Sanremo Venti Ventidue: Canzone per canzone

Terzo giorno della settimana santa di Rai1 meglio nota al pubblico con il nome di Sanremo, il festival della canzone italiana che quest’anno approda alla 72esima edizione. Il disc jockey Amadeus ha scelto trasversalmente i 25 artisti in gara, attingendo dalla scena pop, indie, rock, emergente e dimenticata della musica. Poca identità nelle canzoni della kermesse, più identità sul contorno e sulle performance… Sanremo non è più un’occasione per fotografare cosa accade alla musica italiana anno dopo anno. Menomale che Truppi c’è.

Sanremo Venti Ventidue: canzone per canzone

Achille Lauro – Domenica: Hercules chiama a raccolta le Muse dell’Olimpo per cantare un brano che ricorda le precedenti hit sanremesi. Domenica è infatti una canzone radiofonica, che rispecchia in pieno lo stile di Lauro. Diciamocelo: se Rolls Royce è così piaciuta, perché non replicare con una Rolls Royce 2 la vendetta?

Aka7even – Perfetta così: Luca aka Aka7even ancora reduce dai molteplici pianti per la sconfitta di Amici da parte del suo sfidante Sangiovanni, decide di presentarsi al Festival con un brano che al Festival non serviva. 

Ana Mena –  Duecentomila ore: Da Piazza Carlo Terzo di Napoli è tutto. Linea allo studio.

Dargen D’Amico – Dove si balla: Super Hit, nonostante gli outfit presentati. Ha scelto il lato della medaglia più ironico e sbruffone per farsi conoscere al grande pubblico; il brano infatti trasmette good vibes, si ascolta con facilità, aderisce bene alla versione di Dargen portata sull’Ariston, ma dietro Dove si balla, c’è un mondo e una mente ben più articolata.

Ditonellapiaga e Rettore: È questione di Physical Physical, più che di chimica. Sicuramente radiofonico, sicuramente accoppiata vincente per unire due generazioni di ascolti diversi. Se l’intento era quello di portare qualcosa di sconvolgente e irriverente a livello semantico testuale, non soddisfa le aspettative. Musicalmente invece il brano gira, funziona, è divertente, anche nella struttura ha sorprese e cambi d’atmosfera, e la Rettore non oscura assolutamente Margherita, creando un ottimo balance vocale.

Elisa – O forse sei tu: L’eleganza e la grazia canora vestono un testo che racconta i sentimenti, l’innamoramento, senza utilizzare artifici letterari, anzi puntando a versi semplici, con monosillabi e parole tronche, tipiche della canzone italiana. Non è una delle canzoni più belle di Elisa, ma all’interno di questo festival Elisa splende lo stesso.

Emma – Ogni volta è così: L’accento cade quasi esclusivamente sul dirige l’orchestra la maestra Michielin o forse sul gesto -poi rivendicato femminista- compiuto mentre canta “siamo sante o puttane”. Il cantato delle strofe fin troppo fitto, il ritornello apertissimo sottolineano come il Frankenstein creato da Dardust – Emma, non è così promettente.

Fabrizio Moro – Sei tu: Fabrizio Moro è come il vino, invecchiando migliora. I suoi brani invece peggiorano.

Gianni Morandi – Apri tutte le porte: Foto di Anna, canzone di Jovanotti, commozione di Gianni. La hit è conclamata, nonostante l’intro alla “Stasera mi butto”: Apri tutte le porte racchiude un sentimento anni ’60 italiano, quella voglia di ricostruire, di vivere, di farcela, forse oggi necessariamente oscurata dagli eventi degli ultimi anni. Gianni la canta come fosse un ragazzino e gli si perdona anche il grido “fantasanremo” sul palco dell’Ariston.

Giovanni Truppi – Tuo padre, mia madre, Lucia: Su Youtube c’è un video in cui Truppi canta Pirati, una sua vecchia canzone. Chitarra elettrica e canotta nera. Arriva esattamente così sul palco dell’Ariston, come a voler sottolineare la fedeltà verso se stesso. Il brano deve essere riascoltato più e più volte, perché intriso di dettagli, frammenti di vite e di universi che si intrecciano tra loro; le parole scorrono sincere, raccontano la vita, diventando manifesti di verità. Sarebbe bello vedere la faccia di Lucia tra vent’ anni che ascolta questa canzone.

Giusy Ferreri – Miele: Miele è un brano che resterà sullo sfondo del festival e a Giusy Ferreri lasceranno forse il  lauto compito di farci ballare durante l’estate 2k22.

Highsnob e Hu – Abbi cura di te: L’interpretazione convince più del brano in sé. È un esperimento fondere le due voci, cercare il giusto connubio, ancora non del tutto strutturato.

