Antona che è tra quelli che ha dato vita alla stand up su Netflix. Lui deve scrivere un libro sulla storia del cabaret ed è venuto a vedere i materiali dell’archivio. Io comunque gli ho spiegato che questa disputa stand up- cabaret è una disputa fasulla e nello spiegargli il perché ci siamo poi trovati d’accordo. Faremo infatti un evento al Santeria dove metteremo a confronto il discorso del cabaret, il discorso vero del cabaret, e quello della stand up comedy. Gli stand up comedians non sono altro che i monologhisti del cabaret, la stand up comedy è uno dei filoni del cabaret.
Spesso loro si scagliano contro un concetto di cabaret che è sbagliato: è questa la grande ignoranza.

Ignoranza comunque non è un’offesa o un insulto, ignoranza vuol dire che non si sanno le cose, è una constatazione. Questi nascono e si scagliano contro il cabaret ma in realtà sono loro a fare cabaret, è un’assurdità. Credo che comunque grazie a quest’evento che probabilmente facciamo a Giugno con l’archivio storico e il gotha della stand up, credo che ci sarà Saverio Raimondo, forse anche Montanini, ci incontriamo e finalmente mettiamo a fuoco questo concetto.

Pensa che stesso Zelig negli anni ’80 nacque per fare una comicità in controtendenza a quella di Drive In, il programma di Antonio Ricci, per poi finire con il tempo a fare le stesse cose che invece criticava all’inizio. E arrivando dunque a subire, da parte anche degli stand up comedian, le stesse critiche che faceva.

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