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Eroica Fenice

Perché le posizioni di Trump sull'aborto non dovrebbero destare scalpore

Perché le posizioni di Trump sull’aborto non dovrebbero destare scalpore

Con un titolo del genere, precisiamo che non ci stiamo lanciando in una sprovveduta apologia del quarantacinquesimo presidente eletto negli USA Donald J. Trump. Non sia mai dovessimo ritrovarci a dover rispondere a centinaia di commenti al vetriolo, rischiando di togliere spazio a delle argomentazioni decisamente controcorrente rispetto a quelle di queste ore.

Controcorrente sembra un aggettivo quanto mai calzante in questo contesto.

Da giorni, infatti, continuano a spuntare come funghi velenosi articoli su articoli sul neoeletto presidente Donald Trump, che vorrebbero destare scalpore ma che invece finiscono per generare solo un’infinita tristezza.

Dopotutto, lo scalpore è una naturale reazione di clamore e di indignazione di fronte ad un evento abbastanza scabroso, ma soprattutto inaspettato. Mentre la tristezza è un sentimento radicato e diffuso, perlopiù derivante dalla consapevolezza e dalla rassegnazione di fronte a una tragedia annunciata.

Consultare un qualsiasi dizionario per credere. Non saremmo neppure ipocriti. Saremmo semplicemente rei di falsa testimonianza se ammettessimo candidamente che “questa, proprio, da Donald Trump non ce l’aspettavamo”. Cosa sono, in fondo, circa cinque mesi di folle campagna elettorale, durante i quali il tycoon ha illustrato fin troppo minuziosamente il suo programma-fritto misto sul barbeque dell’insofferenza White America, condito a xenofobia, razzismo e con quel gustoso pizzico di sessismo in più?

E se la memoria è corta, la rivista Panorama ha ben pensato di stilare una piccola classifica delle parole più usate da Trump nei suoi numerosi botta e risposta con l’avversaria Hilary Clinton. E se tra wall (il muro al confine col Messico, ndr),  nasty woman e l’ormai epocale slogan Make America Great Again c’è l’imbarazzo della scelta, si può sempre dare una spulciata al web per ritrovare i video in cui Donald Trump descrive, senza parsimonia di termini scurrili (questa volta bisogna consultare un dizionario slang inglese-italiano per afferrare il significato di parole come pussy) le sue poco eleganti tecniche di seduzione con le donne: un vero vademecum e una summa del Trump-pensiero nei confronti del gentil sesso.

Dunque, senza perderci in ulteriori giri di parole, cercheremo stavolta di andare dritti al punto.

Cosa avrebbe fatto Donald J. Trump di tanto eclatante da scatenare l’odio di Madonna, un nuovo discorso dell’attivista Angela Davis, partecipazioni bulgare e inusitate alla Marcia delle Donne, l’indignazione delle pseudo-femministe-dell’ultima-ora, fiumane di parole su quanto il presidente sia brutto, sporco, cattivo, xenofobo e –ma davvero? – sessista?

Semplice. Tenere fede alle sue promesse elettorali. E, se qualcuno se lo fosse dimenticato, fare quello che hanno fatto tutti i repubblicani prima di lui per circa trent’anni. Ovvero reintrodurre il famigerato Mexico City Abortion Rules”, che è in sostanza il divieto di finanziare con i soldi pubblici federali le Ong che praticano e forniscono materiale informativo sull’aborto.

Insomma, un provvedimento che sembra il classico giocattolo nelle mani del nuovo –e maschio, naturalmente – presidente, che firma dallo Studio Ovale per le sorti delle donne… cioè, no. Per le sorti degli uteri, questi sconosciuti esseri a sé stanti, al servizio della patria per sfornare generazioni di giovani e bianchissimi americani.

