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Eroica Fenice

Lacci gassosi

Lacci gassosi, ovvero frammenti di un discorso poetico

In un percorso verso la dissoluzione della parola, la mostra Lacci gassosi, ordito del cielo (14 giugno / 14 luglio presso il Palazzo Fondi di Napoli) a cura di Giuseppe Cerrone, con ideazione allestimenti di Sara Galdi, porta l’osservatore a riflettere sulla crasi dell’uomo del Novecento, raccontata dall’arte, dipinta dalla poesia. Mediante un’attenta commistione di arte, cinema, musica, teatro, poesia e riferimenti a intellettuali tra cui Robert Bresson, Carmelo Bene e Leo De Berardinis, Lacci gassosi è un’esposizione che palesa la dolorosa autoaffermazione dell’uomo nella solitudine degli altri uomini, un viaggio dall’ordine al disordine (con accettazione di esso), dalla comunità all’individuo, dall’armonia al rumore.

La mostra, inserita nel programma del Napoli Teatro Festival 2019, relativizza l’uomo con se stesso, diviene momento di estraniamento dalla realtà grazie anche all’impostazione dell’allestimento “scenico” che rimanda a un tema ferroviario. Le strutture tubolari metalliche richiamano, infatti, a tale ambiente, ampliando la suggestione grazie anche alle cornici di schermi e opere a mo’ di finestrini di un treno. Si ha la sensazione di viaggiare, e il silenzio rotto dai passi conferisce realtà plastica al viatico degli astanti.

Il crollo del superuomo: I e II Stazione

Come spiegano Sara Galdi e Giuseppe Cerrone, Lacci gassosi nasce dal bisogno individuale e collettivo di ritrovare se stessi nel turbinio di eventi che hanno caratterizzato il secolo breve. (In questo senso, proprio la ferrovia, modernamente intesa, rappresenta la grande metafora dell’uomo contemporaneo, sempre in movimento e sempre più distaccato dalla sua coscienza). Il punto di non ritorno passa attraverso gli eventi della seconda guerra mondiale, in particolare a quelli che ruotano intorno ad Auschwitz, e Lacci gassosi riflette sulla disgregazione delle forze morali dell’uomo, assurgendo proprio Auschwitz a simbolo oramai immutabile dell’apocalisse. Una “rivelazione” (in senso rovesciato rispetto a quello giovanneo) che determina la sconfitta rispetto ai valori superomistici prebellici di stampo nietzschiano, d’annunziano o, prima e meglio ancora, dostoevskiano.

Come accennato, Lacci gassosi è un’esposizione che sovrappone diverse arti, e, a tal proposito, in riferimento al crollo dei suddetti valori, Giuseppe Cerrone instaura un attento collegamento tra arte, cinema e teatro, per cui, ad esempio, l’opera pittorica di Orazio Faraone, in cui, attraverso una rappresentazione minimalista della “caduta nel bianco” dell’animo umano cagionata dal male endemico dell’uomo d’oggi costituito dal simbolo Auschwitz, si incontra con la trasmissione della videoperformance dei Motus, A place [that again], che riflette in termini essenziali sulla prigionia dell’uomo nei suoi disvalori, nella solitudine e nel silenzio. Altro tratto d’interesse è la trasmissioni dei brani della pellicola del 1959 di Robert Bresson, Pickpckets, in cui il protagonista definisce il suo superomismo attraverso il ladrocinio, salvo poi, prendere coscienza della sua condizione di semplice essere umano.

Il vuoto delle parole: III Stazione

Si tratta di una frammentazione che, dall’intima coscienza, si riflette nel linguaggio. Pier Paolo Pasolini afferma che la morte della comunicazione sta nel non voler farsi comprendere, e l’individualismo generato dalla “rivelazione” si traduce in afasia. Inoltre, ai brani di pellicole sono giustapposte poesie di Giuseppe Cerrone (raccolte in Lacci gassosi, ordito del cielo, Oèdipus, 2019); in particolare, la lirica Pickpocket, chiaro riferimento a Bresson, in cui l’autore riflette, abbandonandosi all’elemento descrittivo, ma intessendo il discorso di significati che trovano il loro significante nell’ordito dell’intero componimento, sulla condizione umana di cui poc’anzi si è parlato:

Rubi al mattino e al meriggio / […] / A volte ti muovi in bande / ladro gentile che orchestra / con precisione / il colpo / […] / Sei l’uomo delle masse.

Tuttavia, il percorso di redenzione (intesa come presa di coscienza e accettazione), che nella pellicola culmina nel carattere della donna salvifica, in Lacci gassosi si rappresenta con le opere di Sara Galdi (due tele digitali e una scultura) affiancate dalle poesie, a cui fungono da commento figurato.

In particolare, la scultura in ferro, Meriggio, figurante due mani che intrecciano un filo su cui un funambolo “vivente” prosegue il viatico di chi l’osserva, diviene metafora dell’uomo che cerca di inerpicarsi nei labirinti di parole “ovvie”, frammentarie e svuotate di significato.

Il discorso poetico si trasforma, man mano, in “silenzio poetico”, come un funambolo in precario equilibro sul vuoto delle parole. Un funambolo che diviene, inoltre, contatto fra la prima e la seconda parte di Lacci gassosi, considerando lo scritto artistico, Il funambolo, di Jean Genet (fonte di ispirazione tanto di Bresson quanto di Cerrone).

Viatico e frammentazione, metafora dell’uomo scisso (dentro e fuori) fra la realtà del dramma perpetuo e l’immaginazione della pace antica (e si pensi all’immagine dell'”acrobata” nella lirica I fiumi di Giuseppe Ungaretti), il funambolo diviene, così metafora dell’uomo contemporaneo, un camminatore fra le rovine che aspira sempre a un’ulteriore “rivelazione” e che identifica lo sforzo positivo (forse utopico) di ritrovarsi in una nuova coscienza collettiva.

Foto di Marina Di Simone e Sara Galdi.

Altri riferimenti: https://youtu.be/T5ewqEv7CTI

 

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