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Eroica Fenice

Viky Rubini pubblica l’EP Tra le mie coste | Intervista

Viky Rubini, bergamasco classe ’95, è uno studente di medicina, scrittore ma, soprattutto, musicista. Con già all’attivo un libro Il filo di Arianna (Edda edizioni, 2016) e un tour con la band ÀWARÉ, dopo il primo album da solista, Resilienza, con il progetto Viky Twisterman, l’8 Marzo pubblica l’EP Tra le mie coste, disco interamente autoprodotto.

L’EP si compone di 5 tracce che ruotano intorno al concept del naufragio. Un espediente immaginativo per rievocare quelle sconvolgenti esperienze emotive che stordiscono ed ottenebrano ma dalle quali, una volta usciti dalla tempesta, si può trarre una nuova consapevolezza.

Viky si definisce “un naufrago abbarbicato dietro la grancassa”, un’immagine che descrive la tensione fisica e nervosa evocata dal disco, che nasce dall’unione (ma anche dalla tensione appunto) delle melodie acustiche della chitarra di  Viky e di sonorità di matrice digitale.

Per poter conoscere più a fondo Viky Rubini e il suo nuove EP Tra le mie coste, abbiamo fatto qualche domanda all’artista bergamasco.

Intervista a Viky Rubini

Tra le mie coste si sviluppa intorno il concetto di naufragio, cosa puoi dirci di più?

Da piccolo sono “annegato” un paio di volte. Una volta mi hanno dovuto rianimare. Quindi ho una certa familiarità con il senso di impotenza che si ha quando non si riesce più a stare a galla. Ho provato la stessa sensazione qualche mese fa, però dal punto di vista emotivo. Sono sicuro che tutti noi abbiamo provato quella roba lì, quindi non mi dilungo: lascerei parlare la musica.

In cosa si differenzia dal tuo primo album da solista Resilienza?

Resilienza è nato in studio, da frammenti di pezzi scritti negli anni, ogni pezzo con una sua identità. Questo disco invece è nato in un secondo, con pezzi tra loro fortemente concatenati. Un big-bang a cui ho dovuto dare forma. Altra differenza importante: Resilienza è stato suonato da più persone (Luca Mandelli e Guido Montanarini alla batteria, Francesco Mancin al basso), ed è stato registrato e mixato da Fabio Intraina. Questo disco l’ho scritto, suonato, registrato e mixato completamente da solo. Joao Ceser mi ha poi fatto la finalizzazione.

Per te l’utilizzo della musica elettronica “è una piccola rivoluzione copernicana”, cosa intendi?

Ero uno di quelli “la musica elettronica non è musica, basta schiacciare play e fa tutto da solo”. Poi Joao Ceser, produttore e amico, mi ha dato due dritte su come usare Ableton e ho trovato una miniera di suoni, di idee. È come aver sempre vissuto in una valle in cui si parla solo dialetto e trovarsi a Londra col dizionario di inglese!

Come riesci a conciliare i tuoi impegni da studente di medicina con quelli del tuo progetto solista e quello della tua band ÀWARÉ?

Sono contemporaneamente un pessimo studente ed un pessimo musicista. Comunque ad ottobre usciremo con un terzo progetto musicale segretissimo!

Cosa vuoi raccontarci, invece, de Il Filo di Arianna, il romanzo che hai pubblicato nel 2016?

È il romanzo che ho scritto per ringraziare il mio professore di greco e latino del liceo. Il classico professore da romanzo di quelli che insegnano tanto con quello che dicono quanto con quello che tacciono. Ha uno stile molto, molto particolare, sulla scia dello scrittore milanese Carlo Emilio Gadda. (Sono sempre molto umile!) Aggiungerei solo che è uscito per Edda Edizioni, che è disponibile da Feltrinelli, Mondadori, IBS, Amazon…  Sono al lavoro su un nuovo romanzo, in bilico tra la medicina e la musica!

Ti senti più a tuo agio nei panni di scrittore o in quelli di musicista?

Allora. La scrittura rappresenta il lato apollineo, più cerebrale e “alto”; la musica è forse più dionisiaca, viscerale ed istintiva. L’una più bella, l’altra più comoda. Camicia e t-shirt. La zona di confine è frastagliata: le due parti si intersecano, si mescolano. Mi trovo a mio agio in entrambe le vesti: è come tornare a casa.

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