Proviamo ad immaginare per un attimo: dal 1984 (anno Domine Ronald Raegan), tra repubblicani e democratici, i presidenti USA si sono “divertiti” a cancellare e a reintrodurre il Mexico City Abortion Rules a piacimento, come se fosse una cosa normale decidere per conto di una donna se interrompere o portare avanti una gravidanza. Come se un simile atto non contenesse già in  sé la premessa di un retaggio ideologico che strizza quasi l’occhio alle tesi di Proudhon sulla “naturale inferiorità della donna rispetto all’uomo”. E citiamo il signor Proudhon solo per mantenerci in qualche modo moderni, perché andando dal XIX secolo a ritroso ci si imbatte in tante chicche sulla “scientificità della subordinazione della donna all’uomo” che, al confronto, il Malleus Maleficarum è una storiella horror da raccontare ai bambini prima di andare a letto.

Con questo non vogliamo assolutamente delegittimare l’orgoglio ferito di chi sfoga sulle tastiere la frustrazione di vedere sette uomini (più il presidente otto) ritratti sorridenti in foto mentre firmano per limitare (di nuovo) la libertà delle donne. Vogliamo invece sottolineare con forza che la posizione di Trump in materia di aborto non è altro che una goccia nell’oceano, quel tassello piccolo ma fondamentale che completa il mosaico di una condizione femminile che, oggi come oggi, è ancora talmente precaria che mortifica l’idea stessa di progresso.

Volendo deliberatamente tralasciare altre latitudini, dimensioni in cui le identità culturali dei popoli ancora si plasmano su un modello di patriarcato originato nel neolitico, secondo Friedrich Engels, dall’abrogazione del diritto matriarcale per favorire la trasmissione ereditaria dei beni patrimoniali, è evidente che quasi due secoli di femminismi continuano a sfaldarsi contro un malsopito, coriaceo maschilismo occidentale. Se il femminicidio come fenomeno innegabile della società contemporanea rappresenta proprio quell’ultima e disperata resistenza del maschio alla perdita del proprio  ruolo egemonico, si pensi alle difficoltà che la donna ancora oggi, nel terzo millennio, è costretta ad affrontare, che sia in ufficio al momento di annunciare una gravidanza o al pronto soccorso dove una percentuale del 90% le farà quasi certamente incontrare un medico obiettore che le negherà la pillola del giorno dopo.

Proprio in queste ore, da Londra, è giunta la notizia di una donna, Nicola Thorp, licenziata dal suo ruolo di segretaria di una prestigiosa azienda per non aver accondisceso alle richieste del suo datore di lavoro di indossare tacchi a spillo e abiti succinti. Ne parla La Repubblica, in un articolo che mette in evidenza quanto le donne spesso evitino di denunciare questi comportamenti perché intimorite dall’idea di perdere il lavoro o, peggio, per un senso del pudore inculcato da quella stessa matrice culturale che continua a porle in una posizione subalterna rispetto all’uomo.

E ora, invece, sembra che l’unica cosa in grado di destare scalpore sia la decisione di Donald Trump di bloccare i fondi federali alle Ong per l’aborto. Invece di scandalizzarsi e di prendere in considerazione seriamente l’idea di un risveglio collettivo delle coscienze che possa in un vicinissimo futuro scongiurare definitivamente un’involuzione del genere umano che non ha niente a che vedere col tanto millantato progresso del ventunesimo secolo. Non se alla Casa Bianca si insedia chi nega quel progresso e con esso la libertà e i diritti costati anni e anni di lotte e resistenza. Ci aveva già pensato Thomas Mann a tracciare una netta linea di confine tra le innovazioni della scienza e della tecnica e il progresso culturale, sociale e intellettuale dell’uomo.

E se qualcuno si stesse chiedendo cosa ha a che fare tutto questo con Donald Trump, l’aborto e il sessismo, nelle sue  Lettere a Kugelmann, un signore di nome Marx riprendeva le parole di Fourier, affermando che “il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale del bel sesso”. Ma dalla sua lunga campagna elettorale e non certo dai suoi primi –e scontati e catastrofici- provvedimenti in fatto di aborto e di immigrati, sappiamo già che il signor Trump, probabilmente, non potrà fare altro che snobbare una simile citazione.