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What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano

Crystal Splinter Museum e l’ultima uscita di What Are We Looking For: intervista a Ilario Cusano

Crystal Splinter Museum è il progetto musicale di Ilario Cusano, studente universitario che alla carriera accademica abbina la passione per la musica. Da pochi giorni è disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione il suo ultimo album, What Are We Looking For. Una splendida suite di venti minuti, le cui canzoni si lasciano piacevolmente ascoltare una dopo l’altra, scorrendo via come le pagine di un libro o le sequenze di un film. Un progetto che segue i precedenti lavori di Crystal Splinter Museum (“Growing in Sickness”) e “Dimanche is coma”), e che si inserisce direttamente nella scia di questi ultimi. Ilario odia le domeniche, adora l’universo di Breaking Bad, il cinema d’autore ed è un grande ascoltatore, oltre che produttore, di musica.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui, suo malgrado, in una domenica pomeriggio: segue il resoconto di questa piacevole chiacchierata su What Are We Looking For.

What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano

Ilario, come nasce il progetto Crystal Splinter Museum?

Ho passato i primi anni della mia adolescenza a produrre e registrare nella mia cameretta, senza far ascoltare nulla a nessuno. Me ne stavo interi weekend a masterizzare mixtape. È stato così fino al 2013 anno in cui, complice un furto in casa che mi fece perdere centinaia di dati (e dunque la mia musica), decisi di cambiare il mio approccio: non potevo tenere più ciò che producevo solo per me. A contribuire, sicuramente, la scoperta di un filone musicale che in quel momento storico vedeva in Flatsound uno dei pionieri del genere. Parlo del lo-fi fatto in cameretta, il bedroom pop, la sublimazione dell’indie. Scoprire che non ero l’unico a fare musica nella mia stanza, e che tanti altri ci stavano riuscendo davvero usando i miei stessi mezzi, mi diede la spinta per iniziare a pubblicare i miei lavori. All’epoca del mio primo mixtape (Confident but not enough, 2013) scelsi come nome IK, che era un acronimo un po’ modificato delle mie iniziali. Il passaggio al nome corrente è avvenuto nel 2018, al debutto sui servizi di distribuzione digitale. Ho iniziato a concepire questo progetto non più semplicemente come qualcosa di intimo e prodotto da me in cameretta, ma come un luogo da visitare, una creatura aperta alle contaminazioni nella produzione, alla collaborazione esterna. L’idea per il nome mi venne ascoltando un brano di Mark Kozelek tratto dall’omonimo album, ovvero The Mark Kozelek Museum, dove il cantautore americano si interroga circa la sua legacy, immaginando un museo fatto di memorie, ma anche di oggetti che racchiudono in sé quelle stesse memorie. Proprio nel testo si parla di un cristallo, ed io ho esteso questo concetto al mio approccio tematico. Il cristallo è un materiale limpido, puro, ed il fatto che sia incrinato, scheggiato, segna una certa rottura con questa presunta purezza. Il mio museo narra di memorie scheggiate, di una purezza perduta.

What Are We looking For? si ascolta come una lunga suite di venti minuti, e le canzoni scorrono piacevolmente l’una dopo l’altra. Lo hai concepito sin dall’inizio come un concept album?

In realtà no. Ma quando scrivo, inevitabilmente, mi rendo conto che c’è un filo conduttore che lega le mie canzoni. È successo già con Dimanche is Coma, che non avevo inizialmente progettato come un concept album, ma che alla fine, quando avevo tutti i brani davanti a me, mi ha dato una sensazione specifica, mi sono detto: “Ah, ora mi è chiaro. Ho fatto un concept album e non me ne sono neanche accorto”. In quel caso poi è venuto tutto da sé: la metafora della domenica come attesa perenne e compendio delle sfumature della noia mi risultò immediatamente efficace. In questo caso, invece, me ne sono accorto a metà. Il primo brano che scrissi fu “Dance, but make it sad”. Iniziai i lavori del nuovo album alla fine di un periodo in cui tutto andava benissimo per me, la mia vita sembrava avere preso una direzione ben definita e invece iniziai a capire che avevo esultato troppo in fretta. L’aprirsi di una nuova fase della mia vita era rappresentato da una relazione che stava per terminare in maniera burrascosa, e per me tutti i sentimenti inclusi in questo contenitore gigante che chiamo “periodo” hanno concorso a definire “What Are We Looking For?” come un concept album. Poco prima della quarantena avevo già chiare diverse cose, ed altre si sono palesate mentre scrivevo e registravo l’album. Quest’ultimo è infatti diviso in due metà, separate da Something special, che si potrebbero definire come giorno e notte. L’album parte con “Tenderly Melancholic”, che è un “dove eravamo rimasti?”, come quando ci si sveglia da un sogno lunghissimo e si prova a ricordarlo. “Incroyable” parla dei giorni perduti nell’attesa o nel nulla, tenta di rievocare, per dirla con il titolo di un brano dei Laghetto, “l’odore dei pomeriggi quando li butti via”. Poi c’è il tramonto, il momento in cui prendi consapevolezza che stai perdendo qualcosa, e ne ammiri la bellezza decadente: “Our Endless Peach Sunsets”. Di “Dance, but make it sad” ne abbiamo parlato; è il comparire delle stelle, e la presa di coscienza che il giorno è finito, che una felicità fragile è stata spezzata. “Kim vs. Skyler” rievoca, attraverso l’immagine delle due protagoniste dell’universo di Breaking Bad, come mi trovo a comportarmi con gli altri talvolta, e come, invece, vorrei essere davvero nei miei rapporti interpersonali. È qualcosa che mi trovo a pensare spesso prima di chiudere gli occhi: “dove posso migliorarmi?”. L’album si chiude con “Crystal Splinters Museum”, che è un ritorno al punto di partenza: il sogno attraverso il museo di cristalli, la previsione di un futuro basato su alcuni principi che porto cuciti sul mio cuore. Il concetto alla base dell’album, dunque, è la fotografia di un momento in cui stacchiamo dall’incessante fluire del tempo per chiederci effettivamente quale direzione esso stia prendendo, e con esso le nostre vite; quale sia la natura del nostro presente, e il valore dei nostri ricordi. Mi trovo spesso a pensare al mio futuro e interrogo me stesso: “Cosa sto cercando dalla mia vita?”. E immagino che, come me, tanti altri millennials (e non) si facciano questa domanda.

