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Eroica Fenice

Alzheimer

Alzheimer: scoperta e riscoperta di un morbo mortale

Era il 1901 quando il dottor Alois Alzheimer, psichiatra tedesco, diagnosticò un “disordine da amnesia di scrittura” alla cinquantunenne signora Auguste Deter, sua paziente.

Dopo un vano tentativo di portare alla luce le proprie considerazioni sulla malattia, al convegno della società di psichiatria a Tubinga nel 1906, il dottore decide di avvalersi dell’aiuto del giovanissimo (ventisettenne, ndr) medico italiano Gaetano Perusini.

È grazie alle intuizioni geniali e alle verifiche approfondite sia degli aspetti clinici che dei reperti istopatologici di Perusini, il quale documenta altri tre casi oltre a quello della signora Deter, che le tesi avanzate da Alzheimer acquistano il quid necessario affinché la comunità scientifica, con uno studio pubblicato nel 1910 (dove Alzheimer non menziona Perusini), si renda conto di trovarsi dinnanzi ad una nuova patologia in seguito chiamata morbo di Alzheimer-Perusini.

Da allora tanti sono stati i progressi nello studio e nella comprensione di questa forma devastante e mortale di demenza senile; l’ultimo pubblicato proprio qualche giorno fa, il 3 Aprile 2017 su nature communications, dalla (quasi) tutta italiana equipe medica capeggiata dal dottore e professore Marcello D’Amelio (quarantaduenne, ndr).

Scoperta sensazionale

La ricerca ha dimostrato che la causa del morbo è da ricercare nell’Area Tegmentale Ventrale, dove a morire sono i neuroni che producono e trasmettono dopamina.

La dopamina è sia un neuro-ormone, quando è prodotta dall’ipotalamo, che un neurotrasmettitore.

Il suo compito ha un’importanza vitale, poiché è svolto a proposito dei comportamenti, della cognizione, del sonno, dell’umore, della memoria, dell’apprendimento e di altro.

Fino ad oggi gli studiosi si sono focalizzati nell’analisi dell’ippocampo, definibile come il centro della memoria, nonostante la degradazione cellulare che avviene in un cervello affetto da Alzheimer-Perusini non abbia mai colpito gravemente questa specifica area.

È proprio qui che la scoperta dei ricercatori, svolta con il patrocinio del Centro Europeo di ricerca sul cervello Fondazione Santa Lucia e del CNR di Roma, ha innovato il punto di vista dal quale analizzare la malattia; infatti, il neuroscienziato e professore associato all’Università Campus Biomedico di Roma D’Amelio sostiene che “abbiamo scoperto che quando vengono a mancare i neuroni dell’area tegmentale ventrale, che sono quelli che producono la dopamina, il venir meno dell’apporto di questo neurotrasmettitore provoca il malfunzionamento dell’ippocampo, anche se le cellule di quest’ultimo restano intatte”.

È quindi la mancata ricezione della dopamina a mandare in tilt l’ippocampo e a generare la perdita di memoria. Ciò inoltre evidenzia, dato il ruolo chiave della dopamina, che la mancanza di motivazione, un umore neutro o che cambia repentinamente (in modo negativo) e la depressione non siano cause ma bensì campanelli d’allarme del nascere della patologia di Alzheimer.

Sperimentazione

La ricerca, inoltre, rinforza e dimostra la tesi anche attraverso due specifiche sperimentazioni effettuate in laboratorio su alcuni topi: una con l’amminoacido L-DOPA e l’altra con la Selegilina, appartenente al gruppo delle fenetilamine.

Entrambi gli esperimenti hanno dato esiti molto positivi rivelando un rapidissimo recupero della memoria ed anche della facoltà motivazionale e della vitalità. A tal proposito D’Amelio afferma: “abbiamo verificato che l’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche nel nucleo accumbens, la quale è l’area che controlla gratificazione e disturbi dell’umore, garantendone il buon funzionamento”.

Purtroppo, però, questa terapia funziona soltanto in alcuni pazienti e soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, quando il numero di neuroni è ancora cospicuo. Arrivare ad una cura è ancora un lontano traguardo, poiché una volta che le cellule della VTA sono tutte morte il farmaco risulta inutile, ma questa nuova scoperta, ancora una volta ad opera di un medico italiano, apre a nuove possibilità e a tanti potenziali progressi che torneranno utili anche per l’analisi e la cura del morbo di Parkinson, giacché anch’esso deriva dalla morte dei neuroni che producono dopamina.

L’Alzheimer in Italia

Il Censis stima all’incirca seicentomila persone affette dal morbo di Alzheimer-Perusini, registrando un aumento rispetto al 2015.

Il costo medio annuo per paziente è di circa settantamila euro, dove il 73% delle spese grava sulle famiglie dei malati che sono spesso assistiti da figli e badanti, anche se è in aumento il numero dei coniugi che si prendono cura del partner. Si registra quindi un netto calo dei pazienti che vengono seguiti da un centro pubblico o un centro UVA (Unità di Valutazione Alzheimer) specializzato.

La storia, quindi, si ripete con la scoperta e la riscoperta dell’Alzheimer

Dalla mente di un italiano geniale, Gaetano Perusini, a quella di un altro italiano altrettanto illuminato, Marcello D’Amelio, il progresso scientifico ha tinte tricolori.