Verde: il nuovo album di Jesse The Faccio | Intervista

Verde Jesse the Faccio

Jesse The Faccio, musicista padovano, dal sound lo-fi e dal cuore di cantautore italiano. Verde è il suo secondo album, che racchiude in trenta minuti di ascolto, 11 brani dalle diverse sfumature; si alternano bpm, ritmi, frequenze, mentre due cerniere articolano il disco: due brani omonimi, Verde e Verde pt.2, infatti, stabiliscono la linea dicotomica che l’artista ha voluto tracciare. Il tutto racchiuso in un colore metaforico portatore di speranza. Nel panorama italiano, Jesse The Faccio si inserisce nella scena underground senza cedere al mercato mainstream, rincorrendo sonorità, atteggiamenti, attitudini punk, lo-fi, fuori dal coro.

Cosa significa far uscire un disco in questo momento?

Avevamo pensato all’uscita del disco e alla sua promozione, senza immaginare potesse accadere una cosa del genere: abbiamo dovuto improvvisare e ci siamo reinventati. Tra una diretta come release party per sponsorizzare il disco, i CD spediti in giro e il suonare il più possibile sui social, posso dire che l’album è stato ascoltato abbastanza, quindi ci è andata bene. Ovvio, rimanere fermi, senza live, che è la miglior promozione possibile, è sicuramente difficile, però si ha tempo per interviste, live in diretta, e bene o male il prodotto gira.

Verde, un disco che contiene due singoli omonimi (parte 1 e parte 2) ed una copertina che non poteva non riprendere questo colore. Cosa rappresenta Verde, perché questo titolo?

Avevo raccolto materiale negli ultimi anni ed ho trovato un filone spontaneo in tutto ciò che avevo scritto: tanta speranza, vista da entrambe le parti, ovvero sia dalla parte della consapevolezza e della negazione, sia come unico modo per andare avanti. Da lì l’idea di dividere l’album in due: iniziando dalla negazione totale con Verde, il primo brano del disco, scendendo pian piano, percependo sempre più voglia di speranza, arrivando a Verde pt.2, un divisorio, strumentale che porta a credere sempre più. Il titolo l’ho scelto, poiché per noi italiani, il colore della speranza è il verde, quindi si legava bene al mio filone logico. È un disco diviso in due anche a livello sonoro: la prima parte è più vicina al primo album, un’evoluzione direi; la seconda parte è sperimentazione, con l’inserimento di altri strumenti, giocando di più.

C’è un attitudine punk in quello che suoni, anche nei testi, in come i brani vengano cantati. Cosa c’è dietro la costruzione di Verde? Quali riferimenti musicali ti hanno spinto a creare questa sonorità?

I riferimenti sono i soliti artisti che hanno influenzato anche il disco precedente, sonorità oltreoceano come Mac Demarco ad esempio; in più c’è il suono dell’Inghilterra in questo album: il post punk inglese degli Idles e degli Shame, che ho ascoltato tanto. La mia è un’attitudine intrinseca, che nasce spontanea nel momento in cui parto da chitarra e voce, poiché sento nella mia mente già quella direzione di suono, anche nei brani più lenti, proprio perché è dentro il mio modo di cantare. Quando ho arrangiato la prima parte del disco, avevo già le idee molto chiare, dato che conosco bene la mia attitudine, per la seconda parte invece ho preferito sperimentare.

In 666, il singolo uscito a febbraio, ad un certo punto canti: “tutti fuman, tutti fuori, tutti con i loro ruoli”. E tu che ruolo occupi nella scena musicale e quale posto vorresti occupare?

Il mio ruolo non lo so precisamente; quello che spero è di dare ispirazione, nel senso, avere il coraggio di distaccarsi dalle mode e non suonare per fare numeri, ma scrivere per esigenza, con naturalezza. Ad oggi occupo il mio posto nell’underground italiano, in futuro spero che molti più gruppi e singoli riscoprano la chitarra, si creino lavori più vicini a questo stile: il mio è un punto di partenza.

Caviglie è un brano molto più intimo, le parole diventano protagoniste e il vocativo nel ritornello “o caviglie” da una parte fa sorridere, dall’altra riflettere, poiché c’è una metafora sulla fragilità particolarmente evidente. Come è nata questa canzone?

Caviglie è uno degli ultimi pezzi scritti, sono stato molto sicuro del pezzo già da quando l’ho suonato chitarra e voce, per questo l’ho scelto come primo singolo. Ha una storia strana: ho sognato di essere con i Camillas ed un mio amico, in una cucina; suonavamo la chitarra e cantavamo. Mi era rimasta in testa una canzone, che aveva nel testo “O Caviglie, o caviglie”. Ho provato a buttare giù il ritornello, ho giocato sulla fragilità delle caviglie, come metafora della fragilità dell’amore: in mezzora avevo completato tutto il testo. L’ho subito mandato ai miei collaboratori e da lì è partito il percorso di questo brano, con anche il video di Samuele Canestrari, conosciuto al MIAMI 2019: il suo stile di disegno non è solo bello, ma anche molto idoneo per l’atmosfera onirica in cui è nata Caviglie.

Se dovessi consigliare due canzoni del tuo album ad un ascoltatore che non conosce la tua musica, quali sceglieresti e perché?

Non è facilissimo scegliere, semplicemente perché è un disco diesel, se l’ascoltatore non è dentro il genere. Servono più ascolti dell’album completo per entrare nel mondo di Verde. Per partire cauti, della prima parte sceglierei Untitled in modo da far conoscere me, fan del mono strofa, ma anche Yaz, per il mood ed il ritornello. Della seconda parte non ho dubbi: Caviglie è un’ottima chiave di lettura.

Grazie!

[Foto Ufficio Stampa ConzaPress]

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A proposito di Alessandra Nazzaro

Nata e cresciuta a Napoli, classe 1996, sotto il segno dei Gemelli. Cantautrice, in arte Lena A., appassionata di musica, cinema e teatro. Studia Filologia Moderna all'Università Federico II di Napoli.

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