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Eroica Fenice

I viaggi di Pietruccio Montalbetti | Intervista

I viaggi di Pietruccio Montalbetti | Intervista

Intervista a Pietruccio Montalbetti

«La curiosità è quella che ti porta avanti nel tempo, bisogna sempre essere curiosi»

Pietro “Pietruccio” Montalbetti è lo storico leader del gruppo beat/pop italiano dei Dik Dik. In attività dal 1965, il musicista milanese si esibisce ancora oggi con il gruppo in giro per tutto il mondo.
Spinto da un’insaziabile curiosità, Pietro Montalbetti ha scoperto negli ultimi anni una prolifica verve da scrittore, ha infatti scritto 5 libri: “I ragazzi della via Stendhal”, “Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età”, “Io e Lucio Battisti“, “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” e “Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”.

L’ultima pubblicazione, edita nel 2018 da Zona Music Book, è il resoconto di un suo viaggio in solitaria attraverso la foresta amazzonica del Perù e dell’Ecuador, che ha raccontato anche attraverso l’ultimo disco da solista Niente, edito da Saar Records.

Non è stato comunque il primo viaggio in solitaria. Montalbetti ha infatti affrontato altri itinerari estremi, esplorando l’Africa o per esempio scalando la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta della catena montuosa delle Ande. Soprattutto, non sarà il suo ultimo libro, ci ha infatti rivelato di averne già pronti altri otto!

Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo Giovedì 16 Maggio alla fiera FIM di Milano e ci ha raccontato dei suoi interessi, che cerca sempre di stimolare in maniera eterogenea. Per esempio, usa il suo account Instagram per raccontare aneddoti e curiosità su alcuni dei grandi nomi della storia della musica rock e legge libri di astrofisica. Ciò che proprio non riesce a digerire sono il calcio, la politica e il rap italiano (il rap italiano è proprio un tabù).

«Non ti allarmare di invecchiare perché è una prerogativa negata a molti», di questo antico detto indiano Pietro Montalbetti ha fatto un mantra. Nel viaggio ha scoperto una possibilità per conoscere se stesso ma soprattutto le svariate ed eterogenee sfumature del pianeta. Il viaggio (in solitaria) è secondo lui un’esperienza dalla forte valenza formativa che insegna l’umiltà e il rispetto per il diverso. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga chiacchierata.

Intervista a Pietruccio Montalbetti

Inizia il suo libro dicendo che esistono tre tipologie di viaggio, quali sono?

C’è quello estremo, poi c’è quella del viaggio tutto organizzato con pullman e grandi alberghi e infine c’è la mia tipologia: io me ne vado da solo, facendo anche delle cose molto impegnative. Non ho mai rischiato la vita ma ho comunque scalato montagne da solo, come il Kilimangiaro.

Sono stato in Africa, in Tibet, in Nepal, in India. Ho sempre viaggiato da solo con un sacco, adeguandomi alle situazioni del momento. Questo tipo di viaggio ti insegna molte cose. Ti insegna che cos’è questo pianeta e com’è la gente nel resto del mondo. Non bisogna guardare sempre il mondo attraverso gli schermi dei cellulari, soprattutto per i più giovani: è alla lunga molto dannoso. Un messaggio che voglio dare è che per essere rock non è necessario sballarsi perché poi tutti i nodi vengono al pettine. Io non ho mai fumato né preso droghe, non bevo super alcolici, bevo giusto un po’ di vino e cerco di mantenere una certa vitalità sia nel corpo che nella mente. Anche perché gli anni passano per tutti, anche troppo velocemente.

Ho scritto questo mio quinto libro “Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili” e racconto di questo viaggio dove ho scoperto questa tribù che si pensava estinta. Si chiama Aucas, o Waorani. Ho viaggiato insieme a quattro indios attraverso la giungla dell’Ecuador per quattro settimane, fino a quando non li ho trovati. Alcuni di loro hanno sei dita per mano e piede. Come mi hanno visto non capivano cosa fossi. Nessuno di loro aveva mai avuto contatti con l’esterno.

Non avevano proprio mai avuto contatti con l’esterno?

No, assolutamente mai avuti. Vivono all’interno della foresta amazzonica dell’Ecuador e si pensava che addirittura fossero estinti.

Come ha comunicato con loro?

Non si comunica. Ho portato loro dei doni e ti adegui a quello che mangiano loro. Ti guardano come se fossi un alieno dato che non hanno mai visto nient’altro al di fuori della foresta. Uno degli indios che era con me riusciva a scambiarci qualche parola, ma nulla di che. Non è come nei film, non capiscono chi sei e da dove arrivi, sono fuori da ogni possibilità di collegamento.

Ma nonostante tutto l’hanno accolta.

Ma più che altro sono stati indifferenti.

Che consapevolezza ha dunque acquisito con questo viaggio?

È un viaggio fatto non soltanto per vedere l’esterno, ma un viaggio che ti fa capire anche l’interno di te, quindi mi ha insegnato tante cose. Le tre cose più importanti sono la modestia, il rispetto di qualsiasi etnia e il rispetto per qualsiasi tendenza sessuale. Il viaggio ti insegna ad avere una coscienza di cos’è il nostro pianeta. Ho visto delle cose meravigliose.

Può descriverci con maggior precisione quali sono state le tappe del viaggio raccontato nel libro?