Di quali strumenti ti sei avvalso per la registrazione di “What are we looking for?”

Ancora una volta ho fatto affidamento sulle mie “armi” migliori: la composizione dei miei brani avviene principalmente nella mia stanza, dove in primis registro una demo strimpellando la mia chitarra acustica o classica, e poi passo alla registrazione vera e propria sul computer, arricchendo poi la produzione di eventuali synth e chitarra elettrica. Non si tratta di strumentali particolarmente barocche, anzi: credo di aver inquadrato efficacemente il mio sound in questi strumenti, e tendere al minimalismo mi permette di avere più spazio in fase di scrittura e carta bianca per quanto riguarda la produzione. Usare più strumenti richiederebbe più risorse e, inevitabilmente, tenere in considerazione altri musicisti. È sicuramente qualcosa che farò (dopotutto, come ho già spiegato, il mio progetto vira verso “un’apertura” in questo senso), ma che è stata impraticabile in tempi di quarantena.

Quali sono state le differenze principali che hai riscontrato nella produzione, rispetto ai primi due album? Questo è il tuo terzo lavoro, dopo “Growing in Sickness” e “Dimanche is coma”.

Come dicevo, la produzione dei miei brani è rimasta ancorata ad un minimalismo funzionale alla possibilità di continuare a scrivere e registrare nella mia cameretta, ma ha raggiunto una qualità maggiore grazie al fatto che io sia riuscito a creare un mini studio a casa che mi ha permesso di migliorare le registrazioni, e soprattutto grazie al grande aiuto ricevuto da Vittorio Stanzione, in arte Vikria, con cui ho anche collaborato lo scorso anno con l’uscita del singolo “Don Raphael”. Vittorio mi ha accolto nello studio in cui lavora, il Kartel Studio, e ha diligentemente operato il mix e master dell’album. Con lui mi sono confrontato, inoltre, su tutti i dettagli della produzione, e il suo apporto è stato indispensabile per la riuscita dell’album. È sicuramente l’elemento in più rispetto ai miei album precedenti, che pur essendo a mio parere validi nel sound, sono stati prodotti domesticamente con mezzi di qualità inferiore, con la fase di mix improvvisata da me, che di certo non sono un tecnico del suono. Vittorio mi ha permesso di portare l’album ad una qualità professionale, e mi ha dato la possibilità di slegarmi un po’ dagli stringenti canoni del lo-fi e del bedroom pop.

Quali sono state le tue influenze principali nella lavorazione di What are we looking for?

Nel “periodo” di cui parlavo precedentemente, e che sarebbe il contenitore di ogni elemento che ha contribuito alla creazione del sound dell’album e dei temi, indubbiamente ci vanno le mie influenze oltre a ciò che ho vissuto. E, dunque, penso ad entrambi i dischi di Phoebe Bridgers, che ho piacevolmente scoperto l’anno scorso e che rapidamente è diventata una delle mie cantautrici preferite, e poi i Teen Suicide, Please Be Nice dei Camping in Alaska, il nuovo album di Fiona Apple, Adrianne Lenker, King Krule, gli Strange Ranger, Mitski ed I Want To Start a Garden di Haley Heynderickx. Sono tutti artisti e dischi da cui ho preso qualcosina. Mi piace poi citare sempre i miei amici di Silent Sling, Marius W. Arcadio e Oscar Molinari, con cui ci influenziamo a vicenda e ci scambiamo costantemente opinioni sulla nostra musica. Ci sono poi altri prodotti culturali che sicuramente mi hanno ispirato e hanno contribuito all’immaginario dell’album. Mi viene in mente Wim Wenders, di cui sto ripercorrendo la filmografia, o Jonas Mekas; oppure ancora, la lettura di Spettri della mia vita di Mark Fisher. Cerco di prendere la mia ispirazione un po’ ovunque.

Speri di continuare a produrre musica? Cosa ti aspetti dal prossimo futuro?

In realtà ho già parecchie idee da mettere giù, ma le lascerò un po’ a fermentare nella mia testa. Ho tanto da fare quest’anno, in primis finire gli studi, ma mai dire mai. Non ho mai un controllo preciso su queste cose, magari in due giorni scrivo e registro tre canzoni, poi sto fermo due mesi e ne registro altre tre. Non mi impongo alcun limite. Mi piacerebbe però tornare a suonare. La musica ha bisogno del contatto fra pubblico e artista, e temo che in questo senso si stia assistendo ad un depauperamento della capacità coinvolgente della musica. Siamo già in un’epoca dell’usa e getta: le persone ascoltano un album e poi passano al prossimo. Non poter suonare dal vivo, per alcuni di noi, significa non poter legare discorsi ed esperienze, oltre che bei ricordi, alla musica. Spero che, per me, il 2021 riservi un momento in cui possa di nuovo salire sul palco senza troppe paure, e suonare la mia musica a chiunque voglia ascoltarmi.

Ringraziamo Ilario Cusano per la disponibilità e invitiamo anche voi ad ascoltare l’album What are we looking for.

Immagine in evidenza: Ufficio Stampa

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