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olio di pompei

Olio di Pompei: Alberto Angela ne annuncia la scoperta

La scoperta dell’olio d’oliva più antico del mondo nei depositi del Museo Archeologico di Napoli, annunciata da Alberto Angela sul suo profilo Facebook, rischiara questi tempi di cattive notizie e polemiche spesso sterili: è di pochi giorni fa, infatti, la conferma di autenticità del campione di olio d’oliva, in cui l’amato divulgatore si era casualmente imbattuto nel 2018. Come è noto, il MANN custodisce le più ricche collezioni provenienti dagli scavi archeologici del Vesuvio; in particolare, la Collezione dei Commestibili, che conserva materiali organici edibili – ovvero forme di pane, frutti, semi e avanzi di cibo, fragilissimi e facilmente deperibili – provenienti da Pompei ed Ercolano, è tra le più complete raccolte di reperti organici di epoca romana, a lungo esposta nel corso del 2018-2019 nella mostra Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C., concepita come un autentico percorso di archeobotanica.

La sua collocazione ha conosciuto molteplici vicissitudini a partire dal Settecento: i reperti, infatti, sono stati oggetto di varie soluzioni di allestimento, dal Gabinetto de’ preziosi nelle stanze dell’Herculanense Museum, ubicato nella Reggia di Portici, dove comparivano insieme a gemme, oreficerie e preziosi vari, fino al trasferimento presso l’attuale MANN nel primo decennio dell’Ottocento, dapprima in collocazioni contestuali con vetri e oggetti osceni, poi nella Sala del Gran Plastico di Pompei, accanto ad affreschi e bronzetti scelti tra l’instrumentum domesticum, quale concreto esempio della vita quotidiana pompeiana.

Un team multidisciplinare ufficializza la scoperta

Ebbene, da questa collezione di raro pregio, sottratta all’ammirazione del pubblico nel 1989 a seguito della chiusura della Sala del Plastico e in parte trasferita nel Laboratorio di Scienze di Pompei, in parte riportata al MANN all’interno di camere climatizzate, è riemersa una bottiglia di vetro di epoca pompeiana, che lasciava intravedere al suo interno del materiale solidificato perfettamente conservatosi. Essa si è offerta fortuitamente alla vista di Alberto Angela, impegnato nel 2018 nelle riprese di un servizio per SuperQuark sui depositi del MANN, nello specifico presso il settore dei reperti in vetro. «Avevo intuito subito – chiarisce lo stesso Angela sul suo profilo – la portata scientifica e storica di quel reperto dimenticato nei depositi. Quella bottiglia si trovava nel Museo dal 1820, quando era stata scoperta durante alcuni scavi di età Borbonica e collocata in questi sterminati depositi assieme a migliaia di altri reperti. Di quella bottiglia si era poi persa la memoria e, soprattutto, nessuno l’aveva mai studiata».

Angela prosegue, poi, dando informazioni più specifiche sulle caratteristiche del liquido contenuto nel reperto vitreo: «Non sapevo cosa fosse quel materiale dentro la bottiglia. Essendo la sua superficie un po’ in pendenza, avevo pensato che, in origine, si trattasse di una sostanza liquida e che la bottiglia, nella violenza dell’eruzione, fosse stata sepolta semi adagiata, rimanendo in quella posizione per secoli e portando quindi il liquido a solidificarsi inclinato». Ne è sorta, così, una collaborazione, promossa entusiasticamente dal direttore del Museo Paolo Giulierini, tra il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e il MANN, al fine di analizzare il contenuto della bottiglia e chiarirne la natura. Dopo due anni finalmente le ricerche, condotte da un team multidisciplinare coordinato dal professore Raffaele Sacchi, hanno dato il loro esito, confermando l’autenticità del campione di olio d’oliva, sopravvissuto alle ceneri dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e alla dispersione nei meandri museali.

Scoperto l’olio più antico del mondo

Con orgoglio Alberto Angela ha condiviso via social questa scoperta, ufficializzata dalla rivista Nature: «Rivolgo anche il mio pensiero a chi, 200 anni fa, ha effettuato il ritrovamento nei sedimenti vulcanici, vedendo poi la sua bottiglia entrare nelle collezioni borboniche, per poi scomparire nell’oblio. La scoperta è sua e questa notizia gli rende un po’ di giustizia, anche se postuma. (…) Sono tanti gli oggetti che rappresentano il percorso dell’umanità nella Storia che aspettano di essere ritrovati: alcuni sono ancora sepolti nel terreno, altri invece nelle collezioni dei depositi. Ma tutti riportano, fino ad oggi, la testimonianza della nostra cultura millenaria e lo straordinario patrimonio che custodiscono i nostri musei. In particolare il MANN che, a mio parere, è tra i più belli e importanti al mondo».

Questa scoperta non solo è motivo di orgoglio per Napoli, per la Campania e per l’Italia tutta, ma evidenzia fascinosamente come duemila anni fa la modernità fosse già in tavola, ricordandoci come l’alimentazione degli antichi fosse incredibilmente attuale: la tecnica olivicola romana, infatti, era davvero innovativa, essendo l’olivo una delle colture più sviluppate nell’antica Roma, utilizzato non solo in cucina, ma anche in cosmesi e in medicina. La bottiglia rinvenuta, custodendo l’olio più remoto del mondo, getta luce sull’arcaicità della dieta mediterranea e costituisce una testimonianza preziosa dei viaggi delle anfore nei traffici commerciali del Mediterraneo, che oggi più che mai dovrebbe tornare a essere il Mare Nostrum, incontro di civiltà e di dialogo umano.

 

 

Fonte immagine: Pixabay.

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