La prima tappa parte dall’Ecuador, a Nanchito, dove mi aggrego a quattro indios i quali casualmente cercavano per una società scientifica danese questi Aucas perché volevano studiarli. Li ho trovati lungo il fiume mentre stavano caricando una canoa e mi sono aggiunto a loro. Per farlo c’era bisogno di un permesso speciale perché non si possono valicare certe frontiere senza dei permessi. Io non li avevo mai visti ma mi hanno fatto aggregare a loro: questa è l’avventura. Mi hanno chiesto soltanto un dollaro al giorno per il cibo. Quando finalmente abbiamo trovato gli Aucas siamo rimasti tre giorni. Gli Aucas sono dei grandi cacciatori, con le cerbottane usano il “curaro”. Questo “curaro” non è un veleno, è usato anche in farmacologia, è un inibitore dei centri nervosi. Lo usano (gli Aucas, nda) per cacciare le scimmie, le fanno cadere dall’albero con queste frecce intinte di “curaro” e poi le raggiungono.

C’è mai stato un qualcosa a cui Pietro Montalbetti ha fatto molta fatica ad adeguarsi?

No, ho uno spirito di adattamento molto alto, talmente alto che una volta, lì tra gli Aucas, avevo una piccola tendina dove mi avevano fatto dormire. Era una tendina senza doppio fondo e una notte, in mezzo alla pioggia, ritrovai il sacco a pelo completamente infestato da piccoli scarafaggi. A quel punto, li ho tolti tutti dal sacco a pelo, mi sono girato dall’altra parte e ho dormito. Se non hai questo spirito, è meglio che stai a casa.

Prima mi parlava di un permesso speciale per oltrepassare certe frontiere…

Io parto sempre con delle credenziali piuttosto importanti, se ho degli amici giornalisti mi faccio fare il permesso da giornalista, se ho degli amici cineoperatori mi faccio fare il pass da cineoperatore, se ho degli amici scienziati mi faccio passare da scienziato. Ci sono delle pratiche burocratiche dietro tutto questo non facili.

Cosa può raccontarmi invece degli altri libri che ha scritto?

Il primo che ho scritto è “I ragazzi della via Stendhal” dove racconto la mia gioventù. Io sono nato a Milano in un quartiere che ha dato i natali anche ad altri personaggi come Ricky Gianco. Il secondo è “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro”, il terzo è “Io e Lucio Battisti”. Ho conosciuto Lucio Battisti prima che diventasse famoso e una volta diventati amici siamo rimasti amici tutta la vita e mio fratello, che è morto tre anni fa, è stato l’autore di tutte le sue copertine, Cesare Montalbetti. Il quarto è “Settanta a settemila dove racconto che a settanta ho scalato da solo, soltanto con l’aiuto di una guida, la montagna Aconcagua, la vetta più alta delle Ande. Poi ho scritto appunto Amazzonia e fra un po’ uscirà un libro che si chiama “L’enigmatica bicicletta”, che non parla di un viaggio, ma è una storia ambientata nel 1938 quando ci sono state le Leggi razziali. Finisce nel ’46, a guerra finita e il protagonista è un ragazzo fascista che poi entra nella Resistenza.

Racconto una parte della guerra e delle nefandezze di cui sono stati autori molti fascisti. È un libro molto in linea con quello che sta succedendo adesso. Senza far polemiche e senza far politica: stiamo attenti perché è latente quest’atmosfera anti-democratica. Io in genere non parlo mai di politica ma siamo vicini alle europee e quindi stiamo attenti a non farci fregare.

Che ricerche ha effettuato per scrivere quest’ultimo libro?

Ho dovuto documentarmi bene su questo periodo della seconda guerra mondiale e sulle nefandezze compiute, per esempio l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema dove i nazi-fascisti sterminarono un’intera popolazione.

Passando alla musica, ha in cantiere qualche progetto?

Ho fatto un album da solista con la Saar Records che si chiama “Niente” dove racconto in musica dei miei viaggi. La canzone “Niente”, tra l’altro, è molto interessante perché dice che la cosa importante non è né il successo né i soldi ma il vivere. Poi ad agosto andrò con i Dik Dik a suonare a Toronto. Pensa che siamo arrivati comunque a fare 200 date in un anno, anche in giro per il mondo: Canada, New York, Boston, in Cile… Sempre concerti per gli italiani però eh! Sappi che uno come Vasco Rossi, in America, gli americani non sanno nemmeno chi sia.

Ultima domanda: cosa consiglia a chi vuole intraprendere dei viaggi simili ai suoi?

Pigliate un sacco e andate un po’ all’avventura! Magari non entrate nella giungla da soli, ma già l’India si può fare, tipo il Rajasthan. Senza andare in gruppo anche perché, per capire un popolo, tu devi entrare in sintonia con questo popolo e poi capisci anche te stesso. Quindi provate, almeno una volta nella vita, a fare dei viaggi, ad andare in giro per vedere un po’ com’è questo pianeta. Non è tutto racchiuso in Europa dove è tutto molto tecnologico, ci sono delle persone molto semplici che vivono in funzione della natura.

Ringraziamo Pietruccio Montalbetti e Lucilla Corioni di Lc Comunicazione per la disponibilità.

 

Fonte immagine: ufficio stampa https://www.facebook.com/lucillacorionicomunicazione/

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