Irama – Ovunque sarai: “Se sarai luna ti vedrò, e se sarai qui non lo saprò, ma se sei tu lo sentirò, ovunque sarai”, una tenerezza velata, piccola, per il principe dei tormentoni estivi, che quest’anno lascia trasparire al festival quella parte di sé innamorata e spaventata.

Iva Zanicchi – Voglio amarti: Dopo aver scoperto il video in cui viene ipnotizzata da Giucas Casella, non si può guardare la Zanicchi con gli stessi occhi. Nonostante il brano, classe 1950, la sua voce è potente, graffiante, piena, energica.

La rappresentante di Lista – Ciao ciao: Ciao ciao al ricordo di Dario e Veronica e di tutta la loro combriccola del sottobosco dell’indie che nel 2017 cantava Siamo Ospiti, portando un sound nuovo, un linguaggio ricco, impreziosito da una voce femminile squillante. Con il nuovo brano sanremese resta solo un piccolo baluardo della sonorità iniziale e l’energia iper potente del cantato di Veronica. Per affermare la propria identità gender fluid La rappresentante di Lista ha indubbiamente dimenticato la propria identità musicale.

Le Vibrazioni – Tantissimo: Potevano fare tantissimo, ma non è il loro anno.

Mahmood e Blanco – Brividi: L’accoppiata ricorda quando al fantacalcio riesci a comprare i due attaccanti più forti di tutta la serie A. La ballad è cucita addosso a Mahmood, fino allo special in cui emerge maggiormente lo stile di Blanco. Brividi è un brano più delicato rispetto alla rabbia, l’energia e il carisma a cui siamo abituati, ma tutto molto molto emozionante. Bravi e moderni.

Massimo Ranieri – Lettera di là dal mare: Emigranti americani cantati a piena (fin troppa) voce da Massimo Ranieri, con uno stile ormai dimenticato completamente dai cantautori italiani della generazione Z. Una storia lontana che però ricorda quella dei migranti che ogni giorno purtroppo gridano “terra terra” vedendo da lontano le nostre coste.

Matteo Romano – Virale: Da Tiktok a Sanremo, con un brano arrangiato molto bene, ma che si perde nel testo, nell’ingenuità e nella timbrica sfocata. Rispetto agli altri due artisti vincitori di Sanremo giovani, Matteo Romano è più sicuro, spigliato, più convinto.

Michele Bravi  L’inverno dei fiori: È sempre emozionato, tanto emozionato, ma cantare con semplicità gli rende giustizia: dietro quel vestito da Edward mani di forbice si nasconde quel ragazzino che ha fatto della sua fragilità il suo punto di forza.  Testo e musica in confort-zone.

Noemi – Ti amo non lo so dire: Bloom delle Winx non riesce a mettersi d’accordo con il fonico di Sanremo e senza il suo potere enchantix non porta a casa la sua prima esibizione. Al secondo giro, Ariel prima del ballo con Erik è molto più a fuoco, emerge il suo timbro e le parole si riescono a comprendere tutte, con un pre-chorus rampa di lancio verso un ritornello esplosivo. Noemi è sempre così: si apprezza davvero una settimana dopo il Festival.

Rkomi – Insuperabile: Lui un po’ uomo gatto, un po’ motociclista incallito, ma nel suo brano “Insuperabile” ritornano all’Ariston le chitarre elettriche, in un sound ancora diverso dall’ultimo disco di Rkomi Taxi Driver. È un brano che si piazzerà bene radiofonicamente, meno nei cuori degli italiani.

Sangiovanni – Farfalle: L’incipit di Farfalle conferma l’intento musicale di Sangiovanni, ovvero il parlare ad una generazione ben precisa, teen, portando avanti un modello anche umano di umiltà e coscienza di se stessi. Il brano scorre fluido, energicamente positivo, lasciando trasparire quell’idea di libertà e leggerezza propria dell’età di Sangiovanni, che nelle relazioni dovrebbe essere un pilastro fondante.

Tananai – Sesso occasionale: Lui si diverte moltissimo mentre canta, peccato si diverta solo lui.

Yuman – Ora e qui: Saremo giovani, ma non con questo brano pesante e rigido, imbrigliato in soliti schemi armonici soul. Yuman ha una voce degna del nu soul, una voce che avrebbe potuto farsi spazio nel panorama ascolto dopo ascolto, se solo avesse avuto un pezzo in grado di sostenere il suo timbro.

Immagine in evidenza: Repubblica

 

A proposito di Alessandra Nazzaro

Nata e cresciuta a Napoli, classe 1996, sotto il segno dei Gemelli. Cantautrice, in arte Lena A., appassionata di musica, cinema e teatro. Studia Filologia Moderna all'Università Federico II di Napoli.

Vedi tutti gli articoli di Alessandra Nazzaro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *