Augustine: un viaggio nel mito di Proserpina

Augustine

Intervista a Sara Baggini, in arte Augustine, in occasione del suo nuovo album.

Si intitola “Proserpine” il nuovo disco di inediti in studio firmato da Sara Baggini in arte Augustine. E la prima grande parola da utilizzare è ‘evoluzione’, che diviene poi sinonimo di emancipazione pensando alle liriche e al concept di tutto l’ascolto. Dal mito greco di Proserpina, del suo ratto, del nascere delle stagioni fin dentro il tempo apocalittico che viviamo, la fragilità e la “resurrezione”… e poi la fotografia del disco di Augustine, la regia dei video, il suono incastonato tra dark folk americano e sfumature orientali, quel gusto delicatissimo di donna che diviene porcellana pregiata e, allo stesso tempo, istinto seduttivo. Un lavoro “post-atomico”, cercando di dare a queste parole un’immagine ben lontana dal rock industriale di anni fa. Giochiamo con le visioni che sono il cuore pulsante di un lavoro estremamente ragionato e misurato con mestiere. Indaghiamo di più sul concetto insieme ad Augustine.

Benvenuta tra le nostre righe, Augustine. Un nuovo disco che in qualche modo sdogana il tuo suono e la tua scrittura dentro una produzione più importante. Come hai vissuto questo processo?

Grazie e buongiorno a voi! Devo dire che si è trattato di un processo del tutto naturale. Dopo la realizzazione del mio album precedente, “Grief and Desire”, molte cose iniziarono a cambiare. Tanto per cominciare, sono uscita gradualmente dal mio isolamento, suonando dal vivo e conoscendo molti altri musicisti. Questo ha favorito molti scambi e arricchimenti, oltre alla possibilità, appunto, di coinvolgere altre persone nella realizzazione del mio lavoro successivo. Inoltre, mi furono a quel punto chiari i limiti di “Grief and Desire”, conseguenza, principalmente, dell’auto-produzione totale. Nel momento in cui ho iniziato a comporre i brani di “Proserpine” mi fu subito chiaro che c’era la necessità di un cambiamento, di un salto di qualità; le canzoni stesse lo richiedevano, perché mi rendevo conto di aver raggiunto con esse un maggiore grado di maturità artistica. Dunque in un primo momento mi sono occupata della pre-produzione in home recording come al solito, non volendo rinunciare alla mia consueta indipendenza nella scelta degli arrangiamenti, avendo però bene a mente il fatto che si trattava solo di un passaggio iniziale, perché poi tutto il materiale sarebbe stato rimaneggiato in studio, a “La Cura Dischi” di Perugia. Chiaramente per la produzione mi sono affidata ad amici di cui ho totale fiducia, Fabio Ripanucci e Daniele Rotella. In studio sono avvenuti i cambiamenti più importanti in questo senso, soprattutto a livello di suono. Ed infine, la scelta di non rimanere sola nemmeno nella cruciale fase di post-produzione e promozione dell’album: è qui che è avvenuto il mio incontro con l’etichetta “I Dischi del Minollo”, che sta dando a “Proserpine” molte più chance di quante non ne abbia avuto l’album precedente, nonostante la momentanea assenza di concerti.

Un po’ tutto l’immaginario del disco ha soluzioni “antiche”. Rivolgi molto lo sguardo al passato, Augustine, gli arredi del video, il tuo modo di apparire sul disco… Perché?

Tutta la musica che amo suona “remota”, pare venire da lontano, nello spazio e nel tempo. La mia stessa musica ha questa esigenza, un po’ certamente per osmosi rispetto a ciò che ascolto, ma anche perché, in fondo, parlo sempre di un altrove. I testi, le melodie stesse possiedono questa distanza. Ecco perché, nel parlare di me, ho bisogno di indossare delle vesti che non sono mie (ma sono, per esempio in questo caso, quelle di Proserpina): per raggiungere una dimensione parallela rispetto alla vita, alla quotidianità, all’autobiografia. Questa lontananza non ha necessariamente a che fare con il passato, o con l’antico. È uno spazio di tempo fuori dal tempo. Tutte le forme d’arte hanno questa straordinaria capacità di rompere l’orizzontalità del tempo e creare un corto-circuito temporale; la musica, chissà perché, lo sa fare con mezzi persino più immediati, che mettono violentemente in moto la nostra emotività, raggiungendo gli abissi più ancestrali del nostro animo.

