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Eroica Fenice

Black Star, l’epitaffio di David Bowie a pochi giorni dalla sua morte

Si dice che il cigno consegni all’aria il suo ultimo canto prima di accasciarsi sull’erba imperlata di rugiada, si narra che canti per l’ultima volta, accompagnando così il suo respiro fatale. Se dovessimo pensare all’ultimo astro della vita di David Robert Jones, al secolo David Bowie, penseremmo a una gigantesca stella, forse una supernova o una cometa, ma la penseremmo di colore nero accecante.
Ed è proprio a una stella nera che il Duca Bianco affida il suo ultimo canto, come un cigno arrivato all’ultimo stadio della sua metamorfosi. Bowie è stato uomo, donna, è stato Ziggy Stardust, Major Tom, è stato sagoma dalle tutine attillate e dai capelli rosso fuoco, è stato creatura stellare ed è stato anche il devoto marito di Angela Barnett.  È stato il feticcio di una sensualità tanto androgina quanto conturbante, ha fatto l’amore col pubblico intero eccitando allo stesso modo donne e uomini, provocando lo stesso stravolgimento del ventre. È stato il camaleonte rivestito della sua stesse pelle, è stato l’apoteosi e la squama di rettile di se stesso.

Black Star: la Stella Nera di David Bowie, l’ultimo canto del cigno

Ma è stato anche il vecchio di 69 anni che si è coperto gli occhi nel video di Black Star.
Nel video del brano che fornisce il titolo all’album, David Robert Jones tappa le sue finestre sul mondo e brancola in una stanza, alternando momenti di delirio progressive ad un lucido eccesso di coscienza. La sperimentazione di questo brano fornisce la chiave di volta di tutto l’album: i nove minuti e cinquantanove secondi del brano creano un universo vero e proprio, un sistema di sonorità mastodontiche che spaziano dai morsi sperimentali alle venature classiche, dagli echi ripetitivi ed ipnotici alle melodie trascendentali. La percezione di toccare con mano un’opera d’arte è spiazzante, lo si percepisce appena la voce di Bowie crea anelli di fumo così potenti e intrisi di spiritualità, quando alla fine il suono puro del bambù traghetta l’ascoltatore verso paradisi scintillanti di oscurità eppure così lucenti.
Ma è Lazarus a far sentire il sapore dell’intero disco, a imprimerlo sulla lingua dell’ascoltatore.
E non è un sapore voluttuoso e godibile, ma un aroma che lascia segnali di fumo e foglie morte sulle labbra.
Una porta si spalanca nel video. Una musica martellante degna di Iggy Pop o dei Joy Division ci accoglie, è intrisa di una malinconia così difficile da digerire, così grande che sembra scivolare via dai cristalli liquidi dello schermo e inumidirci le pupille di pianto. Una sincera nostalgia ci ammanetta appena vediamo David Robert Jones intrappolato nel suo letto, imbalsamato in tanti strati di bende quante furono le sue maschere del passato, lo osserviamo scalpitare nel suo bozzolo, come un sarcofago che non si rassegna a diventare statua di cera.
La musica si addolcisce in un modo talmente materno che viene voglia di lasciarsi cullare, Bowie canta nel suo letto e ha ancora gli occhi coperti dalle bende, le rughe che formano solchi di eternità sul campo della sua pelle. Si dimena e continua ad affidarci il suo ultimo canto da cigno, mentre la commozione è davvero difficile da trattenere quando lui ci dice che presto sarà libero proprio come Bluebird, lo vediamo estrarre una penna ed è impossibile non pensare ad un epitaffio.
L’album è uscito l’8 gennaio 2016, giorno del suo compleanno, e sembra essere la metabolizzazione del suo cambiamento più grande: la morte. La morte sarebbe arrivata pochi giorni dopo, e nel video di Lazarus sembra voler regalare a coloro che l’hanno amato gli ultimi istanti del suo genio creativo, sembra voler distillare l’ultimo nucleo di se stesso, perché lui sarà libero, sarà presto un uccello e quelle bende spariranno per sempre. Un epitaffio, un testamento che si srotola poco alla volta, di fronte agli occhi ghiacciati dell’ascoltatore che lo ha davvero amato.
Il brano si chiude con zampate tanto dark quanto abissali, i gesti plastici si attenuano e tutto è calmo, tutto è quiete.
È fondamentale ascoltare l’album con attenzione, seguire il filo rosso che Bowie ci ha donato per l’ultima volta, per scoprire le sue vaste sperimentazioni, i sussulti più vicini alle ballate e agli stilemi classici (Dollar Days) e resi raffinati dal sassofono, le aderenze più marcate al rock puro (Sue, or in a Season of Crime), basate su una commistione perfetta di ritmi duri, jazz, respiri smorzati e atmosfere dalle tinte sfumate come un tramonto in una foresta.
L’ascolto integrale di quest’album non può lasciare indifferenti, porta ad un pianto convulso e liberatorio sul finale. Un pianto che ci fa assaporare gli abissi della liberazione e gli odori più acri della nostalgia e della dimenticanza, un pianto che cola sull’espressione impietrita di Ziggy Stardust e si trasforma nel sorriso rassegnato della stella nera.
Perché quest’uomo non si rialzerà come Lazzaro, ma rimarrà incastonato tra le ultime atmosfere del suo testamento.
Quest’uomo ha deciso di creare dell’arte in punto di morte, ha compreso che non c’era più nulla che si potesse fare per non saltare quel baratro vertiginoso e si è preparato ad affrontare il trapasso della sua arte e della sua vita, riuscendo a creare un’opera talmente avanguardistica da mettere i brividi e le convulsioni. La morte è stata solo una delle tante sfaccettature e cicatrici sul suo corpo, l’ultima ferita sul suo volto da eterno fanciullo e da immensa sagoma. L’ultima avventura sulla torre di controllo, o forse la sua ultima impresa da eroe.
Ha affidato il suo ultimo respiro sincopato e straziato alle note, che lo hanno raccolto come un monumentale testamento e sublimato, lo hanno reso nuovamente fanciullo, vellutato nell’innocenza materna dell’oblio e vergine nelle braccia della morte. Le note hanno accarezzato le rughe di Bowie per l’ultima volta, e le hanno sublimate nel candore eterno di un cigno, che si dispiega nel cielo ed esplode nella volta celeste proprio come una stella.
Una stella nera.

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