Bad Vibes: intervista al rapper Ganoona

Ganoona - Bad Vibes

In occasione dell’uscita del suo ultimo brano Bad Vibes abbiamo intervistato Ganoona

Nome d’arte Ganoona, come mai questa scelta e quale il nome all’anagrafe?

All’anagrafe mi chiamo Gabriel, nome esotico perché sono italo-messicano. Il nome d’arte è preso in prestito da un romanzo, “Amore a Venezia. Morte a Varanasi”: il personaggio principale di questo libro fa dei viaggi fino ad arrivare a Varanasi, in India, dove impazzisce e inizia a vedere questa presenza, Ganoona, che gli fa delle rivelazioni sulla vita. L’ho preso in prestito per fare un po’ la stessa cosa nella mia di vita: con la mia musica cerco di dire e di dirmi quello che non sempre ho il coraggio di dire nella vita reale.

Cosa cerchi di far emergere nella tua musica?

Riassumerlo per tutta la mia musica è un po’ complicato: in generale la mia scrittura è volta a conoscere me stesso. Poi nel momento in cui una canzone esce diventa di tutti, ognuno dà la sua interpretazione e ci si rispecchia in maniere diverse, che io non posso neanche immaginare.

Se dovessi scegliere una costante nelle mie canzoni a livello di messaggio forse è quella di non voltare mai le spalle alle nostre sensazioni, di scappare quindi da quello che è il quieto vivere e cercare il conflitto interiore che porta sempre a qualcosa di buono.

Passando alla carriera, dal Messico all’Italia, qual è stata la tua carriera fino ad oggi?

Sono arrivato a fare musica “seriamente” abbastanza tardi, artisticamente parto facendo l’attore: ho studiato teatro, ho lavorato come attore e ai tempi ho anche fondato una compagnia teatrale itinerante. Nel frattempo facevo rap poiché la mia prima passione musicale è stato il rap, ma lo facevo segretamente, quasi non credendoci tanto, poi il teatro stesso mi ha aiutato a guardarmi allo specchio e dire “no, è questo quello che vuoi fare veramente, è quello che sei veramente”. Ci è voluto un po’ per ammetterlo e quando l’ho fatto ho avuto la fortuna di iniziare subito a girare la scena rap underground. Mi sono messo in gioco, mi sono messo a studiare musica, mi sono diplomato in canto e pianoforte moderno e grazie a questi studi si sono molto allargate le mie prospettive musicali.

Hai detto che il teatro in un certo senso ti ha anche aiutato a capire che la tua strada sarebbe stata la musica, in che senso?

Il teatro ti mette davanti a te stesso: spesso si fa l’errore di pensare che il teatro ci insegni a mettere su delle maschere, in realtà ci insegna a toglierle. Se non siamo veri e non siamo noi stessi su un palco veniamo percepiti come finti, non siamo credibili anche se stiamo recitando un personaggio diverso da noi.

Però è sempre da noi, dal nostro essere umani che dobbiamo attingere, dentro di noi c’è di tutto: ci sono gli istinti d’amore, gli istinti violenti, gli istinti meschini, quelli nobili. Dentro di noi abbiamo un po’ tutti tutta l’umanità, quindi in realtà è un conoscersi fare teatro, un guardarsi veramente allo specchio.

Bad Vibes: continua l’intervista a Ganoona

Nel tuo ultimo brano Bad Vibes si parla in fondo di alienazione e di un rapporto errato con tecnologia e vita sociale. Come mai questi temi e, secondo te, ci può essere un rimedio a questi problemi?

Questi temi credo siano molto sentiti un po’ da tutti anche se non vogliamo ammetterlo. Il pezzo l’ho scritto in un periodo in cui mi sentivo ingabbiato in situazioni, sia di rapporti sociali, sia lavorative, che mi facevano sentire un po’ frustrato. È stata una scrittura di getto, di sfogo, una sorta di grido d’aiuto verso questa “oh mama” che non è una donna precipuamente ma potrebbe essere anche “madre natura”, cioè una sorta di preghiera laica per aiutarci a scappare da queste “bad vibes”.

Ovviamente il rapporto malsano con la tecnologia è aumentato esponenzialmente in periodo di quarantena, quindi credo che l’abbiamo sentito tutti. Poi da fan della seri tv “Black mirror”, guardando la realtà e vedendo che assomiglia sempre di più ad una puntata di quella serie, non potevo fare a meno di omaggiare la questione e sfogarmi, perché la prima funzione della mia musica è sempre quella.

Tornando un po’ ai tuoi lavori in generale, si va da alcuni più “leggeri” come Tonno ad altri più “riflessivi” come Bad Vibes, c’è un filo conduttore?

Il filo conduttore sono io, nel senso che sono vari aspetti dell’esistenza umana: credo che nessuno di noi viva solo in maniera spensierata o solo in maniera profonda e “pesante”. Semplicemente le canzoni sono istantanee di un momento, di una sensazione…

Da un punto di vista musicale, quali sono i tuoi punti di riferimento, le tue ispirazioni?

Ho ascolti molto vari ma cerco di non usare delle “references” troppo precise. Ascolto principalmente tre poli musicali, tutto quello che è black musica da una parte, dall’altra ho una forte influenza cantautorale nel senso che per me sono molto importanti i testi e poi l’influenza della musica latina che ascolto in casa da quando ero bambino.

Fonte immagine: cartella stampa

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A proposito di Francesco Di Nucci

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