Eppure tutto il lavoro mi sembra assai futuristico. Dunque ti chiedo: quanto passato ci sarà nel futuro?

Sono molto felice di questa affermazione, proprio perché mi permette di rimarcare ciò che stavo dicendo. Quando penso alla temporalità che un quadro, una poesia, una canzone possiedono, penso al “L’intuizione dell’istante” di Bachelard: un impennarsi del tempo sul presente, poiché il presente è l’unica condizione temporale che esperiamo direttamente, dal momento che il passato ed il futuro sono comunque proiezioni sul presente di un ricordo o di qualcosa di immaginato. Questo istante contiene in sé tutto, passato, presente e futuro, in uno squarcio prodigioso della quotidianità. Ciò per quanto riguarda l’atto estetico; rispetto alla nostra futura attualità non saprei rispondere, non mi interessa granché la direzione generale dell’umanità. Posso limitarmi ad osservare, e per quello che vedo, di passato ce ne è poco anche in questo presente; del resto, checché se ne dica, non vedo nemmeno grandi proiezioni futuristiche. Noto solo un enorme impoverimento, soprattutto culturale, che temo non possa far altro che peggiorare in futuro; un modo sterile di guardare persino all’oggi. Ma al di là di tutto, l’arte continuerà ad esistere e in quegli atti e nei loro prodotti continuerà ad esserci un’enorme ricchezza, un’abissale vertigine temporale.

Altra domanda che nasce dalle mie piccole impressioni: quanta fatica hai / avete fatto per non far cadere questi brani dentro cliché pop rock abitudinari?

Non posso certo parlare di fatica in questo senso, perché i brani di “Proserpine” sono già nati con tutti gli anticorpi. Avevo un’idea chiarissima degli arrangiamenti e ho fatto in modo che fosse rispettata fino alla fine. Del resto, anche la musica che ascolto è libera da qualsiasi cliché, dunque certe tentazioni non si affacciano nemmeno nel mio processo compositivo. Il pop-rock forse non è nemmeno l’ambito in cui mi posso inserire con la mia musica. Semmai, ho dovuto prestare attenzione ad altri rischi, per esempio cedere a certe sonorità tipiche della musica wave degli anni ’80, che io adoro e di cui “Grief and Desire” è pieno. Lo shoegaze attuale, per esempio, è pieno di cliché in questo senso; non sono quelli più comuni del pop-rock, ma lo sono comunque (motivo per cui ascolto questa musica sempre con un certo sospetto). Lavorare in studio con altre persone è stato molto utile anche in questo, dal momento che ciascuno di noi ha potuto esercitare la propria vigilanza sull’operato e sulle scelte stilistiche altrui.

Ed in ultimo, Augustine: l’elettronica quanto è intervenuta e quanto ha contaminato il tuo scenario artistico?

Quando concepisco un brano, lo concepisco sempre nella sua interezza e ho già chiaramente in mente i suoni di cui ha bisogno; per ottenere questi suoni, poco mi importa se necessito di mezzi analogici o digitali, elettronici, acustici od elettrici: prendo ciò che mi serve, mi piace avere libertà totale in questo. Non sono certo una purista. Di volta in volta, si valuta ciò di cui c’è bisogno. Non c’è alcuna scelta programmatica in anticipo, in questo senso; ecco perché alcuni brani dell’album sono sostanzialmente acustici e altri contengono elementi “artificiali”. Lavorare in studio mi ha certamente permesso di operare con alcune strumentazioni dal suono fortemente caratterizzante (come il Moog o il Rhodes), ma tanti elementi sono stati, per scelta, mantenuti totalmente digitali (come per esempio le drum machine). È chiaro che l’avvento del digitale nelle produzioni musicali ha aperto a delle possibilità straordinarie, inimmaginabili fino a qualche decennio fa; ma – di nuovo, a proposito di rischi e cliché – quando tutto è più accessibile, bisogna alzare la guardia.

Paolo Tocco

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