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Eroica Fenice

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Maccheroni sciuè sciuè: la pasta tra storia e cinema

Le origini della pasta sono molto remote. C’è chi la vuole importata dalla Cina (non si sa bene in che epoca), chi invece la fa derivare dalla laganum romana, una specie di schiacciata di acqua e farina, citata da Cicerone e Orazio, e considerata la progenitrice della lasagna. Più tardi, verso l’anno 1000, pare che i siciliani di Trabia, vicino Palermo, lavorassero un impasto fatto di filamenti, che avevano il nome arabo “itriya”, una specie di antenati degli spaghetti.
Abbiamo una testimonianza letteraria dell’esistenza dei maccheroni, nel Decameron, nella novella terza dell’ottava giornata, nella quale Boccaccio racconta il paese di Bengodi:

“ […] Eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuli e cuocerli in brodo di capponi”.

Prima della scoperta dell’America, nel 1492, la pasta si cuoceva solo in brodo, si condiva con verdure e legumi oppure con zucchero e cannella. Solo verso la fine del Cinquecento, con l’importazione dei pomodori d’oltreoceano, avvenne il matrimonio tra i maccheroni e il pomodoro. Agli inizi del ‘600 a Napoli venne inventata una primitiva macchina detta “ingegno” nella quale la pasta, dopo essere stata lavorata con i piedi, veniva fatta passare forzandola attraverso i fili tesi o attraverso quella che doveva essere la prima idea di “trafila”. La pasta, importata dalla Sicilia e dalla Sardegna che coltivavano grano duro, veniva lavorata nei pastifici di Gragnano, Torre Annunziata e Torre del Greco. Nel 1761, Nicola Capasso, in un volume di Poesie, nomina le famose paste di Amalfi ma è nell’Ottocento che Cavalcanti, duca di Buonvicino, in Cucina teorica e pratica testimonia l’uso quotidiano, nelle cucine napoletane, dei maccheroni, lavorati in più formati, e la cui cottura andava eseguita “al dente”.
Re Ferdinando IV di Borbone amava la pasta e seguiva la consuetudine popolare di portare i maccheroni alla bocca con le mani e con gli occhi rivolti al cielo perché: «’O maccarone se magna guardanno ‘ncielo».
La figura dei maccaroni eaters, i nostri lazzari, che consumavano spaghetti ad ogni angolo di strada, nacque nel XVIII secolo, quando Napoli, città più popolosa del Paese, divenne tappa fondamentale del Grand Tour, importante almeno quanto Roma e Venezia. I viaggiatori, nei loro diari, raccontavano di questi popolani che mangiavano la pasta con le mani, acquistandola a poco prezzo dai carretti di venditori ambulanti, una sorta di moderno street food.
Gli italiani, i napoletani nella fattispecie, sono riconosciuti all’estero come i “mangiatori di pasta”. Questo è dovuto anche alla diffusione cinematografica di immagini che sono diventate delle vere e proprie icone come quella di Alberto Sordi, nel film Un americano a Roma, che davanti al piatto di pasta esclama: «Maccarone m’hai provocato e io ti distruggo adesso…io me te magno!». Famosissima la scena del film Miseria e Nobiltà, rifacimento cinematografico dell’omonima opera teatrale di Eduardo Scarpetta, in cui Totò, nelle vesti di Felice Sciosciammocca, insieme ai suoi compagni di “miseria”, si avventa su un piatto fumante di maccheroni ed inizia a mangiarli con le mani, facendone una scorta anche nelle tasche della giacca. “Maccheroni” (1985) è anche il titolo del film di Ettore Scola, ambientato a Napoli, con protagonisti Marcello Mastroianni nel ruolo di Antonio, impiegato napoletano, e Jack Lemmon, nel ruolo di Robert, industriale americano che torna a Napoli per affari, dopo avervi soggiornato come militare durante la seconda guerra mondiale. I due erano legati da un rapporto di amicizia che si rinsalda attraverso i ricordi e le passeggiate per il centro storico e sul lungomare di Mergellina. Finché un giorno Antonio muore improvvisamente e gli si prepara in casa una veglia con la famiglia riunita intorno ad un tavolo mentre vengono serviti i maccheroni al sugo secondo un rituale già conosciuto. Antonio, infatti, era “morto” già due volte in passato ma si era risvegliato alle 13.00 in punto quasi come richiamato in vita dal piatto di pasta fumante. Il lieto fine vuole che Antonio risorga e che consumi con amici e parenti l’agognato pranzo.

Per i maccheroni “sciuè sciuè” (espressione napoletana che in italiano si traduce con “veloci, veloci”) servono pochi ingredienti:
pasta 250 gr (del formato che preferite)
pomodorini freschi 100 gr
basilico
olio q.b.
parmigiano
aglio (facoltativo)


Procedimento: Mettere la padella sul fuoco, versarvi l’olio e i pomodorini tagliati a metà. Aggiustare di sale e coprire con il coperchio per qualche minuto. Cuocere la pasta in abbondante acqua salata, scolarla al dente e ultimare la cottura nella padella con il sugo di pomodoro. Aggiungere il basilico e una spolverata di parmigiano.

-Maccheroni sciuè sciuè: la pasta tra storia e cinema-

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